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Euthanasia Coaster: la montagna russa che flirta con la morte come fosse una distopia pop

Avvicinarsi all’Euthanasia Coaster è come aprire una finestra su un what if fantascientifico in cui l’architettura incontra il concetto di fine vita e decide di trasformarlo in un’esperienza estetica, quasi rituale. L’idea, per quanto estrema, continua a esercitare un magnetismo tutto suo, una specie di straniamento che ricorda quando nei fumetti cyberpunk gli ingegneri giocano a fare demiurghi e la tecnologia diventa un’estensione disturbante delle nostre ossessioni più profonde.

L’opera nasce nel 2010 dalla mente di Julijonas Urbonas, ingegnere e artista lituano convinto che la morte potesse essere ripensata attraverso la lente dell’esperienza. Non un semplice atto biologico, ma un momento progettato, diretto, quasi messo in scena. Una montagna russa concepita non per far urlare i visitatori durante un pomeriggio al luna park, ma per accompagnarli in un addio definitivo, scandito da accelerazioni devastanti e un’eleganza meccanica che ha fatto drizzare le antenne a scienziati, filosofi, scrittori e appassionati di immaginari futuri.

La forza del concept non deriva solo dal fascino oscuro dell’idea, ma da come entra in collisione con tutto ciò che la cultura pop ha sempre raccontato sul rapporto tra umanità e tecnologia. È come vedere un episodio di Black Mirror che prende vita senza chiedere il permesso, oppure imbattersi in un oggetto uscito da un museo del futuro che nessuno di noi è sicuro di voler visitare, ma da cui è impossibile distogliere lo sguardo.

La salita verso i 510 metri: l’attesa come architettura emotiva

Immaginare di sedersi su quella carrozza significa accettare un momento sospeso in cui mente e corpo cominciano a separarsi. La salita, lenta e spietata, si trascina per due lunghissimi minuti mentre si raggiungono 510 metri di altezza, un livello che supera perfino la Tokyo Skytree. Ogni tic del meccanismo sembra un invito a rivolgere lo sguardo verso tutto ciò che sta sotto, come se il design stesso della giostra costringesse a fare i conti con la propria storia. È un dettaglio che parla moltissimo della filosofia di Urbonas: nulla è lasciato al caso, nemmeno il ritmo della contemplazione.

Poi arriva la discesa. Un volo a 360 km/h che potrebbe far invidia alle più folli attrazioni di qualsiasi parco divertimenti del pianeta. È un’accelerazione così violenta da sembrare uscita direttamente da un anime mecha, come se un pilota stesse attivando il sistema di propulsione del proprio robottone in una manovra suicida. Ma è solo l’inizio.

Le sette spirali: un minuto di G che riscrive il concetto di fine

Il vero nucleo narrativo dell’Euthanasia Coaster, quello che la rende un oggetto concettuale quasi mitologico, è la sequenza di sette inversioni clotoidi concepite per mantenere costante un’accelerazione di 10 G per un minuto intero. A quel punto non si parla più di adrenalina: si parla di ipossia cerebrale, della progressiva perdita di coscienza, di una discesa fisiologica che si intreccia con una scelta etica e filosofica.

Urbonas ha sempre definito questa esperienza “euforica ed elegante”, ispirandosi, fra le altre cose, a una provocazione dell’imprenditore John Allen, che immaginava una giostra capace di caricare ventiquattro persone e restituirle morte. Una frase che normalmente resterebbe una nota al margine in qualche manuale di ingegneria ricreativa, ma che nelle mani di un artista è diventata il seme di una riflessione enorme sull’autodeterminazione e sulla spettacolarizzazione della morte.

Un concept mai costruito, ma diventato leggenda

Quando nel 2011 l’opera venne presentata nella mostra HUMAN+ alla Science Gallery di Dublino, la discussione esplose. Da un lato chi vedeva nella giostra un tentativo di ridefinire l’eutanasia come atto consapevole, estetico e non traumatico. Dall’altro chi gridava allo scandalo etico, sostenendo che trasformare la morte in intrattenimento equivalesse a dissacrare ciò che di più intimo e delicato possiede l’essere umano.

Eppure, per quanto divisiva, la Euthanasia Coaster ha fatto ciò che ogni grande arte dovrebbe fare: ha costretto chiunque a guardare ciò che normalmente si evita.

La cultura pop ha risposto con la sua creatività più cupa

Nessun progetto del genere poteva restare confinato alle stanze dei musei. L’immaginario nerd lo ha accolto come una creatura bizzarra, degna dei mondi distopici che popolano le nostre librerie e i nostri schermi.

Nel 2013, i Major Parkinson hanno trasformato la giostra in un brano rock teatrale e decadente. Nel 2015, Glenn Paton ne ha fatto il motore narrativo del corto H Positive, in cui un uomo facoltoso decide di costruire davvero la giostra per affrontare il proprio destino. E la letteratura non è rimasta indietro: compare in Raccontami di un giorno perfetto di Jennifer Niven e nel racconto Vladimir Chong Chooses to Die di Lavie Tidhar, dove diventa una scelta estrema, lucida e terribilmente umana.

Il fatto che questa giostra non esista nella realtà la rende perfino più potente. Si muove come un fantasma nelle narrazioni contemporanee, evocata ogni volta che ci chiediamo dove finisca la tecnologia e dove inizi la morale.

Una domanda esistenziale travestita da attrazione meccanica

L’Euthanasia Coaster continua a far discutere proprio perché toglie il velo a un tabù profondamente radicato. Non propone risposte, non si presenta come soluzione, non chiede approvazione. Semplicemente mette sul tavolo un interrogativo che pochissimi hanno il coraggio di articolare fuori dalle pagine dei romanzi di fantascienza: è possibile progettare il momento della morte? E, se sì, può quel progetto diventare un’esperienza estetica?

La vertigine non sta tanto nella fisica delle G, ma nell’idea che una macchina possa accompagnare l’essere umano in un viaggio deliberatamente definitivo. Un pensiero che affascina, disgusta, seduce e inquieta allo stesso tempo.

La corsa che non esiste ma continua a far parlare il futuro

Oltre dieci anni dopo la sua ideazione, la giostra di Urbonas resta un enigma culturale. Una montagna filosofica prima ancora che ingegneristica, un artefatto concettuale che somiglia a un boss finale nei videogiochi: non si affronta per vincere, ma per capire se stessi.

Ed è forse questo il motivo per cui torniamo sempre a parlarne. Perché ci mette davanti una specchio che riflette non solo la nostra paura della morte, ma anche la nostra eterna pulsione a renderla comprensibile, addomesticabile, perfino spettacolare.

E adesso tocca a voi

L’Euthanasia Coaster vi attira o vi mette i brividi? Vi sembra una provocazione necessaria o un esperimento di cattivo gusto? Pensate possa avere spazio in una futura discussione sul diritto al fine vita, oppure dovrebbe restare confinata al regno delle idee?

La conversazione è aperta. Raccontatelo alla community, confrontatevi, condividete: certe riflessioni diventano più potenti quando non si affrontano da soli.


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