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Faceless: il mockumentary horror spirituale di Federico Mattioni tra SenzaFaccia, inconscio e cinema indipendente

Faceless arriva da quella zona del cinema indipendente italiano che non cerca il rumore facile, ma preferisce lasciare addosso una sensazione strana, quasi appiccicosa, come certi incubi che sembrano sciocchi mentre li racconti e poi, appena resti da solo, tornano a fissarti dalla periferia del pensiero. Il nuovo lavoro di Federico Mattioni, sottotitolato A Fool Mockumentary, dura appena trentuno minuti, ma appartiene a quella categoria di opere brevi che non ragionano secondo la logica del metraggio, perché provano piuttosto a costruire un’esperienza mentale, un piccolo oggetto audiovisivo non identificato sospeso tra horror spirituale, falso documentario, suggestione psicoanalitica e artigianato visionario da cinema no budget, quello vero, quello che non ha bisogno di fingere povertà produttiva perché la trasforma direttamente in linguaggio.

Il film, previsto da settembre in alcune sale d’essai italiane ed europee, si muove dentro un territorio che gli appassionati di mockumentary horror conoscono bene, ma lo fa senza limitarsi a replicare la grammatica del found footage più riconoscibile. Faceless non sembra interessato a giocare soltanto con l’ambiguità del “è vero o non è vero?”, trucco ormai consumato da anni di videocamere tremolanti, interviste inquietanti e archivi maledetti. Mattioni sceglie una strada più obliqua, più interiore, quasi da seduta spiritica fatta con materiali poverissimi, dove la paura non nasce da una porta che sbatte o da una figura ferma in fondo al corridoio, ma dal sospetto che l’entità evocata non sia mai davvero esterna a chi la guarda. SenzaFaccia, la presenza invisibile attorno a cui ruota il film, sembra dimorare in quello spazio sottilissimo e scomodo dove inconscio e subconscio si sfiorano, dove il rimorso diventa immagine, il senso di colpa prende temperatura, la vergogna personale si trasforma in creatura condivisa.

La premessa ha qualcosa di disturbante proprio perché parte da un gesto apparentemente infantile, quasi ludico, e lo piega verso una dimensione inquieta. Fratello, Sorella e Sorellastre decidono di affrontare SenzaFaccia e comprendono che, per renderlo visibile, devono plasmarlo a loro immagine e somiglianza usando il pongo. Detta così potrebbe sembrare la sinossi di una fiaba nera girata in una stanza troppo silenziosa, oppure di un episodio perduto di una serie antologica che qualcuno avrebbe mandato in onda a notte fonda, tra David Lynch, certe derive analogiche dell’horror giapponese e quel cinema italiano laterale che ha sempre preferito le crepe della realtà agli effetti speciali. In realtà Faceless sembra lavorare proprio su questa frizione: il materiale tenero, manipolabile, quasi scolastico del pongo diventa una soglia rituale, un mezzo per dare corpo a ciò che non dovrebbe averne, una piccola scultura dell’angoscia che rende fisico l’indicibile.

La matrice teorica dichiarata da Mattioni guarda in parte a James Hillman e al suo Il codice dell’anima, testo in cui il tema del daimon diventa una lente potentissima per interrogare destino, vocazione, identità e ombre personali. Faceless non prende questa suggestione per trasformarla in spiegone filosofico, scelta che avrebbe ucciso immediatamente ogni inquietudine, ma la lascia filtrare come un veleno lento dentro la struttura del film. SenzaFaccia può essere letto come entità, come proiezione, come parassita spirituale, come forma del rimorso o come maschera rovesciata dell’anima, e proprio questa instabilità interpretativa lo rende più interessante del classico mostro da horror indipendente. Il cinema del terrore, soprattutto quando lavora con pochi mezzi, vince se riesce a farci dubitare della provenienza della minaccia: fuori dalla stanza, dentro la testa, tra i legami familiari, nella memoria rimossa, nella materia stessa dell’immagine.

Da cinefili cresciuti a pane, leggende metropolitane, creepypasta e DVD recuperati in edizioni improbabili, è difficile non pensare a Lake Mungo e The Poughkeepsie Tapes, due titoli che hanno segnato in modi diversissimi l’immaginario del falso documentario horror. Il primo ha insegnato a un’intera generazione che un fantasma può essere devastante anche senza inseguire nessuno, semplicemente restando dentro una fotografia, in un dettaglio, nella tristezza muta di una famiglia spezzata. Il secondo ha sporcato il linguaggio del mockumentary con una crudeltà quasi forense, costruendo un disagio che nasce dalla forma del documento, dal sospetto di trovarsi davanti a qualcosa che non dovevamo vedere. Faceless, almeno per ambizione e temperatura emotiva, sembra voler dialogare con quella tradizione, ma con un istinto più spirituale, più artigianale, più italiano nel senso meno turistico del termine: non il folklore da cartolina, ma il disagio domestico, il vuoto tra le persone, la colpa che si deposita sugli oggetti.

Federico Mattioni firma soggetto, sceneggiatura, riprese, montaggio e sound design, assumendo anche la voce di Faceless, mentre la fotografia è attribuita a Jeffrey Frather doc e le musiche a Brian Divino. Davide Berti, Dalia Spinelli, Alessandra Biagi, Alessia Fiorani e Luigi Spinelli compongono il gruppo di interpreti che dà corpo a un microcosmo familiare e simbolico in cui i ruoli sembrano quasi archetipi deformati, più che semplici personaggi realistici. Questa concentrazione di funzioni creative nelle mani dell’autore non è un dettaglio secondario, perché racconta un modo di fare cinema che vive di controllo ossessivo, urgenza e necessità. Nel cinema indipendente, soprattutto nel no budget e nel low budget, ogni limite può diventare una condanna o una firma stilistica: Mattioni appartiene a quella zona in cui l’autore sembra preferire il rischio dell’imperfezione alla sicurezza del prodotto levigato, e per un horror spirituale questa scelta può diventare un’arma.

Il termine eco-horror spirituale usato nelle note di regia apre una fenditura curiosa. Eco-horror non va letto soltanto come paura ecologica in senso ambientale, anche se il cinema contemporaneo ci ha abituati a pensare la natura come organismo ferito che risponde, dalla mutazione organica di Annihilation alle derive folk horror più recenti. In Faceless l’eco sembra essere soprattutto risonanza, ritorno, riflesso: la colpa emessa dai personaggi torna indietro amplificata, il disagio personale si propaga come un’onda, l’invisibile diventa presenza non perché appare, ma perché comincia a modificare la percezione del mondo. In questo senso il film lavora su un soprannaturale multisensoriale, più vicino all’esperienza del disturbo che all’apparizione codificata, e rielabora i topoi dell’horror attraverso una forma volutamente sfuggente, poco accomodante, a tratti quasi fool, folle e buffonesca nel senso rituale del termine, come se il ridicolo e il perturbante fossero due fratelli separati alla nascita.

La cosa più stimolante, per chi segue il cinema di genere fuori dalle rotte più battute, è che Faceless non arriva dal nulla. Mattioni ha già attraversato territori produttivi difficili con Dalle parti di Astrid, Casa occupata e Tundra, opere no e low budget che hanno raccolto attenzione in contesti differenti e che raccontano una filmografia ostinata, periferica, non addomesticata. Tundra, in particolare, è stato indicato da Adriano Aprà come uno dei film italiani più innovativi del nuovo millennio, riconoscimento non banale per un autore che sembra interessato a forzare i confini del racconto più che a inserirsi docilmente in un genere riconoscibile. Casa occupata ha trovato riscontri positivi soprattutto in alcuni festival stranieri, segnale ulteriore di un percorso che forse in Italia ha ancora bisogno di essere intercettato con più attenzione, perché spesso il nostro sguardo sul cinema indipendente nazionale resta intrappolato in una dicotomia pigra tra commedia, dramma sociale e horror commerciale, dimenticando tutto ciò che cresce ai margini.

Faceless, in questo panorama, potrebbe diventare una piccola anomalia da seguire con curiosità. Non tanto perché promette di rivoluzionare il mockumentary horror, formula che sarebbe ingiusta e forse persino dannosa, ma perché sembra volerlo contaminare con una ricerca personale sulle immagini interiori, sulla vergogna, sulla creazione del mostro come atto collettivo. Il fatto che l’entità venga plasmata con il pongo dice molto più di quanto sembri: l’orrore non viene scoperto, viene fabbricato; non emerge da un bosco maledetto o da una videocassetta proibita, ma dalle mani dei personaggi, dalla loro necessità di dare una forma a ciò che li schiaccia. È un’idea potentissima, quasi da laboratorio di art therapy precipitato in una fiaba horror, e contiene una domanda che resta addosso: siamo davvero vittime delle nostre presenze oscure o, in qualche modo, collaboriamo sempre alla loro nascita?

La distribuzione in sale d’essai italiane ed europee a partire da settembre aggiunge un altro livello di interesse, perché un’opera di trentuno minuti difficilmente trova spazio nei circuiti più convenzionali, e proprio per questo la sua circolazione può diventare un piccolo evento per chi ama il cinema strano, libero, non immediatamente classificabile. Le sale d’essai, quando fanno davvero il loro mestiere, sono ancora uno degli ultimi luoghi in cui un oggetto come Faceless può respirare senza essere inghiottito dall’algoritmo, senza finire ridotto a miniatura cliccabile tra mille contenuti horror urlati. Guardare un mockumentary spirituale in sala, magari con un pubblico ristretto e curioso, significa restituire al falso documento una dimensione quasi rituale: il buio condiviso, il silenzio degli altri, il dubbio che quello che stiamo vedendo sia insieme poverissimo e inquietantemente vicino.

Il cinema horror indipendente italiano ha bisogno anche di queste deviazioni, di opere che non cercano soltanto di imitare modelli americani o giapponesi, ma provano a sporcare i codici con ossessioni personali, riferimenti filosofici, materiali umili e un rapporto quasi fisico con il montaggio e il suono. Faceless sembra appartenere a questa famiglia di film da scoprire senza l’atteggiamento del consumatore che pretende risposte, ma con quello del giocatore che entra in una quest secondaria apparentemente minore e si ritrova davanti a una lore più profonda del previsto. Il paragone può sembrare nerdissimo, ma funziona: certe opere non ti prendono per la spettacolarità della boss fight, ti restano in testa per un dettaglio ambientale, per un oggetto sul tavolo, per una frase che sembrava casuale e invece apre un dungeon mentale.

SenzaFaccia, allora, potrebbe essere meno un mostro e più un’interfaccia. Una skin dell’inconscio. Un avatar della colpa. Una creatura senza volto perché ogni volto possibile sarebbe troppo preciso, troppo rassicurante, troppo umano. L’assenza di lineamenti permette allo spettatore di proiettare qualcosa di proprio, e il mockumentary, con la sua pretesa di realtà, amplifica il gioco: non stiamo assistendo soltanto a una storia inventata, ma a una specie di documento impossibile su un fenomeno che potrebbe riguardarci più di quanto vorremmo ammettere. La paura, dopotutto, funziona davvero quando smette di essere spettacolo e diventa riconoscimento.

Faceless merita quindi attenzione da parte di chi ama il cinema horror d’autore, il mockumentary italiano, le sperimentazioni low budget e quei progetti che sembrano nascere fuori asse rispetto al mercato, ma proprio per questo riescono a intercettare zone dell’immaginario meno battute. Federico Mattioni continua a muoversi come un autore laterale, testardo, capace di trasformare il limite produttivo in un territorio di ricerca, e questo nuovo film breve sembra aggiungere un tassello coerente a un percorso già segnato da titoli come Tundra, Casa occupata e Dalle parti di Astrid. Resta la curiosità più bella, quella che ogni opera horror dovrebbe lasciare prima ancora della visione: capire se SenzaFaccia saprà davvero guardarci senza occhi, e soprattutto quale forma gli daremo noi, con le nostre mani, appena il buio della sala comincerà a lavorare al posto nostro.

Note: AI-Generated Content

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