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A Christmas Carol di Ti West: Johnny Depp è uno Scrooge oscuro, inquieto e sorprendentemente necessario

Ti dico la verità: quando ho visto le prime foto dal set di A Christmas Carol versione Ti West, con Johnny Depp infilato dentro la pelle raggrinzita di Ebenezer Scrooge, ho avuto quella reazione lì. Quella che non è entusiasmo puro, né scetticismo, ma una specie di silenzio improvviso. Come quando stai per aprire una scatola che potrebbe contenere un’action figure rovinata… o il pezzo mancante della tua collezione.

Perché Dickens, lo sai anche tu, non è solo Dickens. È un checkpoint culturale. È quella storia che conosci così bene da non ricordare più quando l’hai imparata. È il Natale visto attraverso una lente gotica prima ancora che il gotico diventasse una parola cool da usare su Instagram. E allora quando qualcuno ti dice “nuovo adattamento di A Christmas Carol”, di solito sospiri, bevi il caffè e pensi: ok, dimmi cosa lo rende diverso. Qui la risposta arriva subito, e non è rassicurante.

Il nome che fa saltare la sedia è Ti West. Uno che non gira film: li lascia fermentare. Uno che prende i generi, li mette in una stanza buia, spegne la luce e aspetta che inizino a parlare da soli. Dopo X, Pearl e MaXXXine, l’idea di vederlo alle prese con Scrooge è come immaginare un presepe illuminato da una lampadina che sfarfalla. Funziona? Forse sì. È comodo? Assolutamente no.

Le prime immagini dal set non cercano di piacerti. Depp è irriconoscibile, ma non nel senso “trucco pesante da Oscar bait”. È irriconoscibile come certe mattine davanti allo specchio, quando ti accorgi che il tempo ha fatto più strada di quanto ricordassi. Cappotto scuro, colori spenti, uno sguardo che non sembra cattivo, ma stanco. Ed è qui che scatta qualcosa: questo Scrooge non pare un villain morale da redimere, sembra uno che ha già perso tutte le battaglie importanti e continua a combattere per abitudine.

Depp, lo sappiamo, è uno che lavora per stratificazione. Ogni personaggio è un accumulo di fantasmi precedenti. Vederlo tornare in un ruolo così centrale dopo anni complicati — l’ultima grande parentesi blockbuster era roba tipo Grindelwald, e sembra passata un’era geologica — dà a tutto un sottotesto che il film probabilmente non dirà mai ad alta voce, ma che tu sentirai lo stesso. Perché Scrooge parla di isolamento, di reputazione, di come il mondo ti guarda quando decide che sei diventato “altro”. E certe cose, quando le hai vissute, non le reciti: le lasci filtrare.

Accanto a lui c’è Andrea Riseborough, Fantasma del Natale Passato. Scelta che già da sola racconta un’intenzione precisa. Riseborough non è mai neutra, non è mai decorativa. È una presenza che ti mette a disagio anche quando sorride. Se questo Fantasma deve essere una ferita aperta, più che una guida eterea, allora siamo sulla strada giusta. Non la nostalgia zuccherosa, ma il ricordo che ti prende alla gola mentre stai facendo altro.

E poi, come se non bastasse, Ian McKellen nel cast. McKellen è uno di quegli attori che portano con sé un peso mitologico automatico. Non importa chi interpreti: senti che sta parlando da un punto più alto, o più profondo. Ancora non sappiamo esattamente chi sarà, e va bene così. Alcune presenze funzionano meglio quando restano leggermente fuori fuoco.

La sceneggiatura è firmata da Nathaniel Halpern, quello di Legion e Tales from the Loop. Se hai visto anche solo una puntata di Legion, sai che Halpern non scrive storie: scrive stati mentali. Questo fa tutta la differenza del mondo. Perché A Christmas Carol, sotto la morale, è sempre stata una ghost story interiore. West e Halpern sembrano volerla trattare come tale: i fantasmi non arrivano per insegnarti una lezione, arrivano perché qualcosa dentro di te è rimasto bloccato.

E qui arriva il punto che mi intriga di più: questa non sembra una versione “oscura” per moda. Sembra oscura perché Dickens lo era già. Londra vittoriana era un posto infestato sul serio: povertà, malattia, disuguaglianza. I fantasmi non erano un espediente narrativo, erano una forma di linguaggio. West prende quella materia e la filtra attraverso il suo cinema fatto di attese, silenzi, inquadrature che sembrano dire “guarda meglio, non scappare”.

Nel frattempo, da un’altra parte dell’oceano, Robert Eggers prepara la sua versione, con Willem Dafoe come possibile Scrooge. È quasi surreale: due autori ossessionati dal passato, dal mito e dall’orrore che si confrontano sullo stesso testo. West più psicologico, Eggers più rituale. Due incubi diversi, stesso punto di partenza. Da spettatore nerd, è come trovarsi davanti a due edizioni diverse dello stesso fumetto: sai che le comprerai entrambe, anche se giuri a te stesso che non dovresti.

La produzione Paramount Pictures sembra voler tenere un equilibrio delicato: lasciare spazio all’autore senza trasformare tutto in un esercizio da cinefestival. L’uscita prevista per novembre 2026 piazza il film in quella zona temporale perfetta, quando il Natale non è ancora esploso ma già aleggia nell’aria, come un presentimento.

Quello che mi resta addosso, però, non è la data, né il cast stellare. È l’idea che questo Scrooge non verrà “salvato” nel senso classico. Che la redenzione, se arriva, arriverà come arrivano certe consapevolezze: tardi, scomode, senza musica trionfale. Un film che ti chiede di stare seduto con i tuoi fantasmi, invece di mandarli via a colpi di buoni sentimenti.

E allora te lo chiedo, così, senza chiudere davvero il discorso: che tipo di Natale vuoi vedere al cinema? Quello che ti consola o quello che ti mette davanti allo specchio quando la casa è silenziosa? Perché se Ti West ha davvero preso in mano Dickens, forse non stiamo parlando di un classico rivisitato. Forse stiamo parlando di un’altra di quelle storie che torni a riguardare tra dieci anni, chiedendoti perché ti aveva fatto così effetto la prima volta.


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