L’annuncio è arrivato come una coltellata di fumo dritta nello stomaco, di quelle che riconosci subito se sei cresciuta tra manga slabbrati, VHS horror e anime che non avevano alcuna intenzione di piacerti per bene. Dorohedoro sta tornando. Per davvero. Dopo sei anni di silenzio, teorie, meme, speranze mezze marce e continue riletture del manga, la seconda stagione dell’adattamento animato è finalmente realtà. La nuova key visual diffusa online parla chiaro: debutto fissato per il primo aprile 2026, con una distribuzione pensata per essere quasi simultanea a livello globale. Un dettaglio che dice molto più di quanto sembri, perché racconta di un’opera che da culto laterale è diventata fenomeno internazionale senza perdere un grammo della sua sporcizia.
Chi nel 2020 aveva premuto play su Netflix senza sapere bene cosa aspettarsi se lo ricorda ancora quel primo impatto. Non era un anime accomodante, non cercava di piacere a tutti, non spiegava troppo. Ti buttava dentro Hole, ti faceva respirare fumo e sangue e poi si metteva a ridere mentre cercavi di capire che diavolo stava succedendo. Sei anni dopo, MAPPA riapre quel portale con la calma di chi sa che certe storie non vanno forzate. Il ritorno nel 2026, e non prima, è una scelta che profuma di rispetto, soprattutto se pensiamo alla mole di lavoro che lo studio ha affrontato negli ultimi anni e alla volontà di non trattare Dorohedoro come un prodotto qualsiasi.
Dietro la macchina da presa torna Yuichiro Hayashi, lo stesso regista che aveva già dimostrato di saper maneggiare l’equilibrio delicatissimo tra brutalità e ironia. Le sceneggiature restano affidate a Hiroshi Seko, uno che con mondi complessi e personaggi spezzati ha un rapporto di lunga data. Il character design porta ancora la firma di Tomohiro Kishi, mentre sul fronte artistico entrano in gioco nuove sensibilità come Miho Sugiura alla direzione artistica e Itsuku Onishi alla colorazione. Cambiamenti mirati, non rivoluzioni, come se lo staff avesse deciso di aggiungere nuovi strati di muffa e ruggine a un edificio già instabile di suo.
E poi c’è la musica, che in Dorohedoro non è mai stata semplice accompagnamento. Il ritorno del collettivo [K]NoW_NAME è una di quelle notizie che fanno sorridere i fan veri, quelli che ricordano quanto le sonorità jazz, elettroniche e industriali abbiano contribuito a rendere Hole un luogo mentale prima ancora che fisico. Quelle tracce non si limitavano a commentare le scene, le contaminavano, proprio come il fumo degli stregoni contamina tutto ciò che tocca.
Parlare di Dorohedoro senza parlare del suo mondo è impossibile. L’opera nasce dal manga di Q Hayashida, pubblicato tra il 2003 e il 2018, e costruisce una distopia che sembra disegnata con le unghie. Hole non è una città da cartolina cyberpunk, è un posto che puzza, cade a pezzi, ti guarda male. Gli stregoni arrivano dall’altro mondo, sperimentano, massacrano, se ne vanno lasciando dietro di sé corpi deformati e vite spezzate. Nessuna grande spiegazione, nessuna redenzione facile. Solo sopravvivenza.
In mezzo a questo disastro cammina Caiman, testa di rettile e memoria bucata, uno dei protagonisti più iconici e strani dell’animazione giapponese recente. Non è un eroe classico, non ha grandi discorsi, non cerca giustizia astratta. Vuole solo sapere chi gli ha fatto questo. Al suo fianco Nikaido, che cucina gyoza come se fosse una forma di magia alternativa e sorride sempre un secondo prima che la situazione degeneri. Il loro legame è uno dei segreti meglio custoditi della serie, perché dietro la violenza e le battute sceme si nasconde una riflessione costante su identità e scelta.
Definire Dorohedoro con una sola etichetta è un errore che fanno solo quelli che lo hanno visto distrattamente. È horror, ma ride dell’horror. È fantasy, ma senza nessuna voglia di essere epico. È grottesco, ma non gratuito. La sua forza sta proprio nell’abbracciare l’assurdo come linguaggio naturale, nel rendere coerente ciò che altrove sarebbe solo caos. L’uso combinato di animazione 2D e 3D, tanto discusso all’epoca, oggi appare quasi profetico: una scelta estetica che rispecchia la natura ibrida di quel mondo, sempre a metà tra carne e magia, tra fumetto sporco e incubo urbano.
La prima stagione, composta da dodici episodi più sei OVA, aveva adattato i primi archi narrativi del manga senza annacquarli. L’arrivo su Netflix aveva permesso a Dorohedoro di uscire dalla nicchia e raggiungere spettatori che magari non avevano mai letto una tavola di Hayashida, ma che si erano lasciati catturare da quell’energia anarchica. Doppiaggi, discussioni infinite online, fan art disturbanti al punto giusto: in pochi mesi la serie era diventata una di quelle opere che non guardi e basta, ma che continui a portarti dietro.
Ora la seconda stagione promette di scavare ancora più a fondo. I volumi successivi del manga ampliano il punto di vista, spostano l’attenzione su figure come En, Shin, Noi ed Ebisu, personaggi che riescono nell’impresa rara di essere spaventosi e irresistibili allo stesso tempo. MAPPA ha lasciato intendere che il nuovo arco narrativo non avrà paura di spingere sull’acceleratore, sia sul piano emotivo che su quello visivo, mantenendo quell’equilibrio folle tra brutalità e quotidianità che rende Dorohedoro così difficile da imitare.
Le parole di Q Hayashida, entusiaste e piene di attesa, hanno fatto il resto. Sapere che anche l’autrice vede questa continuazione come il frutto di una lavorazione lunga e complessa dà la sensazione che non si tratti di un semplice sequel, ma di una vera seconda vita per l’anime. In un periodo storico in cui molte produzioni sembrano fatte in serie, il ritorno di Dorohedoro suona come una dichiarazione d’intenti: esistono ancora storie che non vogliono essere addomesticate.
Aprile 2026 sembra lontano, ma per chi ama questo universo è già dietro l’angolo. La sensazione è quella di rimettere piede in un vicolo di Hole che conosci a memoria e che, nonostante tutto, riesce ancora a sorprenderti. Nuovi segreti, nuove trasformazioni, vecchie ferite che tornano a sanguinare. La follia non è finita, aveva solo bisogno di tempo per fermentare. E noi, onestamente, non potevamo chiedere di meglio.
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