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Celestia di Manuele Fior a Venezia: la a mostra che riscrive la città a fumetti

Mostra delle tavole originali Celestia di Manuele Fior
Spazio Badoer
Scuola Grande San Giovanni Evangelista, San Polo – Venezia
19 – 22 febbraio 2026 | ore 10.00 – 19.30
Febbraio a Venezia ha sempre quell’aria strana, come se la città tirasse il fiato dopo l’eccesso, dopo le maschere, dopo il rumore. È un momento in cui le calli sembrano parlare più piano e l’acqua restituisce immagini meno ovvie. Ed è proprio lì che la testa comincia a correre avanti, a immaginare i passi che farò entrando allo Spazio Badoer, con quella sensazione che conosco bene: l’attesa non di una mostra qualunque, ma di un incontro. Di quelli che ti restano addosso.
L’idea di trovarmi davanti alle tavole originali di Manuele Fior, in una Venezia che non è più solo Venezia ma qualcosa di spostato, leggermente fuori asse, mi accompagna da giorni. Non è solo hype, è una forma di curiosità inquieta. Fior è uno di quegli autori che non si guardano mai distrattamente. Chiedono tempo. Chiedono silenzio. E Venezia, in certi giorni dell’anno, è una complice perfetta.
Celestia non è un titolo che si limita a evocare. È una parola che scivola, che promette deviazioni. Fior prende la città lagunare, la riconosce, la ama, poi la sposta di lato. Le toglie il ponte, la isola davvero, e in quello strappo nasce un’altra possibilità. Non una cartolina, non un omaggio estetico, ma una variazione emotiva. Ogni volta che penso a Celestia mi torna in mente quella sensazione di futuro non dichiarato, di tempo sospeso, come se le età dell’uomo non fossero una linea ma un insieme di correnti che si incrociano.
Sapere che quelle tavole saranno lì, a tempera, grandi, fisiche, mi fa pensare al gesto. Alla mano che ha steso il colore. A quanto Venezia, con la sua luce che non è mai la stessa due volte, abbia finito per infilarsi dentro quelle immagini. Non parlo di ispirazione generica, ma di residenza emotiva. Fior vive qui, e questo cambia tutto. Non è uno sguardo da passaggio, è uno sguardo che resta.
Lo Spazio Badoer non è un contenitore neutro. Sta dentro la Scuola Grande San Giovanni Evangelista, uno di quei luoghi che ti ricordano quanto la città sappia essere solenne senza risultare distante. Entrarci significa già rallentare. Immagino le tavole appese, gli schizzi, quella densità di segni che non chiede spiegazioni ma presenza. Quattro giorni soltanto, e forse è giusto così. Alcune cose funzionano meglio quando non promettono eternità.
Celestia, come idea, continua a ronzarmi in testa perché parla di isolamento senza romanticizzarlo. Un’isola che diventa rifugio e prigione, una comunità che si organizza come può, bambini che non sono solo simboli ma possibilità reali di mutazione. Fior non racconta mai futuri puliti. Preferisce quelli sporchi, ambigui, dove l’infanzia non è nostalgia ma forza destabilizzante. Ed è una cosa che, da lettrice prima ancora che da cronista nerd, mi colpisce sempre.
Intorno, Venezia fa la sua parte. Quella vera, non quella per selfie. La città che si lascia attraversare da chi ha voglia di ascoltare. Non è un caso se, nello stesso respiro, tornano fuori le città immaginate, quelle scritte e pensate. Italo Calvino aleggia come un fantasma gentile, uno che con le città invisibili ha insegnato a guardare il visibile con occhi meno pigri. Sapere che, a pochi passi, si dialoga anche con quell’eredità, con il fumetto che si prende la libertà di riscrivere la letteratura, rende il tutto ancora più stratificato.
Mi piace pensare a questi giorni veneziani come a una pausa narrativa. Un momento in cui il fumetto smette di essere “evento” e torna a essere linguaggio, materia viva che si muove tra le pareti antiche senza chiedere autorizzazioni. Arte grafica e racconto che si intrecciano, non per spiegare Venezia ma per contraddirla, moltiplicarla, metterla in discussione.
E io, che a queste cose non arrivo mai neutra, so già che entrerò con un certo tipo di attenzione. Quella che si riserva alle storie che potrebbero cambiarti di poco la traiettoria, anche solo per una settimana. Uscirò forse con più domande che risposte, come succede sempre con Fior. E va bene così.
Resta l’idea di un febbraio che non chiude, ma apre. Di una mostra che non si consuma in una visita veloce, ma che continua a lavorarti dentro mentre cammini lungo un canale, mentre pensi a quanto il fumetto, quando trova i luoghi giusti, sappia ancora sorprendere. E a questo punto la curiosità è inevitabile: voi, davanti a una Celestia senza ponti, che tipo di approdo immaginate?

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