C’è qualcosa di antico e magnetico nel nome “Dracula”. Evoca castelli immersi nella nebbia, pipistrelli che sfiorano la luna e un’ombra elegante che si staglia tra vita e morte. Ma quando a confrontarsi con il Conte è Paolo Barbieri – il più grande illustratore fantasy italiano, capace di dare forma ai miti, agli dei e ai sogni più arditi – il risultato non è solo un libro illustrato: è un rito artistico. Dal 14 novembre 2025, il suo Dracula approda in libreria e fumetteria, dopo l’anteprima a Lucca Comics & Games, come un oggetto magico uscito dalle profondità dell’immaginario gotico. In queste pagine, Barbieri non si limita a ritrarre il vampiro di Bram Stoker: lo evoca, lo smonta e lo ricompone, cercando “segni e colori che stiano in equilibrio tra luce e ombra, speranza e sconforto”.
Il suo Dracula non è il mostro romantico e patinato della cultura pop, né l’aristocratico dandy del cinema classico. È una creatura ambigua, che si muove tra umanità e abisso, giovinezza e decadenza. Un essere “che si maschera da uomo e come un camaleonte demoniaco alterna vecchiaia e gioventù, violenza e signorilità, forma di lupo o di topi”. Le sue metamorfosi diventano tavole di luce e sangue, in cui il tratto di Barbieri plasma l’essenza del male senza mai privarlo del suo fascino tragico.
L’artista, da sempre interprete di universi mitologici e letterari – dai Tarocchi ai Mondi di Tolkien, dalle divinità greche a Dante – questa volta si confronta con la figura horror per antonomasia. Ma lo fa allontanandosi dagli stereotipi cinematografici, restituendo a Dracula la sua dignità originaria: quella di una leggenda intrisa di paura e seduzione, di mistero e malinconia.
Il volume affianca le illustrazioni originali a estratti dal romanzo di Bram Stoker, nella storica traduzione di Angelo Nessi, apparsa per la prima volta nel 1922 con il titolo Dracula. L’uomo della notte per Sonzogno. Una scelta non casuale: Nessi catturava già allora la musicalità decadente e la tensione sensuale del testo, e Barbieri sembra riprenderne la stessa melodia visiva, alternando tavole in cui il colore si fa materia, nebbia, carne e ombra.
La forza del progetto sta proprio in questa fusione di arti: parola e immagine si richiamano come due specchi che non riflettono mai la stessa cosa. È come se Stoker e Barbieri dialogassero a distanza di secoli, evocando l’orrore e la poesia dell’eterno ritorno del vampiro.

Il libro, pubblicato in edizione pregiata, sarà accompagnato da una versione variant esclusiva disponibile nelle librerie Manicomix, al Bonelli Store e nello shop online dedicato. La copertina alternativa è un omaggio a una delle più celebri icone del rock: un’interpretazione che trasforma il volto del Conte in un manifesto visivo da collezione. All’interno, una stampa inedita riproduce la copertina della versione regular, un ulteriore tassello di questa esperienza sensoriale tra arte, mito e musica.
Barbieri, come un moderno Van Helsing dell’immaginario, sembra voler guarire la nostra percezione del vampiro da secoli di cliché. Il suo Dracula non luccica, non si specchia, non si redime. È puro simbolo, archetipo del desiderio e della paura. Eppure, dietro i canini e il mantello, si nasconde un’umanità disperata che chiede solo di non morire.
Questo Dracula è, in fondo, una riflessione sulla natura dell’immortalità: un sogno che diventa incubo, una condanna travestita da eternità. Le illustrazioni di Barbieri oscillano tra l’eros e la dannazione, tra il gotico classico e la sensibilità dark contemporanea. Ogni tavola è un portale – un varco tra il Bram Stoker del 1897 e il presente digitale in cui le nostre paure non hanno più castelli, ma algoritmi.
Con questo volume, Barbieri conferma la sua capacità di trasformare la letteratura in visione, e la visione in leggenda. Dracula diventa così un’opera totale, un libro da sfogliare come un grimorio, da guardare come un film muto, da leggere come una confessione.
E forse, quando chiuderemo l’ultima pagina, sentiremo anche noi un leggero brivido dietro le spalle. Non sarà solo l’eco di un vampiro che torna dal buio, ma il segno che l’arte – quella vera – può ancora morderci l’anima.
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