La sensazione è quella che ti prende allo stomaco quando entri in sala con il cosplay ancora addosso dopo una fiera, magari con la parrucca che pizzica un po’ e il make-up che resiste eroicamente da ore, e per un attimo ti dimentichi tutto perché lo schermo si accende e diventa più reale del mondo fuori, più reale anche di te. È lì che capisci perché ogni volta torni, perché per quanto amiamo le piattaforme, i binge watching alle tre di notte e le reaction su Discord, il cinema resta un’altra cosa. E lo sa benissimo Studio Ghibli, che ha deciso di ricordarcelo nel modo più Ghibli possibile: senza gridare, senza effetti speciali urlati, ma con quella delicatezza che ti spiazza e ti resta addosso.
Questa volta tutto ruota attorno a un piccolo gesto, un cortometraggio celebrativo firmato da Hayao Miyazaki per accompagnare l’apertura del nuovo cinema Toho Cinemas Sakae a Nagoya, che detta così sembra una semplice inaugurazione, ma se mastichi un minimo di cultura anime capisci subito che non è solo una questione di mura e poltrone, è un punto di incontro simbolico tra passato e presente, tra quel modo di raccontare storie che nasceva sulla pellicola e il nostro modo di viverle oggi tra streaming, clip e timeline infinite.
Il corto scivola addosso come un ricordo che non sapevi di avere ancora dentro, una sequenza di schizzi, linee morbide e personaggi che si affacciano come vecchi amici ritrovati dopo anni, da Nausicaä della Valle del Vento fino a Il ragazzo e l’airone, senza bisogno di spiegare niente, perché tanto lo sai già, lo senti già, è quel tipo di emozione che non ha bisogno di traduzione, che arriva diretta e ti fa venire voglia di tornare bambina anche solo per un secondo.
E mentre scorrono queste immagini, quella frase ti colpisce come un crit in un JRPG ben piazzato: le storie nascono sempre al cinema. Non è una citazione buttata lì, è una dichiarazione d’intenti, quasi una presa di posizione in un’epoca in cui tutto è accessibile subito, ovunque, in qualsiasi momento. E invece no, Ghibli si ferma e ti guarda negli occhi, come farebbe Totoro sotto la pioggia, e ti dice che alcune cose funzionano solo se condivise, solo se vissute insieme ad altri sconosciuti seduti accanto a te nel buio.
La scelta di Nagoya non è casuale, e chi ha mai sognato di andare al Ghibli Park lo sa bene, perché quella zona è ormai un piccolo santuario per chi vive di anime, una di quelle mete che metti nella wishlist insieme al Comiket e al primo viaggio in Akihabara, un posto dove la linea tra realtà e immaginazione si fa sottilissima e dove aprire un cinema non è solo business, è quasi un atto culturale.
Poi arriva quella voce. E lì, lo ammetto, ho avuto un momento di debolezza totale da fan. Perché dietro la narrazione si nasconde Noriko Hidaka, la stessa che ha dato vita a Satsuki in Il mio vicino Totoro, e sentirla oggi, con quella tonalità che sembra non essere cambiata mai, è come ricevere un messaggio dal passato, uno di quelli che non sapevi di aspettare ma che appena arriva ti manda completamente in tilt emotivo.
È in quel momento che il corto smette di essere promozione e diventa qualcosa di personale, quasi intimo, come quando rivedi un anime che ti ha cambiato la vita e ti accorgi che non sei più la stessa persona, ma quelle emozioni funzionano ancora, anzi forse funzionano di più, perché ora le capisci davvero.
Intanto il progetto si espande oltre il video, invade le sale, i poster, gli spazi fisici, con le illustrazioni di Miyazaki che iniziano a comparire nei cinema di tutto il Giappone, trasformando ogni ingresso in una specie di portale Ghibli, e già immagino le file, i fan che scattano foto, quelli che cercano di portarsi a casa i volantini come reliquie, perché sì, siamo fatti così, trasformiamo ogni cosa in memoria tangibile, in collezione, in pezzo di noi.
Quello che resta, però, non è l’evento, non è nemmeno il corto in sé. È quella sensazione che ti rimane addosso dopo, quando esci dalla sala e il mondo fuori sembra leggermente diverso, come se qualcuno avesse abbassato un filtro e tu stessi ancora vedendo tutto con gli occhi di un film.
E forse è proprio qui che Studio Ghibli continua a vincere facile, perché mentre tutto cambia velocemente, mentre passiamo da una serie all’altra senza nemmeno il tempo di metabolizzare, loro riescono ancora a fermarti, a costringerti a sentire davvero qualcosa, a ricordarti perché hai iniziato ad amare gli anime, il cinema, le storie.
Sarà che io continuo a credere che la magia vera succeda solo quando le luci si abbassano e qualcuno accanto a te trattiene il respiro nello stesso identico momento in cui lo fai tu, oppure sarà che Ghibli sa esattamente dove colpire per farci crollare tutte le difese… ma una cosa è certa: ogni volta che qualcuno prova a dire che il cinema è solo un formato tra tanti, mi torna in mente quella frase e mi viene da sorridere.
E a questo punto sono curiosa di sapere una cosa, senza filtri, proprio da fan a fan… voi l’ultima volta che avete sentito quella magia addosso, quella vera, non quella da autoplay… ve la ricordate davvero?
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