Euphoria è finita. Stavolta davvero. E mentre scorrono i titoli di coda dell’ultimo episodio della terza stagione resta addosso quella sensazione rara che solo alcune opere riescono a lasciare: non la soddisfazione di aver assistito a una conclusione, ma il vuoto di aver perso qualcosa che, nel bene e nel male, ha accompagnato un’intera generazione attraverso i suoi lati più fragili, contraddittori e dolorosi.
Dal debutto del 2019 fino al controverso finale andato in onda nel 2026, Euphoria non è mai stata semplicemente una serie televisiva. È stata un fenomeno culturale, un’estetica, un linguaggio condiviso sui social, una fonte inesauribile di discussioni tra spettatori, critici e appassionati. Ideata da Sam Levinson e interpretata da un cast diventato iconico guidato da Zendaya, la serie HBO ha raccontato l’adolescenza contemporanea come poche produzioni avevano osato fare prima, trasformando il disagio emotivo in una forma di narrazione tanto affascinante quanto disturbante. Guardando oggi l’intero percorso delle tre stagioni, appare evidente come Euphoria abbia attraversato diverse identità. Quella che iniziava come una storia sulla dipendenza e sulla ricerca di sé si è lentamente trasformata in qualcosa di più complesso, quasi impossibile da classificare. Teen drama, tragedia moderna, racconto di formazione, melodramma psicologico, noir esistenziale: ogni definizione sembra insufficiente.
Tutto iniziava con Rue Bennett, una ragazza appena uscita da un centro di riabilitazione che tornava nella cittadina californiana di East Highland portandosi addosso un peso impossibile da nascondere. Rue non era l’eroina tradizionale della televisione americana. Non voleva migliorare per forza. Non cercava necessariamente una redenzione. Era intelligente, ironica, autodistruttiva e spesso profondamente egoista. Proprio per questo risultava autentica.
Attraverso la sua voce narrante entravamo in un universo popolato da personaggi che sembravano usciti da una versione oscura e deformata delle classiche storie adolescenziali. Nate Jacobs rappresentava il volto più inquietante della mascolinità tossica. Cassie Howard diventava il simbolo disperato del bisogno di essere amata. Maddy Perez incarnava una forza apparentemente invincibile che nascondeva ferite profonde. Lexi osservava tutto da lontano trasformando la propria invisibilità in consapevolezza. Kat cercava di costruire una nuova identità attraverso il controllo della propria immagine. Jules, infine, arrivava come un uragano destinato a cambiare ogni equilibrio.
La prima stagione possedeva qualcosa di quasi rivoluzionario. Non soltanto per ciò che raccontava, ma per come lo raccontava. Le luci colorate, i movimenti di macchina fluidi, il trucco diventato immediatamente una tendenza globale, le musiche composte da Labrinth e quella fotografia che sembrava sospesa tra sogno e incubo contribuirono a creare un immaginario riconoscibile al primo sguardo.
Dietro la bellezza visiva si nascondeva però una brutalità narrativa sorprendente. Droghe, sesso, traumi familiari, dipendenze, identità di genere, violenza psicologica e relazioni tossiche venivano affrontati senza filtri rassicuranti. Molti accusarono la serie di spettacolarizzare il dolore. Altri la considerarono una rappresentazione sincera di una generazione cresciuta tra ansia, isolamento e pressione sociale costante. Probabilmente entrambe le letture contenevano una parte di verità.
La seconda stagione arrivò con aspettative enormi e decise di abbandonare parte della leggerezza visiva degli inizi per immergersi ancora più profondamente nell’oscurità. Rue diventò il centro di una delle rappresentazioni della dipendenza più devastanti mai viste nella serialità contemporanea. Gli episodi dedicati alla sua ricaduta restano ancora oggi tra i momenti più intensi dell’intera produzione televisiva degli anni Venti. Chiunque abbia visto quella stagione ricorda la fuga disperata di Rue, le bugie raccontate alle persone che la amavano, il dolore inflitto a chi cercava di aiutarla. La serie smetteva quasi di essere intrattenimento e diventava qualcosa di più scomodo. Uno specchio che obbligava lo spettatore a guardare senza distogliere gli occhi.
Parallelamente esplodevano le vicende di Cassie e Nate, una relazione costruita sulle macerie emotive di tutti i personaggi coinvolti. Sydney Sweeney trasformò Cassie in una delle figure più discusse della televisione contemporanea, riuscendo a suscitare empatia e frustrazione nello stesso istante. Mentre il pubblico si divideva tra chi la comprendeva e chi la giudicava, il personaggio continuava a precipitare sempre più in basso.
Poi arrivò il lungo silenzio.
Quattro anni possono sembrare un’eternità nel panorama televisivo moderno. Produzioni amate vengono dimenticate, nuove mode prendono il sopravvento, gli spettatori cambiano interessi. Eppure Euphoria riuscì a restare presente nell’immaginario collettivo. Forse perché nessuna serie aveva davvero occupato il suo spazio. Forse perché i suoi personaggi erano rimasti sospesi in una sorta di limbo emotivo che chiedeva ancora una conclusione.
La terza stagione si presentò come qualcosa di profondamente diverso. Il salto temporale di cinque anni non rappresentava soltanto una scelta narrativa. Era una dichiarazione artistica. L’adolescenza era finita. Le scuse erano finite. Le conseguenze stavano finalmente arrivando.
Rue non era più una ragazza persa tra i corridoi di un liceo. Era una donna costretta a confrontarsi con il peso reale delle proprie decisioni. Jules non era più soltanto il simbolo di un amore impossibile. Nate, Cassie, Maddy e tutti gli altri personaggi si muovevano ormai in un mondo adulto che non concedeva più protezioni.
L’ingresso di nuovi volti e l’ambizione cinematografica delle riprese in pellicola contribuirono a rendere questa stagione ancora più distante dalle origini. Alcuni spettatori adorarono questa trasformazione. Altri sentirono la mancanza dell’energia adolescenziale che aveva reso celebre la serie.
Poi arrivò il finale. Un finale destinato a dividere il pubblico per anni. Rue Bennett muore.Una frase semplice da scrivere ma devastante da accettare per chi ha seguito il suo viaggio fin dal primo episodio. Nessuna guarigione definitiva. Nessun lieto fine. Nessuna promessa che tutto andrà bene. La dose letale di fentanyl somministrata da Alamo interrompe brutalmente il percorso della protagonista e lascia spazio a una conclusione che assomiglia più a un western tragico che a un teen drama. La vendetta di Ali, interpretato magistralmente da Colman Domingo, trasforma gli ultimi minuti della serie in una resa dei conti che richiama il cinema di frontiera, i duelli morali e le tragedie classiche.
Molti fan avrebbero voluto vedere Rue sopravvivere. Sarebbe stato comprensibile. Dopo anni passati a soffrire insieme a lei, il desiderio di una redenzione appariva quasi naturale. Sam Levinson ha scelto invece la strada più dolorosa e meno accomodante possibile. Ha deciso che la dipendenza non doveva essere trasformata in una favola di guarigione obbligatoria. Ha scelto di ricordare che non tutte le battaglie vengono vinte. Una decisione coraggiosa oppure crudele. Forse entrambe le cose.
Guardando oggi l’intera trilogia di stagioni emerge un elemento che rende Euphoria diversa da gran parte della serialità contemporanea. Non ha mai cercato di piacere a tutti. Ha preferito rischiare, provocare, sbagliare perfino. Ha raccontato personaggi spesso impossibili da amare completamente, e proprio per questo incredibilmente umani.
Le tre stagioni compongono un lungo viaggio attraverso la fragilità emotiva di una generazione cresciuta nell’epoca dei social network, della connessione permanente e della solitudine costante. Un racconto che ha trasformato il dolore in immagine, la dipendenza in metafora e la ricerca della felicità in una corsa disperata verso qualcosa che sembrava sempre irraggiungibile.
Mentre HBO conferma ufficialmente che non esisterà una quarta stagione, resta la consapevolezza di aver assistito a una delle opere televisive più influenti degli ultimi anni. Amata, criticata, imitata e discussa fino allo sfinimento, Euphoria lascia dietro di sé un’eredità che va ben oltre i suoi ventisei episodi.
Rue Bennett forse non ha trovato la salvezza che molti speravano. Eppure la sua storia continuerà probabilmente a vivere nelle conversazioni dei fan, nelle analisi, nei dibattiti e nelle emozioni di chi ha attraversato questo viaggio insieme a lei. Perché alcune serie finiscono con un episodio finale. Altre continuano a esistere molto tempo dopo l’ultima inquadratura. Euphoria appartiene decisamente alla seconda categoria.
E voi, dopo aver visto la conclusione della terza stagione, pensate che Sam Levinson abbia realizzato il finale più coerente possibile per Rue oppure credete che questa scelta abbia tradito tutto ciò che il personaggio aveva rappresentato fino a quel momento?
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