Oggi, 1° ottobre, il Gabibbo spegne 35 candeline. E lo fa da protagonista assoluto della televisione italiana, quella che ha saputo mischiare satira, cultura pop e denuncia civile con un’ironia riconoscibile a chilometri di distanza. Creato dalla mente geniale di Antonio Ricci, il pupazzo rosso più famoso del Bel Paese ha debuttato nel 1990 a Striscia la Notizia, conquistando fin da subito il pubblico grazie a quella miscela inimitabile di dialetto genovese, sarcasmo pungente e spirito da “vendicatore rosso”. Nel corso dei decenni, il Gabibbo non è stato solo un simbolo televisivo: è diventato un’icona culturale, un archetipo pop che incarna tanto il lato comico quanto quello critico della nostra Italia televisiva. Con la sua voce roca (quella di Lorenzo Beccati), il suo accento ligure inconfondibile e la sua pancia bonaria, è riuscito a fare qualcosa che pochi personaggi televisivi hanno osato: farsi portavoce dei cittadini contro le ingiustizie, senza mai smettere di far sorridere.
Dall’ironia alla denuncia: il Robin Hood di peluche
Quando apparve per la prima volta sul bancone di Striscia la Notizia il 1° ottobre 1990, nessuno avrebbe immaginato che il Gabibbo sarebbe diventato una sorta di supereroe civico. Con il suo “S.O.S. Gabibbo”, il pupazzo cominciò a raccogliere le segnalazioni dei cittadini, dando voce a chi non ne aveva e trasformandosi in un simbolo di giustizia popolare.E se all’inizio il personaggio era nato come provocatore, nel tempo divenne il difensore degli italiani comuni, un misto tra giullare medievale e paladino dei deboli. Non a caso, è stato definito più volte il Robin Hood di peluche o, come amava chiamarlo Ricci stesso, “il vendicatore rosso”.
L’etimologia di un nome che racconta un Paese
Il nome “Gabibbo” è un piccolo romanzo etimologico tutto italiano. Deriva dal termine genovese gabubbo, usato nell’Ottocento per indicare gli scaricatori del porto di Massaua, in Eritrea — un richiamo al nome arabo Habib, che significa “amato”. Nel dopoguerra, la parola assunse un significato ironico, e in Liguria cominciò a indicare i meridionali immigrati al Nord, in modo simile al “terrone” milanese ma con una sfumatura più bonaria.
Antonio Ricci, da buon ligure, lo scelse come simbolo di autoironia e inclusione, trasformando un termine che nasceva da un pregiudizio in un nome amato da tutti. È il miracolo linguistico del Gabibbo: ribaltare lo stigma in sorriso, la caricatura in icona.
Dietro la maschera: la squadra che gli ha dato vita
Dietro quel sorriso largo e quella voce inconfondibile c’è un team di talenti. L’animatore storico del Gabibbo è stato il mimo Gero Caldarelli, che dal 1990 fino alla sua scomparsa nel 2017 gli ha dato movimento, umanità e un’anima teatrale unica. Dopo di lui, il testimone è passato a Rocco Gaudimonte, suo allievo e degno erede.
A dare voce al pupazzo, fin dal primo giorno, c’è Lorenzo Beccati, scrittore e doppiatore, la cui interpretazione ha reso il Gabibbo più reale di tanti conduttori in carne e ossa. Le sue battute — da “besugo d’un besugo” a “ti spacco la faccia!” — sono diventate tormentoni da bar e meme ante litteram, molto prima che Internet li consacrasse come linguaggio universale.
Tra televisione, musica e pop culture
Il Gabibbo non si è limitato al bancone di Striscia. Ha condotto Paperissima Sprint, affiancando negli anni alcune delle donne più amate della TV italiana — da Michelle Hunziker a Giorgia Palmas, da Maddalena Corvaglia a Juliana Moreira — e ha partecipato a programmi come Veline, Velone e Cultura moderna.
Ha anche avuto una carriera musicale sorprendente: la sua hit d’esordio Ti spacco la faccia del 1990 arrivò in cima alle classifiche italiane. Seguono Fu Fu Dance, Fritto Misto, Cun a Cua, Balla che ti passa e persino Veleno e Veline. Brani ironici ma anche specchio di un’Italia che non si prendeva troppo sul serio, dove perfino un pupazzo poteva fare satira sociale a ritmo di dance.
Il Gabibbo e il “processo del secolo”: il caso Big Red
Nel 2003 il pupazzo rosso finì in tribunale. La Western Kentucky University e il suo ideatore Ralph Carey accusarono Ricci di aver plagiato la loro mascotte Big Red. Dopo anni di battaglie legali, la Corte di Cassazione nel 2017 mise la parola fine alla questione: il Gabibbo non era un plagio, ma un personaggio originale a tutti gli effetti.
Anzi, i giudici italiani stabilirono che Big Red non raggiungeva nemmeno il livello di creatività necessario per essere protetto dal diritto d’autore. Il “processo del secolo” si chiuse così con un lieto fine tricolore: il nostro eroe rosso uscì più pulito che mai, con tanto di risarcimento per le spese legali.
Curiosità da collezione
Il Gabibbo è stato protagonista di linee di giocattoli, gadget, diari e persino gioielli, come la collezione “Mondo Gabibbo” di Giochi Preziosi. È anche l’unico pupazzo della storia italiana ad aver vinto un Telegatto, conquistato nel 1991 come “personaggio rivelazione dell’anno”.
C’è stata persino una “Gabibba”, la sua controparte femminile, apparsa in alcune edizioni speciali dei programmi Mediaset, anche se non ha mai avuto la stessa fortuna. Eppure, nel cuore del pubblico, il Gabibbo resta un personaggio monolitico, unico e irripetibile — un mix tra Totò e Homer Simpson in salsa genovese.
35 anni dopo: il mito resta rosso
Oggi, il Gabibbo continua ad apparire nelle sigle e nei promo di Striscia, anche in versione 3D. È un simbolo di continuità in un panorama televisivo che cambia continuamente volto, ma che non smette di avere bisogno di voci vere, dirette, popolari.
Per molti italiani cresciuti negli anni ’90, il suo “Ciao belandi!” è più di un saluto: è un frammento di memoria collettiva, un suono che evoca l’epoca d’oro della TV generalista, quando il prime time era una festa di famiglia.
E forse è proprio questo il segreto del suo successo: il Gabibbo non è solo un pupazzo, ma una maschera contemporanea, figlia della commedia dell’arte e sorella dei supereroi pop. In lui convivono Arlecchino, Charlie Chaplin e un pizzico di Deadpool: un giullare che, ridendo, dice la verità.
E allora… tanti auguri, Gabibbo!
Trentacinque anni di battute, canzoni, telegatti e battaglie civiche non sono solo un record televisivo: sono la prova che anche un pupazzo può cambiare la storia della satira italiana.
E tu, figgeu, quanti ricordi hai con il nostro vendicatore rosso? Raccontacelo nei commenti su CorriereNerd.it o sul nostro canale Telegram @corrierenerd — perché la leggenda del Gabibbo continua, una risata alla volta.
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