Un tempo bastava una spada leggendaria, un party ben bilanciato e un boss finale per sentirsi sazi, per avere la sensazione di aver chiuso un cerchio, come quando finivi una run a Final Fantasy o spegnevi la console dopo i titoli di coda, lasciando scorrere quella malinconia dolce che solo certi viaggi sanno dare, e invece Frieren: Oltre la fine del viaggio prende quel momento preciso, quello in cui tutto dovrebbe essere finito, e lo dilata fino a trasformarlo nel vero cuore della storia, ribaltando una grammatica narrativa che per chi è cresciuto tra anime anni ’90, JRPG e fantasy alla Tolkien era quasi una religione.
L’annuncio dell’adattamento animato dell’omonimo manga scritto da Kanehito Yamada e disegnato da Tsukasa Abe, arrivato quasi in sordina rispetto ai grandi colossi shonen, è stato uno di quei momenti che i lettori di manga riconoscono subito: la sensazione che qualcosa di diverso stesse per succedere davvero. Poi il debutto, con quell’episodio iniziale lungo quasi come un film, ha fatto il resto. Non era solo una trasposizione, era una dichiarazione d’intenti. E quando dietro c’è uno studio come Madhouse, uno di quelli che per la nostra generazione significano qualità quasi automatica, capisci che non si tratta di un esperimento qualunque.
Eppure non è la tecnica a colpire subito. Non è neanche la regia elegante di Keiichiro Saito o la scrittura calibrata di Tomohiro Suzuki, e nemmeno quel character design morbido e umano di Reiko Nagasawa. La vera frattura arriva quando ti rendi conto che questa storia non parla di salvare il mondo. Parla di cosa succede dopo averlo salvato.
Per chi ha passato anni a vivere il fantasy come un accumulo di boss fight, power up e progressione, è quasi destabilizzante vedere una protagonista che ha già fatto tutto. Frieren non deve diventare più forte. Non deve dimostrare nulla. Deve solo capire qualcosa che ha ignorato per secoli: il valore del tempo umano.
E qui scatta quel cortocircuito emotivo che rende la serie così potente. Noi, spettatori cresciuti con protagonisti che corrono sempre avanti, ci troviamo improvvisamente costretti a guardare indietro. A riconsiderare ogni dialogo, ogni silenzio, ogni momento apparentemente insignificante.
Il rapporto con Himmel, per esempio, non è costruito come una classica storia d’amore o di amicizia eroica. È qualcosa che si capisce solo dopo. Solo quando è troppo tardi. E questa è una scelta narrativa che, da adulto, senti addosso in modo diverso rispetto a quando eri ragazzino davanti a Dragon Ball o Naruto. Perché qui non c’è il pathos immediato. C’è la consapevolezza tardiva.
E mentre Frieren attraversa il mondo che ha contribuito a salvare, la serie fa qualcosa di rarissimo nel panorama anime contemporaneo: rallenta. Si prende il tempo. Ti costringe a stare nei momenti. Quelli piccoli, quotidiani, quasi inutili. Quelli che in qualsiasi altro anime sarebbero riempitivi.
E invece diventano tutto.
Il viaggio con Fern e Stark non è solo una dinamica mentore-allievi. È un confronto costante con la mortalità. Loro crescono, cambiano, evolvono. Lei no. O meglio, cambia in modo diverso, più lento, più sottile. E questo crea una tensione narrativa silenziosa ma costante, perché sai già come andrà a finire. Non serve un colpo di scena. Basta il tempo.
Anche la gestione dei demoni è una di quelle cose che ti restano addosso. Non sono antagonisti urlanti, non sono nemici da power scaling. Sono entità che non comprendono l’empatia, che simulano il linguaggio umano senza viverlo davvero. Una scelta inquietante, quasi disturbante, che li rende più alieni di qualsiasi creatura fantasy classica. E in un’epoca in cui siamo abituati a villain “comprensibili”, questa freddezza torna a fare paura nel modo giusto.
E poi c’è la musica di Evan Call, che non accompagna semplicemente le scene ma le dilata, le sospende, le rende quasi tangibili, mentre le opening e ending — da YOASOBI a Milet — funzionano come porte emotive, veri trigger per entrare e uscire da questo mondo con quella sensazione di malinconia controllata che ti resta anche dopo.
Guardando Frieren è impossibile non pensare a quanto il fantasy sia cambiato, o forse a quanto stia tornando a una forma più adulta, più riflessiva, meno ossessionata dalla spettacolarità e più interessata al significato. Perché sì, le scene d’azione ci sono, e sono anche bellissime, ma non sono mai il centro. Sono quasi un linguaggio secondario.
Il centro è il tempo.
E forse è questo che rende Frieren: Oltre la fine del viaggio una delle opere più importanti degli ultimi anni. Non perché reinventa il fantasy, ma perché lo guarda da un’angolazione che avevamo dimenticato. Quella di chi resta. Di chi deve convivere con i ricordi. Di chi capisce troppo tardi.
E mentre scorrono gli episodi, ti accorgi che non stai seguendo solo un anime. Stai facendo i conti con qualcosa di personale. Con tutte quelle volte in cui non hai dato peso a un momento, a una persona, a una parola.
E allora la domanda non è più se Frieren sia uno dei migliori anime del decennio.
La domanda vera è un’altra.
Quanti di quei momenti, nella nostra vita, li abbiamo già lasciati passare senza accorgercene?
E soprattutto… siamo ancora in tempo per guardarli davvero?
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