Un vecchio telegramma spedito nel 1873 riesce a fare più male di tanti saggi universitari letti distrattamente durante le notti insonni passate a doomscrollare TikTok o discutere online di worldbuilding e rappresentazione culturale nei fantasy moderni. Poche righe fredde, quasi burocratiche, capaci però di spalancare una ferita enorme dentro la memoria europea e italiana. Dentro quel messaggio si parlava della morte dell’esploratore Giovanni Miani, della spedizione sul Nilo Superiore e soprattutto di due bambini africani trattati come oggetti lasciati in eredità. Due esseri umani trasformati in “beni”. E già questo basterebbe a toglierti il fiato. Poi arriva “Figli della foresta. Due vite africane rapite dal colonialismo italiano”, la graphic novel firmata da Igiaba Scego e Chiara Abastanotti per BeccoGiallo, e quella sensazione di disagio si trasforma lentamente in qualcosa di ancora più difficile da ignorare. Perché questo non è uno di quei fumetti storici costruiti per darti una lezione scolastica travestita da narrativa illustrata. Ha piuttosto l’effetto di certi anime che ti colpiscono all’improvviso dopo episodi apparentemente quieti, quelli che inizi pensando di conoscere e che invece ti rimangono addosso per settimane, quasi come un glitch emotivo impossibile da correggere.
Tukuba e Makunka. I loro veri nomi erano questi. Non Tibò e Kairalla, etichette imposte da uomini europei convinti di poter ridefinire identità, culture e corpi semplicemente perché armati di potere, soldi e legittimazione scientifica. Ed è assurdo quanto questa dinamica sembri lontanissima e contemporanea allo stesso tempo. Leggendo certe pagine mi è tornata in mente quella sensazione straniante che si prova riguardando vecchi film sci-fi degli anni Cinquanta dove l’“altro” veniva osservato come creatura esotica, aliena, quasi non umana. Solo che qui non stiamo parlando di finzione. Nessun pianeta remoto, nessun popolo fantasy scritto per metafora. Qui il razzismo scientifico europeo aveva occhi veri, mani vere, laboratori veri. E soprattutto aveva vittime vere.
La storia raccontata da Scego e Abastanotti segue il viaggio atroce di questi due bambini africani strappati alla loro terra e trascinati attraverso Khartoum, Il Cairo, Alessandria, Napoli, Roma, Firenze, Rovigo, Verona. Una geografia che sembra quasi una campagna open world attraversata senza possibilità di scelta, senza libertà, senza nemmeno il diritto di capire davvero cosa stesse accadendo. Solo che non esiste alcuna barra HP, nessun respawn, nessuna safe zone dove rifugiarsi. Tukuba e Makunka vengono osservati, studiati, misurati, analizzati da uomini di scienza che li trattano come anomalie viventi. La graphic novel riesce a rendere questa disumanizzazione con una forza devastante, perché non cerca mai il melodramma facile. Non urla. Ti guarda fisso.
E forse è proprio questo il dettaglio più disturbante. La normalità con cui tutto avveniva.
Da appassionata di manga storici e opere che scavano nei traumi collettivi, ho sentito fortissimo quella stessa energia emotiva che si trova in certi lavori di Keiji Nakazawa o nelle pagine più spietate di “Monster” di Naoki Urasawa, dove il male non appare come mostro gigantesco ma come sistema culturale perfettamente accettato da tutti quelli che ci vivono dentro. “Figli della foresta” riesce a fare qualcosa di simile con la memoria coloniale italiana, un tema che qui da noi continua a essere trattato come file dimenticato in una cartella nascosta del desktop nazionale.
Ed è assurdo pensare quanto poco si sappia di questa storia. A scuola quasi nulla. Nei media pochissimo. Nel discorso pubblico ancora meno. Eppure quelle fotografie dei due bambini esistono davvero. Esistono i documenti delle violazioni subite sui loro corpi. Esistono le parole degli studiosi dell’epoca che li descrivevano con un linguaggio oggi nauseante. Tutto reale. Tutto archiviato. Tutto rimasto sospeso in una specie di limbo collettivo dove il colonialismo italiano viene spesso raccontato con toni annacquati, quasi folkloristici, come se fosse stato meno brutale di altri soltanto perché meno presente nell’immaginario pop internazionale.
Le tavole di Chiara Abastanotti amplificano questa inquietudine con un tratto che sembra respirare dolore trattenuto. Non spettacolarizza mai la sofferenza, e forse è questo che rende tutto più potente. Alcune sequenze hanno una delicatezza quasi irreale, altre sembrano spezzarti addosso il peso dello sguardo occidentale sui corpi africani. Ho avuto la sensazione costante di trovarmi davanti a una memoria che lotta disperatamente per non essere cancellata di nuovo.
E poi c’è la scrittura di Igiaba Scego, che possiede quella capacità rarissima di muoversi tra passato e presente senza mai sembrare artificiale. Chi segue il suo percorso letterario lo sa bene. Dai romanzi fino a “Cassandra a Mogadiscio”, ogni suo lavoro sembra costruire ponti tra identità, diaspora, memoria e appartenenza. Solo che qui il linguaggio del fumetto aggiunge un livello emotivo ancora diverso. Più immediato. Più fisico quasi. Ti obbliga a fermarti sui volti, sugli occhi, sui silenzi.
Da nerd cresciuta divorando fantasy, JRPG e universi narrativi pieni di popoli inventati discriminati dagli imperi dominanti, fa impressione rendersi conto di quanto spesso la fiction abbia preso ispirazione da dinamiche storiche reali che continuiamo a rimuovere. Pensiamo ai mutanti degli X-Men, agli eldiani di “Attack on Titan”, ai replicanti di “Blade Runner”, ai cloni di “Star Wars”. Tutte storie che parlano di categorizzazione, paura dell’altro, controllo dei corpi. Solo che “Figli della foresta” ti ricorda brutalmente che la realtà non aveva bisogno della metafora.
E forse è proprio qui che la graphic novel trova la sua forza più grande. Non cerca di trasformare Tukuba e Makunka in simboli astratti o figure leggendarie. Restituisce loro umanità. Restituisce nomi. Restituisce memoria. In un’epoca dove discutiamo continuamente di rappresentazione nei media, inclusività e appropriazione culturale, opere del genere diventano fondamentali non perché “educative” nel senso più sterile del termine, ma perché aprono connessioni emotive vere. Ti costringono a guardare una parte della storia italiana che per troppo tempo è stata nascosta dietro il rumore di fondo.
E sinceramente? Fa impressione vedere come una graphic novel riesca oggi a raccontare certe verità meglio di tantissimi programmi televisivi o dibattiti pseudo culturali costruiti per durare il tempo di un hashtag.
“Figli della foresta” non è una lettura leggera, e probabilmente non vuole esserlo. Però possiede quella qualità rara delle opere che continuano a lavorarti dentro anche dopo aver chiuso il volume. Rimane nei pensieri mentre scorri le notizie sul telefono, mentre riguardi vecchie fotografie, mentre senti qualcuno parlare di colonialismo come se fosse soltanto un capitolo remoto senza conseguenze sul presente. Ed è impossibile non chiedersi quanti altri Tukuba e Makunka siano stati cancellati dalla memoria collettiva semplicemente perché nessuno ha deciso di raccontarli davvero.
Forse è anche questo il ruolo più importante che il fumetto può avere oggi: non soltanto intrattenere o emozionare, ma diventare archivio emotivo di ciò che rischiamo continuamente di dimenticare. E sono curiosissima di capire come questa storia verrà accolta dalla community nerd italiana, soprattutto da chi è cresciuto leggendo graphic novel pensando che fossero “solo” evasione. Perché certe pagine ti cambiano il modo in cui guardi perfino le storie che ami da sempre.
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