Alcuni film arrivano così, senza bussare. Ti trovano mentre stai scrollando, mentre pensi di aver già visto tutto, mentre sei convinto che le storie di sport abbiano finito le carte migliori. Poi parte una scena, una vibrazione nei colori, un movimento che non ti aspetti, e capisci che no, non avevi previsto niente. GOAT: Sogna in grande fa questo effetto. Non perché reinventi l’universo, ma perché prende un sogno sproporzionato e lo mette in campo senza chiedere scusa. Si sente subito che dietro c’è Sony Pictures Animation. Non come marchio appiccicato all’inizio, ma come mentalità. Dopo Spider-Man: Into the Spider-Verse e Spider-Man: Across the Spider-Verse, l’animazione non è più un contenitore neutro. È linguaggio, ritmo, presa di posizione. Qui non serve addolcire la realtà, serve amplificarla. Per questo il mondo di GOAT è popolato solo da animali antropomorfi e funziona alla grande. Non come favola rassicurante, ma come arena emotiva. Lo sport non sta sullo sfondo. È il centro di tutto, è il posto dove vieni giudicato, ignorato, spinto ai margini o finalmente visto.
Il roarball, questo sport inventato che sembra una follia partorita da un gamer con troppe ore di adrenalina addosso, diventa credibilissimo dopo pochi minuti. Mischia basket, football, contatto fisico, velocità, strategia. Ma soprattutto mescola testa e corpo. Non vince chi è più grosso, vince chi legge il gioco. E questa cosa, se sei cresciuto tra anime sportivi, shōnen pieni di allenamenti impossibili e partite decise da un’intuizione all’ultimo secondo, ti colpisce dritto allo stomaco.
Il fatto che tra i produttori ci sia Stephen Curry non è una curiosità da trivia. È una chiave di lettura. Curry è uno che ha riscritto il manuale ignorando chi diceva “non hai il fisico”, “non è il tuo ruolo”, “non funziona così”. In GOAT quella filosofia diventa narrazione. Diventa carne, sudore, frustrazione. Diventa Will.
Will è una capra. Piccola. Fuori scala. In un campionato dominato da animali enormi e iperperformanti, lei sembra un errore di sistema. E il film non perde tempo a spiegartelo con le parole giuste o con la musica triste. Te lo fa sentire. Negli sguardi che scivolano via. Nei passaggi che non arrivano. Nella sensazione costante di essere nel posto sbagliato, anche quando sei tecnicamente dove hai sempre sognato di arrivare. Se almeno una volta nella vita ti sei sentito così, GOAT ti parla direttamente, senza filtri.
La regia di Tyree Dillihay, che qualcuno ricorderà per Bob’s Burgers, ha una cosa preziosa: non giudica mai i personaggi. Li segue. Li accompagna. Sa quando accelerare e quando fermarsi. Sa usare il silenzio come un time-out preso al momento giusto. E accanto a lui c’è una squadra creativa che ha chiarissimo come far convivere ironia, tensione sportiva e crescita personale senza trasformare tutto in una lezione morale.
Visivamente il film gioca sporco, nel senso migliore possibile. Linee che vibrano, colori che esplodono, movimento continuo che sembra rispondere al battito cardiaco della protagonista. L’eredità Spider-Verse si sente, ma non è copia. È libertà. È l’idea che l’animazione possa permettersi di essere sporca, emotiva, eccessiva, imperfetta. Esattamente come lo sport quando smette di essere statistica e diventa racconto.
Sotto tutto questo, però, c’è una cosa molto semplice e molto potente. GOAT parla di intelligenza di gioco. Di allenamento. Di resilienza emotiva. Di corpi che non rientrano negli standard. Di ruoli assegnati troppo in fretta. E lo fa senza alzare il dito, senza spiegarti cosa dovresti pensare. Ti mostra cosa succede quando smetti di giocare per dimostrare qualcosa e inizi a giocare davvero per la squadra. Se ami i grandi sport movie, da Rocky a Space Jam, qui riconosci i codici. Ma li vedi filtrati da una sensibilità contemporanea, nerd nel senso più puro del termine, capace di parlare a chi vive di cultura pop, social, hype e identità frammentate.
Per il pubblico italiano c’è un livello in più che funziona sorprendentemente bene. Il doppiaggio non è solo adattamento, è dialogo culturale. Alessandro Florenzi che presta la voce a Rusty, pipistrello commentatore iperattivo, insieme a Pierluigi Pardo nei panni di Chuck, crea una dinamica che sembra uscita da una telecronaca notturna vista con amici. Beatrice Arnera, come Olivia Burke, porta in scena il peso della popolarità, della pressione mediatica, dell’essere un’icona mentre stai ancora cercando di capire chi sei. Sono scelte che raccontano una visione precisa: sport, spettacolo e cultura pop non sono compartimenti stagni, sono lo stesso ecosistema.
Dopo il cinema, GOAT continuerà a vivere anche in streaming, e ha tutta l’aria di quei film che crescono col passaparola. Quelli che magari non esplodono subito, ma restano. Si sedimentano. Tornano fuori nelle conversazioni. Nei consigli dati a caso. Nei “oh, guarda questo, fidati”.
GOAT: Sogna in grande non chiede attenzione distratta. Chiede tifo. Chiede identificazione. Chiede di ricordarti perché, nonostante tutto, continuiamo ad amare storie così. Perché parlano di sogni troppo grandi, di tentativi improbabili, di quella scintilla che ti fa provarci anche quando la probabilità è ridicola. E se sei qui a leggere, probabilmente sai benissimo di cosa sto parlando.
Ora tocca a voi. Se il roarball fosse reale, che animale scegliereste di essere? E giochereste per brillare o per far brillare la squadra? La discussione è aperta, come ogni partita che vale davvero.
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