Qualche anno fa, parlare di fantasy italiano significava muoversi tra esperimenti isolati, tentativi coraggiosi e quella sensazione un po’ malinconica di rincorrere modelli stranieri senza riuscire davvero a costruire un immaginario condiviso che fosse nostro, riconoscibile, sedimentato. Poi è arrivato Dragonero, e qualcosa ha iniziato a cambiare davvero, senza proclami, senza rivoluzioni urlate, ma con quella costanza quasi artigianale che solo chi conosce il fumetto seriale sa portare avanti nel tempo.
Adesso il viaggio continua con “Le Cronache dell’Erondár – La Leggenda di Kumiko”, e la sensazione, lo dico senza girarci troppo intorno, è quella di trovarsi davanti a un tassello che non si limita ad espandere un mondo, ma che prova a rileggerlo da una prospettiva diversa, più laterale, più contaminata, più adulta. Non è solo una nuova uscita, è una dichiarazione di intenti su dove può andare il fantasy bonelliano oggi.
Il fatto che dietro ci sia una realtà come Sergio Bonelli Editore non è mai stato un dettaglio secondario, ma negli ultimi anni si percepisce proprio la voglia di rischiare di più, di aprire finestre su territori narrativi che un tempo sarebbero sembrati lontani. E infatti qui si respira subito un’aria diversa, qualcosa che richiama suggestioni orientali, atmosfere sospese tra arti marziali, spiriti antichi e quella dimensione quasi mistica che chi è cresciuto tra anime anni ’90 e wuxia movie riconosce a pelle, senza bisogno di spiegazioni.
Kumiko entra in scena con una presenza che non ha bisogno di presentazioni didascaliche, perché appartiene a quella categoria di personaggi che si raccontano attraverso i silenzi, attraverso le cicatrici invisibili, attraverso le domande che non trovano risposta. Cacciatrice di taglie, certo, ma questa è solo la superficie, la definizione da catalogo. Sotto, si muove una ricerca identitaria che si intreccia con un mondo che non fa sconti a nessuno, soprattutto quando entra in gioco qualcosa di incontrollabile come un morbo che divora intere comunità.
E qui il racconto cambia passo, perché la minaccia non è solo fisica, non è solo il “nemico” da affrontare con una spada o con una tecnica segreta, ma qualcosa di più subdolo, più vicino a certe narrazioni contemporanee che abbiamo imparato a leggere anche fuori dal fumetto. Il mondo di Erondár si sporca, perde quell’illusione di equilibrio che spesso accompagna il fantasy classico, e diventa terreno fertile per storie che parlano anche di perdita, memoria, eredità.
L’Enclave dei Grandi Laghi, poi, è uno di quei luoghi che restano impressi perché non sembrano costruiti per stupire, ma per esistere davvero. Acque immobili, paesaggi sospesi, presenze invisibili che si insinuano tra gli alberi e tra le pagine delle leggende. È un’ambientazione che funziona perché non viene spiegata, viene vissuta, e in questo si sente tutta la mano di Stefano Vietti, che ha quella capacità rara di lasciare spazio al lettore, di non riempire ogni vuoto con parole inutili.
E poi ci sono i disegni di Francesco Gaston, che accompagnano tutto questo senza mai strafare, con una pulizia che riesce a rendere credibile sia l’azione più dinamica sia i momenti più intimi, quelli in cui il tempo sembra rallentare e la storia si prende il lusso di respirare. Non è un tratto che cerca l’effetto, è un tratto che costruisce atmosfera, e oggi non è affatto scontato.
La copertina firmata da Michele Rubini meriterebbe un discorso a parte, perché rappresenta perfettamente quel punto di incontro tra estetica occidentale e suggestione orientale che definisce tutto il volume. E sì, lo sappiamo, le variant oggi sono ovunque, spesso sembrano più operazioni commerciali che altro, ma qui il discorso è leggermente diverso. La stampa esclusiva non è solo un gadget, è un oggetto pensato per chi il fumetto lo colleziona davvero, per chi ancora prova quella sensazione fisica nel tenere tra le mani qualcosa che non è solo contenuto, ma anche memoria.
Ripensando a come siamo cresciuti, tra scaffali pieni di albi Bonelli, VHS consumate di film di arti marziali e pomeriggi passati a immaginare mondi lontani, è difficile non vedere in questa uscita una sorta di punto di incontro tra epoche. Da una parte la tradizione italiana del racconto seriale, dall’altra un’apertura sempre più evidente verso influenze globali che ormai fanno parte del nostro DNA culturale.
E forse è proprio questo il punto più interessante: non si tratta più di “imitare” qualcosa, ma di metabolizzarlo, di farlo proprio, di trasformarlo in qualcosa che suona autentico anche per chi è cresciuto con linguaggi completamente diversi. Kumiko, in questo senso, non è solo un personaggio nuovo, è un ponte tra generazioni di lettori, tra chi ha iniziato con Tex e Dylan Dog e chi oggi arriva al fumetto passando da anime, videogiochi e piattaforme streaming.
La sensazione, arrivati alla fine, è quella di aver sfogliato non solo una storia, ma una possibilità. Perché se Dragonero continua su questa strada, allora il discorso sul fantasy italiano cambia davvero prospettiva, smette di essere una nicchia e diventa qualcosa di più ampio, più stratificato, più contemporaneo.
E a questo punto viene spontaneo chiederselo, senza troppa formalità, come farebbe chiacchierando dopo una fiera o davanti a uno scaffale in fumetteria: questa è la direzione che vogliamo vedere più spesso? Kumiko vi ha convinto davvero o vi aspettavate qualcosa di diverso? Perché la cosa bella, alla fine, resta sempre quella… continuare a parlarne, magari litigarci sopra un po’, e scoprire che ogni lettore ha visto una storia leggermente diversa.
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