Flowervale Street ha un nome che sembra innocuo, quasi gentile. Sa di vialetti alberati, cassette della posta tutte uguali, biciclette appoggiate ai recinti e radio accese su frequenze AM. Un nome che potrebbe stare benissimo su una mappa immobiliare degli anni Ottanta, con quelle case ordinate che promettevano futuro e tranquillità. Ed è proprio lì che questo film decide di piantare le sue radici, prima di iniziare a scavare sotto la superficie, come fanno le storie migliori quando smettono di fingere di essere rassicuranti. Dietro questo progetto c’è Flowervale Street, un film di fantascienza americano scritto, diretto e prodotto da David Robert Mitchell, uno di quegli autori che non ha mai avuto fretta di spiegare tutto. Anzi. Mitchell è uno che ama lasciarti con una sensazione addosso, con un’immagine che ritorna quando meno te lo aspetti, con un dettaglio che sembra secondario e invece continua a bussare. Dopo It Follows e Under the Silver Lake, l’idea di vederlo alle prese con la fantascienza più apertamente dichiarata era già di per sé una promessa.
Poi arrivano i nomi davanti alla macchina da presa, e la promessa diventa qualcosa di più concreto. Anne Hathaway e Ewan McGregor non sono semplicemente due star infilate lì per alzare il profilo del progetto. Sono due interpreti che con la fantascienza hanno un rapporto strano, intermittente, ma sempre memorabile. Hathaway porta ancora addosso l’eco cosmica di Interstellar, McGregor è un volto che per un’intera generazione significa spade laser, sabbia di Tatooine e il peso di un destino più grande di lui. Vederli insieme in un contesto domestico, suburbano, quasi dimesso, è una di quelle idee che funzionano già sulla carta.
Accanto a loro si muovono Maisy Stella e Christian Convery, volti più giovani che aggiungono quella vibrazione familiare necessaria a una storia che parla, prima di tutto, di un nucleo che osserva il mondo incrinarsi. Completano il quadro Jordan Alexa Davis, P. J. Byrne e Chris Coy, presenze capaci di dare corpo a quel sottobosco umano che rende credibile qualsiasi anomalia.
La produzione racconta già molto dell’ambizione del progetto. A credere in Flowervale Street fin dalle prime fasi ci sono J. J. Abrams e Hannah Minghella per Bad Robot, insieme a Matt Jackson per Jackson Pictures. Quando Abrams entra in gioco, inevitabilmente si accende quel riflesso pavloviano che porta a pensare a misteri, marketing criptico, universi che potrebbero essere più grandi di quanto sembrino. È successo altre volte, e non sempre con sequel o legami nascosti, ma l’idea resta lì, come una tentazione.
Le riprese si sono mosse tra Londra e Atlanta, da marzo a giugno del 2024, luoghi che sanno trasformarsi facilmente, che possono diventare America anni Ottanta o qualcos’altro di più indefinito, più disturbante. E poi c’è l’uscita, fissata negli Stati Uniti per il 14 agosto 2026 sotto l’etichetta Warner Bros. Pictures. Una data che arriva dopo diversi spostamenti, quasi a suggerire che questo film si sia preso il suo tempo, come se anche lui avesse dovuto trovare la giusta linea temporale.
Sulla storia, Mitchell e il team hanno scelto il silenzio selettivo. Quello che filtra basta però a scatenare l’immaginazione. Una famiglia nella provincia americana degli anni Ottanta. Una quotidianità che inizia a mostrare crepe, eventi strani, piccoli segnali che qualcosa non torna. E poi una tempesta. Non una tempesta qualsiasi, ma un evento che spezza la continuità, che strappa i protagonisti dal loro tempo e li catapulta in un’era preistorica. Dinosauri. Terra primordiale. Un salto che sembra assurdo e proprio per questo affascinante.
Il pensiero corre subito a un certo cinema spielberghiano, a quell’idea di meraviglia e terrore che conviveva nello stesso fotogramma, ma qui il filtro è diverso, più inquieto, più ambiguo. Non si ha la sensazione di un’avventura a misura di famiglia, quanto piuttosto di una favola storta, di un incubo a occhi aperti in cui l’ordinario viene travolto dall’impossibile senza chiedere permesso.
Il 2026 si preannuncia come un anno saturo di fantascienza, tra grandi franchise e ritorni annunciati, e proprio per questo Flowervale Street sembra giocare un’altra partita. Non urla, non promette universi condivisi, non ostenta effetti. Sta lì, defilato, con il suo titolo tranquillo e la sua premessa folle. Un film sui dinosauri che non nasce per replicare Jurassic Park, ma per chiedersi cosa succede quando l’idea stessa di casa viene spazzata via dal tempo.
Forse è questo che lo rende così magnetico. Non sapere esattamente cosa aspettarsi. Fidarsi di un autore che ama le zone d’ombra. Lasciarsi incuriosire da un cast che sembra divertirsi a uscire dai propri recinti abituali. E restare in ascolto, come si fa durante un temporale estivo, chiedendosi se quel rumore in lontananza sia solo tuono o qualcosa di molto più antico che sta tornando a farsi sentire.
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