Maggio, per chi vive di fumetti da abbastanza tempo da ricordare le fumetterie con le pareti ingiallite, le scanlations su IRC e le guerre infinite tra “manga veri” e “graphic novel d’autore”, ha sempre avuto qualcosa di particolare. Forse perché arriva in quel momento dell’anno in cui le uscite iniziano a moltiplicarsi e il portafoglio entra ufficialmente nella sua fase critica, oppure perché dopo i primi festival primaverili si comincia a percepire l’odore dell’estate nerd, quella fatta di pile di volumi sul comodino, anime da recuperare e discussioni notturne nei gruppi Telegram. Fatto sta che le novità annunciate da J-POP Manga e Edizioni BD per maggio 2026 sembrano costruite apposta per colpire lettori completamente diversi tra loro e, proprio per questo, riescono a fotografare benissimo il momento che sta vivendo il fumetto contemporaneo.
Da una parte continuano a dominare gli shonen muscolari, gli spokon emotivi e le storie idol che ormai hanno smesso da tempo di essere “robe da nicchia”, dall’altra emergono progetti sempre più autoriali, contaminati, difficili perfino da definire con un’etichetta precisa. E sinceramente? È bellissimo così. Perché chi è cresciuto tra le VHS registrate male degli anime anni Novanta e i primi volumetti Star Comics presi in edicola sa perfettamente quanto fosse raro, un tempo, vedere convivere nello stesso catalogo roba come Taiyo Matsumoto, thriller surreali italiani, Boy’s Love horror e fantasy occidentali con sensibilità manga.
Il titolo che continua a girarmi in testa da giorni, però, è uno solo: Taiyo Matsumoto insieme a Cyril Pedrosa per quel progetto dal nome quasi misterioso che è Nanbanjin. Solo l’idea di vedere due autori del genere lavorare insieme produce quella sensazione rarissima che si prova poche volte nella vita da lettore, quella specie di intuizione immediata che ti fa capire di essere davanti a qualcosa destinato a lasciare il segno. Matsumoto non è mai stato un autore “facile”. Chi ha attraversato opere come Tekkon Kinkreet o Tokyo Higoro lo sa benissimo. Le sue tavole sembrano respirare, deformarsi, vivere fuori dai canoni del manga commerciale. Pedrosa, dal canto suo, porta addosso tutta la tradizione del fumetto europeo più intimista e visionario. Metterli insieme in una storia sul primo contatto tra portoghesi e Giappone nel Cinquecento significa creare un cortocircuito culturale gigantesco.
E il fatto che il pubblico possa mettere le mani prima ancora sull’opera finale sui Quaderni di Nanbanjin rende tutto ancora più affascinante. Per chi ama davvero il fumetto, gli sketchbook e i materiali preparatori non sono semplici extra da collezionista compulsivo. Sono porte aperte dentro la testa degli autori. Sono la possibilità di vedere il momento in cui un’idea nasce davvero, prima che il marketing la trasformi in prodotto finito. Un po’ come sfogliare i vecchi artbook giapponesi negli anni Duemila e restare ipnotizzati davanti agli appunti a matita di animatori e character designer.
Poi arriva 100 metri – Hyakuemu di Uoto e qui il discorso cambia completamente tono. Lo spokon, negli ultimi anni, ha smesso di raccontare semplicemente lo sport. Ormai usa la competizione come linguaggio emotivo, quasi filosofico. E chiunque abbia letto Blue Lock, Haikyu!! o perfino certi passaggi di Slam Dunk capisce immediatamente di cosa sto parlando. Non conta più soltanto vincere. Conta capire perché continuiamo a correre anche sapendo che perderemo qualcosa lungo la strada. Hyakuemu sembra inserirsi esattamente lì, in quella zona emotiva dove il traguardo diventa secondario rispetto alla trasformazione interiore dei personaggi. Il fatto che l’adattamento anime stia già orbitando attorno agli Oscar 2026 racconta bene quanto ormai l’animazione giapponese abbia smesso di dover dimostrare qualcosa all’Occidente.
E a proposito di incroci culturali, impossibile ignorare Figli dell’impero di Yudori. La Corea degli anni Trenta rappresenta uno scenario narrativo ancora poco esplorato nel fumetto mainstream italiano, eppure dentro quel contesto storico convivono tensioni modernissime: identità culturale, colonialismo, desiderio di emancipazione, paura del cambiamento. Temi che oggi parlano fortissimo anche a una generazione cresciuta online, sospesa continuamente tra fascinazione globale e ricerca delle proprie radici. Yudori ha già dimostrato di saper scrivere storie emotivamente devastanti senza diventare melodrammatica, ed è una qualità rarissima.
Poi ovviamente arriva la parte più “Weekly Shonen Jump-core” del mese, quella che ti fa venire voglia di rimettere la sigla di Dragon Ball Z nelle cuffie mentre vai in fumetteria. Ultimate Exorcist Kiyoshi di Shoichi Usui ha già tutta l’energia dei grandi successi contemporanei: esorcisti potentissimi, segreti interiori, combattimenti sovrannaturali, protagonistə fragili sotto la superficie eroica. E il fatto che sia stato consigliato direttamente da Eiichiro Oda pesa tantissimo. Perché Oda non è semplicemente un mangaka. È diventato una specie di istituzione culturale vivente, uno di quei nomi che trascendono il medium.
Eppure, paradossalmente, una delle cose più interessanti del catalogo di maggio è proprio la capacità di alternare l’hype più rumoroso a opere molto più strane, oblique, quasi disturbanti. Lo Spettro di Kurose Kun sembra uno di quei manga che negli anni Novanta sarebbero diventati oggetto di culto assoluto tra gli appassionati più ossessionati, quelli che cercavano VHS horror yaoi sottotitolate nei forum clandestini dell’internet pre-social. Horror soprannaturale e tensione sentimentale si mischiano in una maniera che oggi il pubblico BL accoglie con naturalezza, ma che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata troppo di nicchia perfino per il mercato giapponese.
E poi le idol. Sempre le idol. Sempre più centrali nell’immaginario pop globale. Idol x Idol Story! arriva inevitabilmente dopo l’esplosione culturale di Oshi no Ko, ma il punto interessante è un altro: il racconto del fallimento. Della seconda possibilità. Dell’idea di sentirsi già fuori tempo massimo a vent’anni. Una sensazione che chiunque viva oggi i social conosce benissimo. Perché internet ti convince continuamente che esista una deadline invisibile per diventare qualcuno. E allora vedere personaggi che ricominciano da capo dopo aver mollato tutto finisce per colpire molto più del previsto.
Sul fronte Edizioni BD, invece, la sensazione è quella di un catalogo sempre più disposto a sporcarsi le mani con identità ibride e visioni personali. Belmiele di Simone Pace sembra pescare da quel fantasy sporco e malinconico che negli ultimi anni ha riconquistato pubblico grazie anche al ritorno di estetiche western decadenti nei videogiochi e nelle serie TV. Mentre FUJAKKÀ di VAGA ha già sulla carta quell’energia urbana allucinata che ricorda certi incubi metropolitani del cinema italiano anni Settanta mescolati alla sensibilità post-apocalittica contemporanea.
Napoli invasa dai topi, terremoti, giovani sospesi tra fuga e immobilità… difficile non pensare a quanto il fumetto italiano contemporaneo stia finalmente smettendo di inseguire modelli stranieri per trovare una propria voce sporca, locale, emotivamente riconoscibile. E forse era anche ora.
Il ritorno di Liar Game in nuova edizione, poi, colpisce direttamente una generazione precisa. Quella cresciuta con i mind game psicologici prima che Netflix trasformasse il genere in algoritmo globale. Prima di Squid Game, prima dei survival thriller diventati fenomeno mainstream, esistevano manga come Liar Game capaci di trasformare la paranoia in spettacolo puro.
E in mezzo a tutto questo continua il flusso infinito delle serie amate, quelle che ormai accompagnano i lettori come appuntamenti fissi di vita. Frieren – Oltre la fine del viaggio continua a essere qualcosa di molto più grande di un fantasy. Veil resta probabilmente una delle opere sentimentalmente più eleganti pubblicate negli ultimi anni. Kingdom avanza come un colosso inarrestabile. Akane Banashi conferma che il manga può ancora rendere magnetico perfino il rakugo. E ogni nuova uscita sembra raccontare una scena manga italiana sempre più matura, trasversale, imprevedibile.
Forse è proprio questa la sensazione più forte che lascia addosso un mese editoriale così. Non quella di avere “tanti titoli da comprare”, ma di assistere a un momento storico in cui il fumetto ha definitivamente smesso di avere confini chiari. Gli appassionati passano da un BL horror a un biopic jazz su Miles Davis senza percepire alcuna contraddizione, leggono fantasy francesi, manga sportivi, thriller sudamericani e graphic novel italiani nello stesso weekend. E forse chi è cresciuto negli anni in cui bisognava continuamente giustificare le proprie passioni riesce ad apprezzare ancora di più questa libertà totale.
Anche perché basta guardare titoli assurdi e irresistibili come Fat Lobster di Luca Negri per capire quanto ormai il fumetto contemporaneo non abbia più paura di diventare strano, surreale, ingestibile. Un giornalista fallito, il Brasile anni Settanta, complotti politici e un’aragosta. Sembra il pitch nato alle tre di notte dopo una maratona di cinema exploitation e jazz psichedelico. Ed è esattamente il motivo per cui viene voglia di leggerlo subito.
Maggio 2026, insomma, assomiglia a quei mesi che anni dopo ci si ritrova a ricordare quasi per caso, magari guardando una libreria piena di volumi consumati e pensando: “Ok, forse qui stava davvero cambiando qualcosa”. E la sensazione è che il bello debba ancora arrivare. Perché tra nuove contaminazioni, autori sempre più coraggiosi e lettori ormai pronti ad accogliere qualsiasi follia narrativa, il fumetto continua a trasformarsi davanti ai nostri occhi senza rallentare nemmeno per un secondo.
E a questo punto la vera domanda diventa inevitabile: quale sarà il titolo che vi ossessionerà davvero questo mese?
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