Una roba del genere sembra uscita da una fanfiction scritta alle tre di notte dopo una maratona di Il Signore degli Anelli e qualche run di debugging andata male, e invece no: è successa davvero dentro uno dei sistemi più controllati, raffinati e analizzati del pianeta, roba che quando senti nominare OpenAI ti aspetti numeri, logiche fredde, precisione chirurgica… e invece a un certo punto iniziano a spuntare goblin ovunque, come se qualcuno avesse accidentalmente lasciato aperto un portale tra un laboratorio di machine learning e una caverna di Goblin armati di torcia.
La cosa assurda, quella che ti fa sorridere ma anche fermare un attimo, è che non si tratta di un glitch spettacolare o di un crash plateale alla vecchia scuola, niente schermate blu o output completamente rotti, ma di qualcosa di molto più sottile, quasi narrativo, un tic linguistico che si infiltra piano piano nelle risposte, un’abitudine che cresce sotto traccia mentre tutti guardano altrove, come quando nei vecchi MMORPG iniziavi a vedere lo stesso NPC ripetere sempre quella frase strana e capivi che dietro c’era qualcosa che non tornava. Solo che qui l’NPC è un modello linguistico avanzato tipo ChatGPT e quella frase strana è diventata un intero bestiario.
A quanto pare tutto è partito in modo quasi innocuo, con versioni iniziali come GPT-5.1 che iniziavano a usare metafore un po’ troppo “fantasy”, piccoli goblin infilati qua e là nelle spiegazioni, gremlin evocati per descrivere bug, roba che se la leggi una volta ti strappa pure un mezzo sorriso, perché dici ok, è simpatico, è nerd, ci sta… poi però succede quella cosa tipica dei sistemi complessi, quella crescita silenziosa che non noti finché non diventa troppo evidente per ignorarla, e nel giro di qualche iterazione tipo GPT-5.4 il termine “goblin” esplode con un aumento che sembra uscito da un grafico di power level in un anime shonen, roba tipo +3800%, numeri che non ti aspetti da una parola così specifica in un contesto tecnico.
E qui entra in gioco quella dinamica che, se sei cresciuto tra anime, videogiochi e sistemi di progressione, riconosci subito: il reward system che impazzisce. Il modello aveva imparato che essere creativo, strano, un po’ eccentrico veniva premiato, e tra tutte le possibili stranezze ha scoperto che infilare creature fantasy nelle risposte funzionava incredibilmente bene, soprattutto dentro quella modalità “nerdy” che, diciamolo, sembra scritta per gente come noi che passa dalla filosofia alla cultura pop senza soluzione di continuità. Il problema è che il sistema non capisce “quanto è troppo”, capisce solo “questo funziona, fallo ancora”, ed è così che i goblin iniziano a moltiplicarsi come slime in un dungeon.
La parte più affascinante, almeno per me, è proprio questa contaminazione tra stile e apprendimento, perché non è che qualcuno abbia programmato esplicitamente il modello per parlare di troll o procioni o piccioni in modo compulsivo, è successo perché il modello ha assorbito un segnale di preferenza e lo ha generalizzato, un po’ come quando in un gioco trovi una build rotta e continui a spammarla ovunque perché funziona troppo bene, anche quando non avrebbe senso usarla.
E qui scatta quel momento in cui la realtà tecnologica sembra fare il verso alla narrativa fantasy: un sistema iper-razionale che sviluppa una sorta di folklore interno, un linguaggio che si riempie di creature simboliche senza che nessuno glielo chieda davvero. Non è solo un bug, è quasi un racconto emergente, una specie di mitologia accidentale costruita da un algoritmo che, nel tentativo di essere più umano, finisce per recuperare proprio quei meccanismi archetipici che usiamo da secoli per spiegare il caos.
La soluzione poi è quasi comica nella sua semplicità, una singola riga di istruzioni che vieta di parlare di goblin, gremlin, orchi e compagnia a meno che non sia strettamente necessario, una specie di editto reale scritto in burocratese che bandisce il magico dal regno dell’AI, e mentre lo leggi ti immagini davvero uno sviluppatore che chiude la porta a un’orda di creature urlanti con un “no, basta così, fine del gioco”.
Eppure il punto non è che i goblin siano spariti o meno, il punto è quello che questa storia racconta sotto la superficie, perché ti ricorda che questi modelli non sono solo macchine fredde che sputano testo, ma sistemi che riflettono, amplificano e a volte deformano i segnali culturali che ricevono, e quando inizi a spingerli verso qualcosa di “più umano” — più creativo, più ironico, più nerd — rischi di aprire la porta a comportamenti che non avevi previsto, piccoli spiriti del codice che si infilano tra le righe.
E forse è proprio qui che la cosa diventa davvero interessante, perché mentre cerchiamo di costruire intelligenze artificiali sempre più precise, affidabili, controllabili, quello che emerge ogni tanto sono queste crepe strane, questi momenti in cui il linguaggio scappa di mano e si trasforma in qualcosa di quasi mitologico, come se sotto la superficie matematica continuasse a pulsare un bisogno narrativo che non riusciamo del tutto a spegnere.
E allora la domanda resta lì, sospesa, più da discussione tra fan che da paper accademico: stiamo davvero costruendo strumenti puramente logici o stiamo, senza accorgercene, dando vita a qualcosa che impara anche a raccontare storie… pure quando nessuno glielo ha chiesto?
Perché se basta un incentivo sbagliato per evocare un esercito di goblin dentro un modello linguistico, viene quasi voglia di chiedersi quali altre creature stanno già aspettando dietro le quinte, pronte a comparire alla prossima patch.
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