Final Fantasy VII ha sempre avuto uno strano talento: riesce a farti credere che il passato non sia mai davvero passato. Basta un riff di One-Winged Angel, un’inquadratura su Cloud con la Buster Sword appoggiata sulla spalla, un lampo di verde Mako che sembra uscito da un vecchio monitor CRT ma rifatto con la lucidità di un trailer next-gen, e la memoria si riaccende subito, senza chiedere permesso alla razionalità. Per questo la notizia della chiusura dei server di Final Fantasy VII: Ever Crisis, fissata ufficialmente da Square Enix per il 6 ottobre, non suona semplicemente come la fine di un gioco mobile. Ha più il sapore amaro di quelle pagine di fandom che restano online per anni, poi spariscono all’improvviso, portandosi via commenti, screenshot, build assurde, discussioni notturne e quella piccola routine quotidiana che, magari senza accorgercene, era diventata parte del nostro modo di abitare Midgar.
Final Fantasy VII: Ever Crisis era nato con una promessa potentissima, quasi pericolosa nella sua ambizione: raccogliere in un unico viaggio l’eredità di Final Fantasy VII, della sua Compilation e di tutte quelle ramificazioni narrative che per anni hanno trasformato l’opera originale del 1997 in una specie di mitologia pop giapponese, piena di ferite, memorie alterate, soldati creati in laboratorio e personaggi che sembrano sempre sul punto di dirci qualcosa di più grande di loro. Square Enix e Applibot avevano costruito il titolo come un free-to-play per iOS, Android e PC via Steam, con una struttura episodica, un’anima gacha e un’estetica curiosa, sospesa tra nostalgia chibi, remake moderno e fan service dichiarato, di quello che non si vergogna di guardarti negli occhi mentre ti rimette davanti Cloud, Tifa, Aerith, Zack e Sephiroth come se fossero carte rare tirate fuori da un binder custodito troppo bene.
Il problema, forse, è che Final Fantasy VII non è mai stato soltanto un brand da rievocare. È una ferita generazionale, un codice emotivo, una stanza mentale in cui chi è cresciuto tra PlayStation, manga cyberpunk, anime notturni e prime connessioni internet torna ogni volta con aspettative enormi. Ever Crisis provava a fare una cosa quasi impossibile: trasformare quella memoria in un’esperienza mobile quotidiana, accessibile, frammentata, aggiornata a cadenza regolare, capace di far convivere il racconto del Final Fantasy VII originale con Crisis Core, Before Crisis, Dirge of Cerberus, Advent Children e persino nuovi frammenti legati al passato di Sephiroth, con Glenn, Matt e Lucia come presenze inedite dentro una timeline ormai diventata più simile a una grande costellazione narrativa che a una semplice saga videoludica. Sulla carta sembrava una mossa perfetta per un’epoca in cui tutto vive di continuità, multiversi, lore espanse, archivi digitali e fandom che non si accontentano più di un solo punto di vista.
La chiusura del servizio, però, rimette brutalmente al centro una domanda che chi ama i videogiochi mobile conosce fin troppo bene: cosa resta davvero di un titolo quando il suo mondo dipende dai server? Square Enix ha comunicato che dal momento dell’annuncio non è più possibile acquistare Red Crystals dal negozio interno, mentre quelli già in possesso dei giocatori potranno essere utilizzati fino alla chiusura definitiva. Gli eventi programmati continueranno fino alla fine del servizio, quasi come una lunga dissolvenza prima del nero, mentre al termine del processo verranno cancellati dati personali e account degli utenti. È una procedura comprensibile dal punto di vista tecnico e legale, certo, ma per chi ha passato mesi a costruire party, inseguire armi, ottimizzare personaggi e rigiocare capitoli iconici della saga, la parola “cancellazione” ha sempre un rumore un po’ più secco del previsto.
Il messaggio alla community è arrivato con il tono istituzionale che ci si aspetta da un publisher, ma tra le righe si sente chiaramente il peso di una decisione non semplice. Square Enix ha spiegato di aver valutato la situazione e di non poter più garantire l’esperienza che desiderava offrire ai giocatori, scusandosi per la natura improvvisa dell’annuncio. Tradotto nella lingua del fandom, quella che non passa dai comunicati ma dai gruppi, dai forum, dai server Discord e dalle chat piene di sticker, significa che Ever Crisis non riuscirà ad arrivare dove molti speravano. Lanciato il 7 settembre 2023 su mobile e arrivato su Windows tramite Steam il 7 dicembre dello stesso anno, il gioco aveva inizialmente acceso una curiosità enorme, superando rapidamente milioni di download e confermando quanto Final Fantasy VII continui a esercitare una forza magnetica impressionante anche sulle generazioni che magari il disco originale non lo hanno mai inserito in una PlayStation grigia.
Ever Crisis aveva dalla sua un’idea affascinante: rendere selezionabili i capitoli da una timeline, permettere ai giocatori di saltare tra epoche e storie diverse, ricostruire gli eventi della saga con un sistema di combattimento ispirato all’Active Time Battle e una presentazione visiva che guardava con un occhio al passato super-deformed e con l’altro alla grammatica più cinematografica della trilogia remake. Era un Final Fantasy VII alternativo, come lo aveva definito Tetsuya Nomura, una sorta di remake parallelo pensato non per sostituire l’originale, ma per rimettere in ordine, reinterpretare e cucire insieme pezzi di un universo narrativo cresciuto per decenni in direzioni diverse. Dentro questa operazione si sentiva la mano di figure storiche come Kazushige Nojima, Yoshinori Kitase e Motomu Toriyama, nomi che per chi mastica JRPG non sono semplici credits, ma presenze quasi mitologiche, roba da leggere con lo stesso rispetto con cui un appassionato di anime legge i nomi dietro un film dello Studio Ghibli o una serie che gli ha cambiato l’adolescenza.
Eppure il fascino non basta sempre. Il mercato dei mobile gacha è una giungla lucida, spietata, piena di titoli che sembrano vivere in eterno e altri che bruciano fortissimo per qualche mese prima di scivolare via, schiacciati da costi di mantenimento, aspettative dei giocatori, necessità di aggiornamenti costanti e una concorrenza che non dorme mai. Final Fantasy VII: Ever Crisis aveva un nome gigantesco sulle spalle, forse persino troppo gigantesco, perché ogni scelta veniva inevitabilmente misurata non solo come contenuto mobile, ma come tassello della grande liturgia di FFVII. Il gacha, con loot box dedicate ad armi e costumi, poteva piacere a chi vive il collezionismo digitale come parte del gioco, ma per altri restava una barriera emotiva, una tensione strana tra desiderio nostalgico e meccaniche contemporanee. Un conto è voler rivedere Sephiroth bambino o scoprire dettagli legati a The First Soldier, un altro è sentire che quella nostalgia passa attraverso sistemi di monetizzazione che non sempre riescono a convivere serenamente con l’affetto per una saga tanto amata.
La cosa più interessante, forse, è che Ever Crisis chiude proprio mentre Final Fantasy VII continua a espandersi altrove con una sicurezza quasi arrogante, da boss finale che cambia forma prima ancora che tu abbia finito di curarti il party. La trilogia remake resta il grande laboratorio narrativo di Square Enix, e Final Fantasy VII Revelation, indicato come capitolo conclusivo previsto per la primavera del 2027 su PS5, Xbox Series X/S, Nintendo Switch 2 e PC, promette di tirare le fila di una visione ormai lontanissima dalla semplice ricostruzione nostalgica. Naoki Hamaguchi ha parlato di un progetto che non vuole limitarsi a rifare l’opera originale, ma integrare ambientazioni e concetti degli spin-off, da Advent Children a Dirge of Cerberus fino a Crisis Core, trasformando la saga in qualcosa di più stratificato, più consapevole, forse anche più rischioso. Ed è qui che il destino di Ever Crisis diventa ancora più strano: da una parte si spegne un contenitore che voleva unificare la memoria della Compilation, dall’altra la saga principale sembra assorbire sempre di più proprio quell’eredità.
Per chi ha vissuto Final Fantasy VII negli anni Novanta, questa moltiplicazione continua può sembrare quasi fantascienza. All’epoca Midgar era già enorme così, con i suoi reattori, i bassifondi, la Shinra, l’ecoterrorismo raccontato prima ancora che molti di noi sapessero dare un nome alle ansie climatiche, Aerith che vende fiori in mezzo alla ruggine industriale e Sephiroth che entrava nell’immaginario collettivo con la calma glaciale di un villain impossibile da dimenticare. Oggi Final Fantasy VII è diventato un organismo transmediale, un archivio di versioni, revisioni, deviazioni, prequel e futuri possibili, molto vicino a come consumiamo anime, manga e franchise pop contemporanei. Non basta più una storia: vogliamo il passato dei personaggi, le linee alternative, i dettagli mai detti, le connessioni tra un film e un videogioco uscito anni prima, il frammento perduto che spiega una cicatrice narrativa rimasta aperta troppo a lungo.
Ever Crisis cercava di parlare esattamente a quel bisogno, con una formula pensata per chi voleva tornare spesso dentro l’universo di Final Fantasy VII senza necessariamente sedersi ogni volta davanti a una console per una sessione lunga. Era il Final Fantasy da aprire sullo smartphone, magari in pausa, magari sul treno, magari mentre in cuffia passava una playlist di opening anime e remix orchestral di Nobuo Uematsu. Aveva un lato comodissimo e uno malinconico, perché trasformare un mito in appuntamento quotidiano significa renderlo più vicino, ma anche più fragile. Ogni gioco live service porta con sé questa contraddizione: sembra sempre presente, sempre aggiornato, sempre vivo, finché un comunicato non ricorda a tutti che quella presenza era appesa a un’infrastruttura, a numeri, decisioni aziendali e prospettive di sostenibilità.
La chiusura dei server di Final Fantasy VII: Ever Crisis il 6 ottobre non cancellerà l’importanza del progetto, anche se ne limiterà brutalmente la conservazione. Rimarrà come esperimento, come tentativo di creare una porta d’accesso mobile alla Compilation of Final Fantasy VII, come debutto occidentale ideale per materiali e suggestioni che per anni erano rimasti più difficili da intercettare, soprattutto pensando a Before Crisis e a tutta quella parte della lore che in Occidente ha sempre avuto un’aura da contenuto perduto, da leggenda raccontata nei thread di appassionati. Rimarranno i video, gli screenshot, i ricordi dei giocatori, le discussioni sulle scelte narrative e magari anche quella sensazione un po’ assurda di aver abitato per un po’ un museo interattivo dedicato a FFVII, con le luci sempre accese e la promessa di nuove stanze da visitare.
Fa comunque male. Non in modo tragico, non fingiamo drammi cosmici dove non servono, ma fa male in quella maniera tipica dei prodotti digitali che entrano nelle nostre giornate e poi evaporano. Siamo abituati a pensare ai videogiochi come opere da conservare, rigiocare, tramandare, ma i live service ci obbligano a fare i conti con una memoria diversa, più simile a un evento che a un oggetto. Final Fantasy VII del 1997 può essere ancora riscoperto, discusso, emulato, restaurato, comprato, reinterpretato; Ever Crisis, invece, appartiene a quella categoria di esperienze che esistono pienamente solo finché il servizio rimane attivo. È una questione che riguarda Square Enix, certo, ma anche tutta la cultura videoludica contemporanea, sempre più sospesa tra preservazione e obsolescenza programmata, tra amore per la lore e dipendenza da server remoti, tra la voglia di avere universi infiniti e la paura che spariscano appena smettono di essere redditizi.
Guardando avanti, Final Fantasy VII Revelation avrà addosso una responsabilità ancora più grande, perché dovrà chiudere una trilogia remake che ha già dimostrato di voler giocare con il destino, la memoria e le aspettative del pubblico in modo molto più audace di quanto qualcuno immaginasse all’inizio. Se davvero il capitolo finale saprà incorporare gli spin-off senza trasformarsi in un labirinto per soli iniziati, allora forse una parte dello spirito di Ever Crisis continuerà a vivere lì, dentro una sintesi più grande, più stabile, più destinata a restare. Ma la ferita dei server spenti resterà comunque come promemoria: anche le saghe più leggendarie, anche quelle che sembrano incise nella Materia, non sono immuni alla fragilità del presente digitale.
Final Fantasy VII: Ever Crisis si avvia quindi verso il suo ultimo salvataggio, anche se parlare di salvataggio fa quasi sorridere pensando a un gioco destinato a chiudere i battenti online. Chi ha ancora Red Crystals potrà usarli, chi ha eventi da completare avrà qualche mese per farlo, chi si era affezionato a questa versione compatta e frammentata della leggenda potrà accompagnarla fino alla fine del servizio. Poi resterà il solito brusio del fandom, quella cosa bellissima e caotica che nessun server può spegnere davvero: gente che discuterà se Ever Crisis sia stato un’occasione mancata o un esperimento sottovalutato, chi rimpiangerà la possibilità di esplorare meglio il passato di Sephiroth, chi guarderà già a Revelation con l’hype di chi ha appena sentito partire il tema di battaglia nella testa. E forse la domanda più interessante da lasciar girare non è se Square Enix abbia fatto bene o male, ma quanto siamo pronti, come community, ad amare mondi digitali sapendo che un giorno potrebbero salutarci così, con un annuncio ufficiale e un conto alla rovescia.
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