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Enola Holmes 3: il ritorno della ribelle in crinolina che ci insegna a risolvere misteri… e a riscrivere la storia

Enola Holmes è tornata, e stavolta non le basta scappare da un collegio, smontare le aspettative della società vittoriana o dimostrare a Sherlock che il cognome Holmes non appartiene soltanto al fratello più famoso del mondo. Il terzo capitolo della saga Netflix porta Millie Bobby Brown dentro una fase molto più insidiosa, quasi subdola, perché il vero caso non riguarda soltanto una sparizione, un rapimento o un intrigo internazionale nascosto tra vicoli assolati e palazzi mediterranei. Il vero mistero, quello che si infila sotto la pelle con la stessa precisione di un indizio lasciato apposta sulla scena del crimine, è capire che cosa significhi crescere senza consegnare a qualcun altro la propria identità. Enola Holmes 3, diretto da Philip Barantini, arriva dopo Enola Holmes (2020) e Enola Holmes 2 (2022) con l’aria del capitolo che non può più limitarsi a replicare la formula. La protagonista non è più soltanto la sorella ribelle di Sherlock, né la ragazzina brillante che rompe la quarta parete con lo sguardo complice di chi sa benissimo di essere più avanti degli adulti che la circondano. Ora Enola è una giovane donna che ha accettato di sposare Lord Tewkesbury, e già questa frase, per chi ha seguito la saga fin dall’inizio, suona come una piccola bomba narrativa. Perché Enola e matrimonio sembrano due parole nate per guardarsi da lontano, come due personaggi di una visual novel con statistiche incompatibili: da una parte la libertà, il movimento, il nome Holmes portato come una sfida; dall’altra il rito sociale, il cambio di status, l’idea di diventare Lady Tewkesbury in un mondo che non vede l’ora di trasformare ogni donna fuori schema in una figura più presentabile.

Malta diventa così molto più di una location luminosa scelta per dare al film un respiro diverso dalla Londra nebbiosa dei capitoli precedenti. L’isola sembra funzionare come uno spazio di passaggio, quasi una mappa nuova sbloccata dopo aver completato le prime missioni della saga, con il mare, le pietre chiare, gli inseguimenti e quell’atmosfera da mystery britannico contaminato da avventura internazionale. Enola arriva lì per il proprio matrimonio, ma il destino, che nei racconti d’investigazione ha sempre il tempismo sadico di un dungeon master particolarmente ispirato, le piazza davanti il caso più personale possibile: Sherlock Holmes scompare proprio quando dovrebbe presentarsi alle nozze.

La sparizione di Sherlock ribalta una dinamica che la saga ha costruito con intelligenza fin dall’inizio. Henry Cavill interpreta un Holmes meno spigoloso rispetto ad altre incarnazioni del personaggio, più fisico, certo, ma anche più vulnerabile nel rapporto con la sorella. Non è il detective irraggiungibile chiuso nella torre d’avorio del proprio genio, e forse proprio per questo la sua assenza pesa in modo diverso. Stavolta non è Sherlock a osservare Enola dall’alto della sua logica, non è lui a correggerla, non è lui a indicarle la strada. Tocca a lei cercarlo, decifrare il caos, inseguire tracce, bugie e pericoli, mentre dentro di sé resta aperta un’altra indagine, molto meno spettacolare ma decisamente più crudele: quella sulla propria scelta di vita.

La cosa più interessante di Enola Holmes 3 sta proprio in questa doppia tensione. Da un lato il film gioca con gli ingredienti che il pubblico si aspetta dalla saga, quindi travestimenti, messaggi segreti, fughe rocambolesche, personaggi ambigui, complotti e quella leggerezza avventurosa che rende il franchise così appetibile per una serata Netflix senza troppe armature mentali. Dall’altro lato prova a mettere Enola davanti a un dilemma che appartiene a una lunga tradizione di eroine letterarie e cinematografiche: si può amare qualcuno senza diventare la versione addomesticata di se stesse?

Per chi è cresciuta tra anime shojo dove il romanticismo spesso diventa destino, manga in cui le protagoniste combattono contro regole familiari soffocanti, videogiochi pieni di eroine che salvano il mondo ma devono comunque dimostrare di meritare il proprio spazio, questa domanda arriva fortissima. Enola non rifiuta Tewkesbury perché non lo ama. Anzi, la chimica tra Millie Bobby Brown e Louis Partridge continua a essere uno dei motori più riconoscibili della saga. Il problema è molto più sottile, e proprio per questo più credibile: Enola teme ciò che il matrimonio rappresenta nel suo tempo, teme il cambio di nome, teme la forma elegante della gabbia, teme quello sguardo sociale che riesce a trasformare una scelta sentimentale in una resa simbolica.

Louis Partridge, nei panni di Tewkesbury, resta una presenza fondamentale perché non funziona come semplice premio romantico dopo l’avventura. Il suo personaggio ha senso quando entra in contrasto con Enola, quando la ama senza riuscire sempre a comprenderla fino in fondo, quando diventa parte di una relazione in cui l’affetto non cancella le differenze. Il loro rapporto ha quella qualità un po’ messy che piace ai fandom perché non sembra uscito da un algoritmo di coppia perfetta: sono giovani, impulsivi, teneri, goffi, a volte incapaci di dirsi le cose nel momento giusto. Insomma, sono molto più interessanti quando rischiano di farsi male che quando sembrano destinati a finire in una fanart con filtro seppia e citazione romantica sotto.

Millie Bobby Brown si muove dentro questa nuova fase con un’energia diversa rispetto ai primi due film. Enola conserva la sua parlantina, la sua intelligenza rapida, quella confidenza diretta con lo spettatore che ormai è diventata parte del suo linguaggio, ma sotto la superficie si sente un personaggio meno protetto dall’incoscienza. La sua Enola non è più soltanto ribellione in corsetto. È una ragazza che ha scoperto il peso delle conseguenze, e questa maturità malinconica le dona parecchio. Funziona soprattutto perché il film non ha bisogno di trasformarla in una statua celebrativa dell’indipendenza femminile. Enola sbaglia, si contraddice, si agita, prende decisioni impulsive, ama e fugge, come fanno le persone vere e come fanno le protagoniste migliori quando non vengono lucidate troppo dalla scrittura.

Il ritorno di Helena Bonham Carter nei panni di Eudoria Holmes aggiunge un altro strato a questa riflessione sulla libertà. Eudoria è una di quelle madri cinematografiche che sembrano uscite da un romanzo steampunk scritto durante una riunione segreta femminista, con una spruzzata di caos teatrale che solo Helena Bonham Carter può rendere credibile senza farla sembrare una maschera. La sua presenza continua a ricordare che Enola non nasce dal nulla: è il risultato di un’educazione irregolare, di un amore pieno di assenze, di un addestramento alla sopravvivenza emotiva prima ancora che investigativa. E ogni volta che la saga torna su quel legame madre-figlia, anche solo sfiorandolo, si capisce meglio perché Enola abbia così tanta paura di rientrare in una forma prevista dagli altri.

Himesh Patel come Watson e Sharon Duncan-Brewster come Moriarty portano il film dentro una geografia holmesiana più ampia, lasciando intuire che questo terzo capitolo non vuole restare chiuso nella sola crisi prematrimoniale della protagonista. La presenza di Watson, soprattutto, è sempre delicata in un universo dove Sherlock non è più il centro assoluto della scena. Inserirlo accanto a Enola significa toccare un pezzo sacro del mito, perché Watson non è un semplice comprimario: è lo sguardo che ha trasformato Sherlock Holmes in leggenda. Dentro Enola Holmes 3, però, tutto viene filtrato da un’altra prospettiva, più giovane, più emotiva, più disordinata, e questo continua a essere il motivo per cui la saga Netflix riesce a non sembrare soltanto l’ennesima variazione derivativa su Baker Street.

La regia di Philip Barantini incuriosisce proprio perché arriva da un immaginario diverso rispetto alla leggerezza più frizzante dei primi film. Barantini ha dimostrato di saper lavorare sulla tensione, sul disagio crescente, su quel senso di pressione che sembra stringersi attorno ai personaggi senza bisogno di urlare. Portare questa sensibilità dentro Enola Holmes 3 significa potenzialmente spostare il franchise verso una zona più adulta, meno da avventura confezionata e più da racconto di formazione con pericolo reale. Non sempre il film riesce a spingere fino in fondo questa possibilità, perché la macchina Netflix tende comunque a levigare gli spigoli, a mantenere tutto accessibile, brillante, immediatamente digeribile. Però il cambio di atmosfera si sente, soprattutto quando Malta smette di essere cartolina e diventa teatro di instabilità.

Jack Thorne, ancora una volta alla sceneggiatura, lavora su un equilibrio complicato. Da una parte deve servire il mistero, dall’altra deve tenere viva la componente romantica, poi deve rispettare il mito di Sherlock, riportare in scena Eudoria, dare spazio a Tewkesbury, sostenere Enola come protagonista assoluta e ricordare al pubblico che questa saga nasce dai romanzi di Nancy Springer, quindi da una rilettura già molto precisa e consapevole dell’universo holmesiano. Non è poco, e infatti qualche cucitura si vede. Il film avrebbe potuto scavare ancora di più nella crisi identitaria di Enola, soprattutto sul tema del nome, del matrimonio e della libertà femminile in epoca vittoriana. Ogni tanto sembra avvicinarsi a una riflessione più feroce, poi arretra, forse per paura di appesantire troppo la formula.

Eppure, anche con qualche passaggio più levigato del necessario, Enola Holmes 3 conserva una qualità che tanti franchise streaming sembrano aver perso: il senso di affezione per la propria protagonista. Non sembra un personaggio mosso da una checklist. Non è soltanto “la sorella di Sherlock”, non è soltanto “la detective giovane”, non è soltanto “la ragazza indipendente per il pubblico Gen Z”. Enola funziona perché dentro di lei convivono tante cose stonate, e proprio quelle stonature la rendono riconoscibile. È brillante ma non infallibile, romantica ma terrorizzata dalla domesticità, coraggiosa ma spesso in fuga, moderna in un mondo antico ma mai completamente fuori dal proprio tempo narrativo.

Il fascino della saga sta anche nella sua capacità di parlare a un pubblico cresciuto dentro fandom molto diversi. Enola Holmes può piacere a chi ama i period drama, a chi cerca un mystery leggero ma non totalmente sciocco, a chi è rimasto legato a Sherlock in tutte le sue incarnazioni, a chi segue Millie Bobby Brown da Stranger Things, a chi shippa Enola e Tewkesbury con la dedizione metodica di chi analizza ogni frame come fosse una prova processuale. È un prodotto pop nel senso più pieno del termine, e forse anche per questo divide: chi cerca un investigativo rigoroso alla Arthur Conan Doyle potrebbe storcere il naso, chi invece accetta il gioco di una saga più emotiva, più young adult, più esplicitamente costruita attorno alla voce della sua protagonista, troverà ancora parecchio materiale con cui divertirsi.

Malta, il matrimonio, Sherlock rapito, Moriarty in agguato, Watson che entra nel quadro, Eudoria che continua a sembrare sempre due mosse avanti rispetto a tutti: Enola Holmes 3 mette sul tavolo tanti elementi, forse troppi in certi momenti, ma il suo centro resta chiarissimo. Questa è la storia di una ragazza che non vuole essere risolta come un enigma dagli altri. Non da Sherlock, non da Tewkesbury, non dalla società, non dal pubblico. Enola vuole restare una domanda aperta, e forse è proprio questo il motivo per cui continua a funzionare.

Alla fine, più che chiederci se Enola debba sposarsi o meno, viene voglia di discutere di quanto spazio concediamo ancora oggi alle protagoniste femminili per essere contraddittorie, imperfette, romantiche e libere senza dover scegliere una sola etichetta. Perché tra un inseguimento a Malta e un complotto internazionale, la vera indagine resta lì, sospesa davanti a noi come un indizio che non abbiamo ancora interpretato fino in fondo: quanto siamo disposti ad accettare che un’eroina possa amare qualcuno senza smettere di appartenere prima di tutto a se stessa?

Note: AI-Generated Content

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