Il Gatto Mammone: tra diavoli, fiabe e scimmie demoniache. Viaggio nel mistero di una creatura del folklore italiano

Nel cuore oscuro delle fiabe italiane, tra racconti bisbigliati accanto al fuoco e leggende che si tramandano da secoli, si aggira una creatura dai mille volti e dai mille nomi: il Gatto Mammone, o Gattomammone, o persino Gatta Mammona. Figura sfuggente, ambigua, spesso terrificante, è difficile dire se si tratti di un animale reale trasfigurato nel tempo o di un’invenzione partorita da incubi ancestrali. Ma una cosa è certa: questo essere ha attraversato i secoli, insinuandosi tra le pieghe della cultura popolare, della letteratura e persino dell’arte.

Le prime tracce del Gatto Mammone ci rimandano a creature non ben identificate, una sorta di scimmia, forse un babbuino, come compare in testi arcaici. Eppure, nel mondo della fantasia popolare, la creatura si trasforma in qualcosa di ben diverso: un mostro con le sembianze di un enorme gatto, dai tratti demoniaci e dal portamento sinistro. Il nome stesso pare un incrocio tra il comune “gatto” – da sempre animale ambivalente, amato e temuto, simbolo di mistero e occulto – e il termine arabo “maymūn” (scimmia) oppure “Mammona”, termine biblico di origine siriaca, spesso associato al demonio e all’avidità. Ne nasce un’immagine inquietante, quella di un ibrido infernale, predatore notturno che terrorizza le mandrie e fa impazzire il bestiame al pascolo. Il suo verso, raccontano, è un ibrido tra un miagolio e un ruggito, e le sue apparizioni sono così furtive che delle sue vittime non rimane nemmeno l’ombra… o le ossa.

Un demone o un guardiano?

Ma non tutte le storie dipingono il Gatto Mammone come una creatura ostile. In alcuni racconti il suo ruolo si ribalta: da bestia infernale diventa spirito protettore, capace di tenere lontani gli incantesimi degli stregoni e di vegliare su luoghi sacri o famiglie contadine. In queste versioni, il Gatto Mammone è spesso nero, con una distintiva emme bianca sul muso – forse un marchio di potere o un segno di riconoscimento magico. Si annida negli angoli bui delle case, negli anfratti delle stalle, come sentinella silenziosa tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti.

Maschere, Carnevale e magia: le varianti regionali

In Sardegna, precisamente a Sarule, il Gatto Mammone si incarna in “su Maimòne”, un fantoccio realizzato con stracci e pelli di gatto. Questa maschera mostruosa rappresenta lo spirito del Carnevale, un’entità ambigua tra il grottesco e il sacro, che sfila tra le strade come incarnazione della trasgressione e del caos rituale. Martiperra, invece, è una variante gigantesca e rabbiosa che punisce chi lavora il Martedì Grasso: un gatto infernale che assale i trasgressori della festa con ira soprannaturale.

Nel Napoletano, e in particolare nel litorale vesuviano, ‘o Mammone è più chiaramente legato al mondo magico e demoniaco. Descritto come un essere a metà tra felino e primate, agisce come un potente alleato dei fattucchieri, compiendo prodigi e sortilegi in loro nome. Il folklore locale gli attribuisce una forza immensa e una sapienza maligna, rendendolo una delle figure più temute del pantheon oscuro campano.

Il Gatto Mammone in letteratura: da Basile a Buzzati

Il Gatto Mammone non è mai rimasto confinato nelle leggende contadine. Dalla tradizione orale, ha fatto il salto nei testi scritti, popolando fiabe e racconti sin dai primi secoli della letteratura italiana. Appare nel Pentamerone di Giambattista Basile, raccolta madre di moltissimi archetipi fiabeschi, e nella Novellaja Fiorentina di Vittorio Imbriani. In queste storie spesso è una creatura che incarna la paura dell’ignoto, usata per spaventare i bambini, un po’ come il Babau o l’Uomo Nero.

Persino nella prosa medievale e trecentesca troviamo riferimenti alla creatura: Iacopo Passavanti, nel suo Specchio della vera penitenza, la paragona a un satiro; Immanuel Romano la cita nel suo Bisbio a magnificentia con tono ironico e misterioso; Marco Polo, nel Milione, adopera il termine a volte per indicare un leopardo o una bestia feroce. E ancora nel Detto del gatto lupesco, anonima opera toscana del Duecento, il Gatto Mammone diventa protagonista e narratore, cavalcando tra le fila di Re Artù.

Nel romanticismo tedesco, Goethe inserisce una Gatta Mammona nel suo Faust: un famiglio stregonesco dalla lunga coda che lavora in una fucina alchemica. Lì, sotto gli ordini di Mefistofele, distilla pozioni che alterano il destino e la carne. La figura viene qui chiamata Meerkatze, “gatto di mare”, ma il significato magico e demoniaco resta centrale.

Nel Novecento e oltre, la creatura continua a vivere. Dino Buzzati la cita ne La famosa invasione degli orsi in Sicilia e le dedica un intero racconto, Il gatto mammone, nell’antologia Per grazia ricevuta (1971). Stefano Amadei lo include come coprotagonista nel romanzo L’Inferno di Malinverno, dove il felino oscuro si aggira tra i gironi danteschi, e lo riprende nella raccolta Racconti svolazzanti, ripescando antiche fiabe della Toscana e della Lombardia.

Tra cinema, musica e cultura pop

Il Gatto Mammone non è solo carta e inchiostro. La cultura di massa italiana, da sempre affascinata dal grottesco e dall’assurdo, lo ha adottato con affetto e ironia. Nel 1975, il regista Nando Cicero gli dedica un film dal tono comico, Il gatto mammone, con un cast iconico che include Lando Buzzanca e Gloria Guida.

In una scena memorabile del film Un americano a Roma, il grande Alberto Sordi, vedendo un gatto randagio che mangia su un foglio di giornale, gli intima: «Gatto mammone, fai finta de legge er giornale! Canta i salmi!», in una perfetta fusione tra sacro e profano, ridicolo e soprannaturale.

Il nome compare anche nella musica: Antonio Infantino gli dedica il brano La gatta mammona, che rievoca le atmosfere stregate della cultura meridionale.

Anche le carte napoletane lo immortalano: nel tre di bastoni, al centro della figura, troneggia una maschera conosciuta appunto come “il gatto mammone”, simbolo esoterico nascosto tra le pieghe del gioco.

Non manca nemmeno nei cartoni animati: in La spada nella roccia, la strega Maga Magò si dichiara apertamente “un gatto mammone”, trasformandosi in un felino demoniaco durante il duello magico con Merlino.

Un mito che sopravvive

Dai margini delle fiabe contadine al cuore della cultura pop, il Gatto Mammone è una creatura che sfida le classificazioni. Non è solo una bestia: è un’idea, un simbolo. È l’incarnazione del timore infantile e della saggezza arcaica, della magia e della superstizione, del grottesco e del meraviglioso. Un animale che non si lascia addomesticare, che sfugge alla razionalità e si nasconde nei sogni, nei racconti, nei vicoli scuri della memoria italiana.

Per chi ama esplorare le pieghe oscure del folklore, per chi colleziona antiche leggende come fossero talismani, il Gatto Mammone resta una figura imprescindibile. E se la notte, tra il fruscio delle fronde e il silenzio che precede l’alba, sentite un miagolio che somiglia troppo a un ruggito… forse non siete soli.


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