Sono uscita dalla sala con quella sensazione addosso che riconosci subito, se frequenti da anni il cinema di confine. Quella specie di silenzio interno che non ha nulla a che fare con l’emozione classica, ma con qualcosa di più viscerale, quasi scomodo. Garm Wars – L’ultimo druido non è un film che accompagna lo spettatore. Ti lascia lì, fermo, mentre lui prosegue per conto suo. Con Mamoru Oshii è sempre stato così. Chi ha attraversato almeno una volta Ghost in the Shell o si è perso nei corridoi mentali di Avalon lo sa bene: Oshii non gira storie, costruisce stati d’animo. Qui lo fa in una lingua che non è la sua, ma senza rinunciare a nulla. Nessun ammorbidimento, nessuna concessione a chi cerca un fantasy rassicurante o una fantascienza “spiegata”.
Annwn non è un mondo, è una ferita. Un non-luogo dove la guerra è diventata tradizione, abitudine, persino identità. Le razze che lo abitano sembrano più simboli che popoli, e il Garm stesso appare come un’idea prima ancora che come una civiltà. Tutto vive in una sospensione continua, come se il tempo avesse deciso di smettere di scorrere e limitarsi a ristagnare. Guardando il film, ho avuto più volte la sensazione di assistere a un rituale, non a una narrazione. Wydd e Nascien camminano, parlano, combattono, ma senza mai incarnare davvero l’eroismo. Non c’è slancio, non c’è promessa di redenzione. Solo una specie di ostinazione silenziosa, quasi meccanica. Ed è proprio qui che Oshii colpisce più forte: mostra cosa resta dell’umanità quando il senso si perde e si va avanti solo perché fermarsi sembra impossibile.
Visivamente, Garm Wars – L’ultimo druido è un oggetto spigoloso. I costumi sembrano evocazioni più che abiti, i veicoli da guerra paiono usciti da un sogno interrotto, e la CGI è volutamente innaturale, distante da qualsiasi ambizione fotorealistica. Non cerca di convincere, non cerca di imitare. Anzi, sembra quasi voler ricordare continuamente allo spettatore che quello che sta guardando è artificio, costruzione, illusione. Una scelta che può respingere, ma che ha una coerenza ferrea con il mondo che racconta.
La musica di Kenji Kawai non accompagna le immagini, le osserva. Entra ed esce con discrezione, come una voce che commenta senza mai spiegare. È una colonna sonora che ti scivola addosso mentre guardi, ma che riaffiora dopo, quando le immagini hanno già smesso di muoversi.
E poi c’è quel finale. Che finale non è. Un’interruzione, piuttosto. Una porta lasciata socchiusa, senza alcuna intenzione di richiuderla. Nessuna risposta, nessuna rassicurazione, solo nuove domande che si accavallano. È una scelta che può far storcere il naso, ma che è profondamente onesta. Oshii non ha mai creduto nelle conclusioni nette, e qui lo dimostra ancora una volta.
Uscendo dal cinema, ho sentito qualcuno definirlo “freddo”, qualcun altro “incomprensibile”. Io l’ho trovato coerente fino all’ostinazione. Forse troppo ambizioso per la sua durata, forse più interessato alle idee che alla loro messa a fuoco definitiva. Ma anche profondamente diverso da qualsiasi altra esperienza passata di recente in sala.
Garm Wars – L’ultimo druido non chiede di essere amato. Chiede di essere attraversato. E forse, mentre ancora ci penso, la vera domanda resta questa: quanto siamo disposti ad accettare un cinema che non ci prende per mano, ma ci guarda negli occhi e poi si volta, lasciandoci lì, a decidere se seguirlo oppure no.
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