Ci sono fumetti che arrivano sugli scaffali e poi spariscono nella marea settimanale delle uscite, e poi esistono opere che sembrano aspettare il momento giusto, quasi consapevoli che il pubblico debba essere pronto a incontrarle davvero. Il ritorno di Grandville in Italia, con l’uscita di Grandville Omnibus Vol. 2, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è solo una ristampa, non è solo un’operazione editoriale: è uno di quei recuperi che hanno il sapore delle cose rimaste sospese troppo a lungo, come certi titoli che negli anni Novanta scoprivamo nelle fumetterie più coraggiose e che poi diventavano ossessioni private, quasi segrete.
Questo secondo omnibus pubblicato da Edizioni NPE prosegue un progetto che ha qualcosa di quasi romantico: riportare integralmente una saga che in Italia era rimasta frammentata, incompleta, come una storia raccontata a metà davanti a un pubblico che non aveva mai avuto la possibilità di ascoltare il finale. Dentro questo volume convivono Grandville Bête Noire e Grandville Noël, due capitoli che non si limitano a espandere la trama, ma la complicano, la rendono più stratificata, più inquieta, più adulta.
E qui entra in gioco lui, l’ispettore LeBrock, una figura che ancora oggi riesce a sorprendere per quanto sia fuori dal tempo e allo stesso tempo perfettamente calata nel nostro presente. Un detective tasso in un mondo popolato da animali antropomorfi potrebbe sembrare un vezzo estetico, una trovata quasi steampunk da esibire in copertina, ma basta poche pagine per capire che sotto quella superficie si muove qualcosa di molto più profondo. LeBrock è figlio diretto di una tradizione narrativa che passa inevitabilmente da Sherlock Holmes, ma filtrata attraverso una sensibilità europea che guarda anche a Jules Verne, al feuilleton, alla satira sociale più tagliente.
Il mondo di Grandville non è semplicemente un’ambientazione alternativa: è una lente deformante che mette a fuoco il nostro. Le atmosfere ottocentesche, i rimandi alla Belle Époque, i macchinari improbabili e le città stratificate non servono a costruire un esercizio di stile, ma a parlare di potere, controllo, propaganda. E qui Talbot gioca una partita che oggi, nel 2026, risulta persino più esplicita di quanto non fosse al momento della pubblicazione originale. Il capitalismo spinto fino alla caricatura, le élite che si muovono sopra le regole, la manipolazione delle masse attraverso l’informazione distorta: tutto questo non è mai didascalico, non viene spiegato, ma si respira tra una vignetta e l’altra, come una tensione costante.
Ripensandoci, è lo stesso tipo di sensazione che provavamo davanti a certi anime cyberpunk degli anni Novanta o leggendo fumetti europei che arrivavano con mesi di ritardo nelle nostre edicole. Quel misto di fascinazione e disagio, quella consapevolezza che dietro l’intrattenimento si stesse nascondendo qualcosa di più grande, qualcosa che riguardava anche noi. Grandville riesce ancora oggi a evocare quella sensazione, ed è forse questo il suo più grande merito.
L’edizione italiana aggiunge un ulteriore livello di valore. La traduzione di Cesare Giombetti non si limita a trasporre il testo, ma restituisce il ritmo, le sfumature, l’ironia sottile che attraversa tutta l’opera. E poi ci sono le note dell’autore, piccoli varchi che si aprono tra le pagine e permettono di intravedere il laboratorio creativo di Talbot, i riferimenti nascosti, gli omaggi disseminati con una cura quasi maniacale. Per chi è cresciuto cercando easter egg nei videogiochi o rileggendo le stesse storie per cogliere dettagli sfuggiti alla prima lettura, questa è una dimensione che aggiunge profondità, che trasforma la lettura in esplorazione.
La struttura in tre volumi dell’intera saga ha qualcosa di definitivo, quasi solenne. Non nel senso di “opera conclusa”, ma nel senso di percorso finalmente accessibile nella sua interezza. Cinque capitoli che dialogano tra loro, che costruiscono un universo coerente e stratificato, e che ora possono essere letti senza interruzioni, senza quei vuoti che per anni hanno accompagnato la diffusione italiana del fumetto.
Eppure, più ci penso, più mi rendo conto che il vero punto non è nemmeno questo. Non è la completezza, non è la filologia editoriale, non è nemmeno la bellezza delle tavole. È quella sensazione rara di trovarsi davanti a un’opera che non ti tratta mai da spettatore passivo. Grandville pretende attenzione, pretende memoria, pretende uno sguardo critico. Non è un fumetto da consumare, è un fumetto da attraversare.
E forse è proprio qui che si gioca la partita più interessante. Perché in un momento storico in cui il fumetto è sempre più mainstream, sempre più veloce, sempre più pensato per essere adattato, serializzato, trasformato in qualcos’altro, un’opera come questa rimane ostinatamente fedele a se stessa. Non cerca scorciatoie, non cerca compromessi, non cerca di piacere a tutti. E proprio per questo riesce ancora a parlare a chi ha voglia di ascoltare davvero.
La domanda, a questo punto, non è nemmeno se valga la pena recuperare Grandville Omnibus Vol. 2, ma che tipo di lettore si è disposti a essere oggi. Quello che scorre veloce tra le novità, o quello che si ferma, torna indietro, rilegge, collega, si perde tra le pagine e magari ci resta più del previsto.
Io una risposta ce l’ho, ma non sono sicuro che sia la stessa per tutti. E forse è giusto così. Perché alcune storie funzionano davvero solo quando qualcuno, dall’altra parte dello schermo o della pagina, decide di entrarci dentro e raccontare cosa ha trovato.
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