A pensarci oggi, mentre scorrono feed pieni di trailer, leak e hype programmato, viene quasi da sorridere ricordando quanto fosse diversa la percezione del fumetto in Italia qualche decennio fa, quando parlare di Nona Arte significava spesso dover giustificare una passione, difenderla, darle dignità culturale davanti a chi la considerava poco più di un passatempo da ragazzi; ed è proprio in quel territorio un po’ ostile eppure fertile che si muoveva una figura come Franco Fossati, uno che non si limitava a raccontare i fumetti ma li studiava, li archiviava, li metteva in relazione con tutto il resto, come se fossero tessere di un mosaico più grande che parlava di società, immaginario, linguaggio visivo e memoria collettiva.
Chi è cresciuto tra edicole e albi spillati sa bene cosa significa avere qualcuno che legittima quella passione, che la prende sul serio senza mai farla diventare accademica in modo sterile, ed è esattamente da lì che nasce l’idea di una Fondazione che porta il suo nome, una realtà che oggi continua a muoversi tra passato e futuro con una naturalezza quasi disarmante, come se fosse sempre esistita e allo stesso tempo fosse ancora in costruzione, proprio come certi universi narrativi che non finiscono mai davvero ma si espandono.
Fondata nel 2007, la Fondazione Franco Fossati ha preso sulle spalle una missione che oggi appare evidente ma che allora non lo era affatto: trattare fumetto, illustrazione e comunicazione visiva come strumenti culturali centrali, non marginali, costruendo un archivio e una rete di relazioni che negli anni è diventata qualcosa di enorme, quasi difficile da immaginare finché non ti rendi conto che si parla di centinaia di migliaia di pezzi, tavole originali, pubblicazioni, materiali che raccontano mezzo secolo di immaginario.
Per molti di noi, quella missione ha avuto un volto preciso, un luogo concreto, e quel luogo si chiamava WOW Spazio Fumetto a Milano, un museo che non era solo un museo ma un punto di ritrovo, un passaggio obbligato per chi voleva capire davvero da dove arrivano le storie che leggiamo, un posto dove potevi passare dalla nostalgia pura di un Topolino anni ’70 a riflessioni molto più ampie su linguaggi e contaminazioni, senza mai sentirti fuori posto.
La chiusura della sede milanese nel 2025 ha lasciato un vuoto che non si misura solo in metri quadrati o concessioni amministrative, ma in quella sensazione strana che si prova quando un pezzo di geografia emotiva sparisce improvvisamente, eppure è proprio in quei momenti che si capisce la forza reale di un progetto, perché invece di spegnersi la Fondazione ha fatto quello che fanno le storie migliori: ha cambiato ambientazione, ha trovato nuovi spazi, ha riscritto il proprio percorso.
La Brianza, Desio, Monza… nomi che per qualcuno possono sembrare periferia diventano improvvisamente centro, snodo, laboratorio, e non è solo una questione logistica ma culturale, perché spostare un archivio del genere significa ridisegnare le coordinate della cultura del fumetto in Italia, portarla fuori dai circuiti più prevedibili e radicarla in territori che hanno fame di iniziative, di eventi, di linguaggi capaci di parlare a generazioni diverse.
L’accordo con il Comune di Desio, sostenuto anche da figure istituzionali come Carlo Moscatelli e Giorgio Gerosa, non è uno di quei protocolli che restano sulla carta, ma qualcosa che ha già iniziato a produrre effetti concreti, visibili, quasi tangibili, soprattutto se si pensa al successo di una mostra come quella dedicata all’Ape Maia, capace di mettere insieme generazioni diverse senza sforzo, come succede solo con le icone vere.
E poi c’è il lavoro più silenzioso, quello che non finisce nelle foto dei social ma che costruisce davvero il futuro, fatto di catalogazione, conservazione, cura quotidiana di materiali che altrimenti rischierebbero di disperdersi, un lavoro che oggi trova nuova casa negli spazi di via Guido Galli, trasformati in un centro operativo dove l’archivio prende forma, si organizza, si prepara a essere raccontato di nuovo.
Parlare con chi vive la Fondazione da dentro, come Luigi Filippo Bona, restituisce proprio questa sensazione: quella di un progetto che non si è mai fermato davvero, che ha attraversato difficoltà senza perdere identità, anzi rafforzandola, perché quando hai tra le mani cinquant’anni di storia del fumetto non puoi permetterti di pensare in piccolo.
E mentre si immagina una nuova sede museale a Monza, magari in uno spazio che prima aveva tutt’altra funzione, viene spontaneo pensare a quanto il fumetto sia sempre stato capace di abitare luoghi improbabili, di trasformarli, di contaminarli, esattamente come ha fatto Fossati quando lavorava tra redazioni, libri, collezioni, sempre con quella capacità rara di tenere insieme divulgazione e rigore, passione e metodo.
La sua figura resta difficile da incasellare in una definizione sola, perché è stato giornalista, critico, coordinatore di progetti editoriali giganteschi, autore di testi fondamentali come il Dizionario del Fumetto, e allo stesso tempo collezionista, promotore, punto di riferimento umano prima ancora che professionale, uno di quelli che lasciavano tracce profonde anche nelle relazioni, nelle amicizie, nelle idee condivise tra una fiera e l’altra, tra un viaggio e una battuta che poi diventava leggenda.
E forse è proprio questo il punto che continua a tornare, mentre si osserva quello che sta succedendo oggi attorno alla Fondazione Franco Fossati: non si tratta solo di conservare il passato, ma di creare le condizioni perché nuove storie possano nascere, perché ragazzi che oggi disegnano su un tablet o costruiscono universi su un software 3D possano sentirsi parte di una tradizione che non è mai stata immobile.
In un momento storico in cui tutto sembra correre troppo veloce, avere un archivio fisico, concreto, pieno di carta, inchiostro e memoria diventa quasi un atto politico, un modo per dire che le storie hanno bisogno di tempo, di spazio, di cura, e che il fumetto non è solo intrattenimento ma linguaggio, strumento, lente attraverso cui leggere il mondo.
Chi ha vissuto anche solo una volta quell’atmosfera fatta di tavole originali, incontri con autori, chiacchiere infinite tra appassionati sa che non si tratta di nostalgia fine a se stessa, ma di un continuo passaggio di testimone, qualcosa che oggi passa anche da Desio, dalla Brianza, da luoghi che stanno diventando nuovi punti di riferimento senza dover imitare nulla, semplicemente costruendo.
E allora viene da chiedersi, senza davvero voler trovare una risposta definitiva, se questo spostamento non sia in realtà un nuovo inizio più che una perdita, se quella che sembrava una chiusura non sia stata invece una deviazione necessaria per portare il fumetto italiano in una fase diversa, più diffusa, più radicata, forse anche più consapevole.
Chi frequenta queste storie da anni lo sa: i capitoli più interessanti arrivano spesso quando la narrazione cambia direzione, quando qualcosa si rompe e si ricompone altrove, e quello che sta succedendo intorno alla Fondazione Franco Fossati ha proprio quell’energia lì, quella sensazione di movimento che non si può ancora definire del tutto ma che vale la pena seguire.
E adesso la parola passa un po’ a tutti noi, a chi legge, a chi disegna, a chi archivia, a chi semplicemente ama questo mondo: perché alla fine le fondazioni, i musei, gli archivi esistono davvero solo se qualcuno continua ad abitarli, a discuterli, a metterli in discussione, a portarli avanti.
Se vi va, raccontate cosa rappresenta per voi un posto del genere, o cosa dovrebbe diventare nei prossimi anni: perché certe storie non si chiudono mai davvero, e forse è proprio questo il loro bello.
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