La discesa, quella vera, non perdona. All’inizio promette libertà, vento in faccia, il rombo delle ruote che mangiano terra e ghiaia. Poi accelera, stringe la visuale, spezza il respiro. Downhill nasce proprio da qui: dall’idea che l’adrenalina, se spinta oltre il limite, può trasformarsi in un incubo senza via d’uscita. La versione a fumetti pubblicata da Edizioni NPE prende l’ossatura di un film che molti hanno definito disturbante e la ributta addosso al lettore come una caduta improvvisa, di quelle che non ti rialzi subito.
Il punto di partenza è ingannevolmente familiare. Un gruppo di rider si spinge nei boschi cileni per una gara estrema, una di quelle sfide che nascono tra chi vive la velocità come identità. Finché qualcosa va storto. Un incidente, una frattura nell’equilibrio, il momento in cui capisci che la montagna non è più playground ma avversario. Da lì in avanti, Downhill smette di essere una storia di sport e sopravvivenza nel senso più classico e imbocca una traiettoria obliqua, torbida, dove il pericolo non è solo cadere ma restare.
Il riferimento cinematografico non è un semplice timbro di origine. Il graphic novel è tratto dal film di Patricio Valladares, autore che con l’horror ama sporcarsi le mani, scavare nella carne e nell’istinto. Qui quella visione trova una seconda vita su carta, con un linguaggio che non addolcisce nulla. Anzi, amplifica. Perché il fumetto, quando decide di essere crudele, lo fa con una precisione chirurgica che il cinema può solo invidiare.
Merito soprattutto del tratto di Lorenzo Scipioni, che disegna la foresta come un organismo vivo, ostile, pronto a inghiottire chiunque osi attraversarlo. Il suo segno è iperrealistico, sporco, a tratti quasi doloroso da guardare. I corpi si piegano, si rompono, si trasformano. La vegetazione non fa da sfondo: preme sui margini delle vignette, soffoca l’aria, nasconde presenze che è meglio non nominare troppo presto. Qui il body horror non arriva come colpo di scena, ma come conseguenza inevitabile di una discesa morale e fisica che non concede tregua.
Leggere Downhill è un’esperienza fisica. Le tavole sembrano accelerare sotto gli occhi, poi frenare di colpo, costringendoti a fermarti su un dettaglio disturbante. C’è qualcosa di profondamente lovecraftiano in questo modo di raccontare l’orrore: non tanto nei mostri, quanto nella sensazione che la realtà stessa stia cedendo, che le regole abbiano smesso di funzionare. Il bosco cileno diventa un non-luogo, una soglia dove l’umano perde consistenza e la sopravvivenza si trasforma in mutilazione dell’anima prima ancora che del corpo.
A rendere il volume ancora più interessante è il lavoro di adattamento e contestualizzazione. La supervisione e la prefazione di Andrea Cavaletto non sono un semplice extra da collezione, ma una chiave di lettura. Cavaletto accompagna il lettore dentro il processo di traduzione da un medium all’altro, spiegando come certe immagini funzionino meglio sulla pagina, come l’orrore possa diventare più intimo e insistente quando non è in movimento ma congelato in una vignetta.
Non manca poi la voce del regista stesso, con una postfazione che suona quasi come un saluto complice a chi ha avuto il coraggio di arrivare fino in fondo. La galleria di immagini dal set, infine, crea un cortocircuito affascinante: dopo aver visto la versione fumettistica, tornare alle fotografie reali amplifica il senso di straniamento, come se il confine tra finzione e realtà fosse stato definitivamente eroso.
Downhill non è un fumetto rassicurante e non vuole esserlo. È una storia che parla di ossessione, di sfida al limite, di quanto sia facile confondere la libertà con l’autodistruzione. Una lettura che inchioda, che accelera il battito, che ti costringe a chiederti fin dove saresti disposto a spingerti pur di sentire di essere vivo. Arrivato in libreria dal 23 gennaio, questo graphic novel è una di quelle esperienze che non si archiviano in fretta: resta addosso, come fango secco sulle ginocchia dopo una caduta.
E ora tocca a voi: vi piacciono le storie che mescolano sport estremo e orrore puro, o preferite che certe discese restino solo metaforiche? La chiacchierata è aperta, come sempre.
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