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Hokusai a Roma: la Grande Onda, i Manga e l’arte che non smette mai di muoversi

27 Marzo - 29 Giugno

Ci sono mostre che finiscono dritte in agenda. Altre che ti restano addosso prima ancora di aprire il calendario. Questa su Katsushika Hokusai è decisamente della seconda categoria. E te lo dico così, senza giri: io non vedo l’ora. Proprio quell’attesa nervosa da fan che controlla le date come si fa con l’uscita di un film atteso troppo a lungo, o con il corriere che deve consegnarti un artbook giapponese che sai già peserà come un tomo medievale.

Roma, marzo, Palazzo Bonaparte. Dal 27 marzo al 29 giugno 2026. Lo leggi e senti subito quella vibrazione strana, tipo quando capisci che non stai parlando “di una mostra”, ma di un incontro ravvicinato con uno di quegli artisti che ti hanno già parlato mille volte senza che tu te ne rendessi conto. Perché Hokusai è così: pensi di conoscerlo per una sola immagine – sì, quella, l’onda – e invece ti accorgi che è ovunque. Nei quadri che hai visto a scuola, nelle copertine dei dischi, nei poster finti vintage, perfino nella grammatica visiva con cui guardi il mondo senza accorgertene.

La Grande Onda non è solo un’immagine iconica. È una di quelle cose che, come Darth Vader o il cubo di Rubik, sono diventate parte dell’arredamento mentale collettivo. Ma il punto è proprio questo: ridurre Hokusai a quell’onda è come pensare che il Giappone sia solo sushi e ciliegi in fiore. Funziona per rompere il ghiaccio, ma poi ti perdi tutto il resto. Ed è lì che questa mostra promette di fare male, nel senso buono. Oltre duecento opere. Un arco creativo intero. Un artista che non ha mai smesso di cambiare pelle, stile, nome, ossessione.

E mentre te lo raccontano, tu già lo sai che non sarà una passeggiata lineare. Perché Hokusai non è lineare. È uno che si definiva “il vecchio pazzo per la pittura”, e non lo diceva per fare marketing. Era davvero uno che disegnava come se il mondo gli stesse sempre un mezzo passo avanti, costringendolo a rincorrerlo con il pennello. La natura che si muove, l’acqua che non sta ferma, le montagne che sembrano respirare. Il Monte Fuji che ritorna, ritorna, ritorna. Come un livello segreto che sblocchi solo se guardi abbastanza a lungo.

E poi c’è quella cosa che a noi nerd fa scattare sempre qualcosa. Il fatto che senza Hokusai, probabilmente, Claude Monet e Vincent van Gogh sarebbero stati diversi. Magari grandissimi lo stesso, certo. Ma diversi. Meno sbilanciati. Meno coraggiosi in certe soluzioni. L’idea che Oriente e Occidente non siano due scaffali separati, ma una specie di ping-pong creativo che va avanti da secoli, qui diventa improvvisamente concreta. Non un concetto da convegno, ma una sensazione fisica: guardi un’incisione giapponese e ti sembra di vedere un’impressione francese prima ancora che esista.

La cosa che mi intriga davvero, però, è sapere che questa mostra nasce da un incrocio improbabile e bellissimo. Italia, Giappone, Polonia. Sembra l’inizio di una barzelletta e invece è una storia d’arte. Le opere arrivano dal Museo Nazionale di Cracovia, da una collezione messa insieme a fine Ottocento da un collezionista che evidentemente aveva capito tutto prima degli altri. E tu pensi: quante volte l’arte viaggia meglio delle persone? Quante volte fa da ponte quando la politica inciampa?

Dentro, oltre alle stampe, ci saranno libri rari, oggetti, armature, strumenti musicali, costumi. Tutto quel mondo materiale che di solito resta fuori dalle immagini riprodotte nei manuali. Ed è fondamentale, perché Hokusai non disegnava in un vuoto asettico. Disegnava dentro una vita che aveva odori, rumori, fatica, ironia. E qui arriva uno dei momenti preferiti di sempre per chi ama fumetti e manga: scoprire (o ricordare) che la parola “manga” nasce con lui. Schizzi che fluiscono liberi dal pennello. Non storie sequenziali come le intendiamo oggi, ma un’attitudine. Un modo di guardare e registrare il mondo senza chiedergli il permesso.

Se ci pensi un attimo, è una cosa potentissima. È come se Hokusai fosse uno di quelli che riempiono taccuini compulsivamente, disegnando qualsiasi cosa: un volto, un gesto, un animale che passa. E se sei uno che ama i manga, gli anime, l’illustrazione, questa non è una nota a piè di pagina. È una specie di nonno spirituale che ti guarda da due secoli fa e ti dice: vai tranquillo, stai facendo la cosa giusta.

Io me la immagino così, questa visita. Non ordinata. Non cronologica nel senso scolastico. Piuttosto come una deriva. Ti fermi davanti a un’opera più del previsto, poi passi veloce su un’altra, poi torni indietro perché qualcosa ti ha punto. Un dettaglio, una linea storta, un movimento che sembra moderno in modo imbarazzante. E intanto pensi a quante volte usiamo la parola “iconico” a sproposito, e a quanto poco la usiamo quando sarebbe davvero il caso.

E quando esci, probabilmente, non avrai una conclusione netta. Nessuna frase definitiva. Solo quella sensazione strana di aver visto qualcosa che non si lascia chiudere. Che continua a lavorarti dentro. Un po’ come quell’onda, che non si abbatte mai davvero, resta lì, sospesa, pronta a ripartire.

Tu che farai, quando aprirà? Ci vai subito, di corsa, o aspetti il momento giusto? E soprattutto: quale Hokusai pensi di conoscere… e quale, invece, sei pronto a incontrare davvero?


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