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Florence Korea Film Fest 2026

Firenze, a fine marzo, ha un odore particolare. Non è solo primavera: è quell’aria sospesa da sala buia, da schermo che si accende mentre fuori la città continua a scorrere ignara. Ogni anno succede, puntuale eppure sempre diverso. Dal 19 al 28 marzo, il Florence Korea Film Fest torna a farsi sentire prima ancora di iniziare davvero, con quelle immagini che non spiegano ma suggeriscono, che non raccontano una trama ma uno stato d’animo. Quest’anno l’annuncio passa da una locandina che sembra uscita da un sogno a metà tra un videoclip K-pop e una graphic novel cosmica. Un casco da astronauta. Trasparente. Dentro, non silenzio e vuoto, ma fiori. Orchidee, margherite, ibischi che si spingono contro il vetro come se stessero cercando aria, o forse uno sguardo che li accolga. È una di quelle immagini che non chiedono di essere decodificate subito. Ti rimangono addosso. Come certi film coreani che pensi di aver capito e poi, giorni dopo, tornano a bussare.
Quella “natura cosmica” racconta molto più di una scelta grafica. Racconta un’idea di cinema che non ha paura di mescolare carne e tecnologia, blockbuster e intimità, estetica pop e ferite personali. Esattamente quello che, da più di vent’anni, questo festival porta a Firenze con una coerenza che non fa rumore ma lascia il segno. Dal 2002, quando parlare di cinema coreano in Europa sembrava ancora una passione da iniziati, fino a oggi, quando registi, attori e opere passate da qui hanno finito per riscrivere l’immaginario globale.

Non è un caso se il volto al centro del manifesto è femminile. Né se l’abbigliamento gioca con contrasti quasi ironici: lucido, urbano, con quel dettaglio dei cuoricini bordeaux che sembra strizzare l’occhio a una generazione cresciuta tra idol, webtoon e drammi notturni divorati in streaming. Il cinema sudcoreano vive proprio lì, in quell’equilibrio instabile tra forma e urgenza, tra superficie brillante e profondità che spiazza. E il festival lo sa bene, tanto da affidare ancora una volta la propria identità visiva a Riccardo Gelli, che dietro quell’astronauta non mette solo stile ma una dichiarazione d’intenti: respirare cinema come fosse ossigeno, lasciarlo fiorire anche dove non te lo aspetti.
C’è una cosa che chi frequenta il Florence Korea Film Fest impara presto, quasi senza accorgersene. Non si tratta solo di vedere film. Si tratta di attraversare mondi. Di passare da una sala all’altra del Cinema La Compagnia con la testa piena di immagini che non si assomigliano, ma dialogano tra loro. Il grande successo commerciale che ti travolge e, subito dopo, l’opera piccola, personale, magari scomoda, che ti costringe a rallentare. E poi i corti, i linguaggi nuovi, i fumetti digitali che diventano cinema senza chiedere permesso.
Negli anni il pubblico è cresciuto, si è allargato, ha imparato a fidarsi. Non è solo questione di ospiti prestigiosi, di premi importanti passati da questo palco prima di diventare leggenda. È il modo in cui il festival ti prende per mano e ti accompagna dentro una cultura più ampia, fatta di incontri, mostre, laboratori, conversazioni che continuano fuori dalla sala, magari davanti a un caffè, discutendo se quel finale fosse davvero un finale oppure no.
E adesso l’attesa ricomincia. Le date sono lì, dal 19 al 28 marzo, segnate mentalmente come un conto alla rovescia che non ha bisogno di trailer. Nei prossimi giorni arriveranno i nomi, i volti, le presenze che daranno carne a quell’astronauta fiorito. Ma forse il bello sta proprio qui, in questo momento sospeso. Quando l’immaginazione corre avanti, quando ognuno inizia a fantasticare sul film che non sapeva di voler vedere, sull’ospite che sogna di incontrare.
Alla fine resta una sensazione familiare, quasi rassicurante: Firenze pronta ad accogliere di nuovo storie che arrivano da lontano e parlano sorprendentemente vicino. E la curiosità, quella vera, che non chiede risposte immediate. Quale fiore, questa volta, rimarrà incastrato nella memoria anche dopo che le luci in sala si saranno riaccese?
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