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Donghua: storia, cultura e futuro dell’animazione cinese tra miti e tecnologia

Preparati, perché stiamo per attraversare il portale che ci condurrà nel cuore pulsante dell’animazione cinese: i donghua. Non si tratta semplicemente di “cartoni animati made in China” — ridurli così sarebbe come dire che “Akira” è un fumetto per ragazzi — ma di un universo narrativo e visivo che, negli ultimi decenni, ha vissuto un’evoluzione vertiginosa, passando dalle prime sperimentazioni in bianco e nero alle odierne epopee digitali in CGI capaci di competere con le major internazionali.

In cinese, 动画 (dònghuà) significa letteralmente “immagini in movimento” e, nel contesto locale, indica qualsiasi opera animata, a prescindere dalla provenienza. All’estero, però, il termine è ormai sinonimo di animazione prodotta in Cina, un’etichetta che porta con sé uno stile, un bagaglio culturale e una storia che merita di essere raccontata.

Dai fratelli Wan all’età d’oro

Tutto comincia nel 1918, quando a Shanghai sbarca “Out of the Inkwell”, un corto d’animazione americano. È il primo contatto della Cina con un medium che, in breve, avrebbe trovato interpreti originali. La vera scintilla scocca nel 1926 con l’arrivo dei fratelli Wan, veri pionieri del settore. Sono loro a realizzare nel 1935 “The Camel’s Dance”, primo corto cinese con sonoro, e nel 1941 il monumentale “Princess Iron Fan”, prima pellicola animata asiatica di lungometraggio. Quest’ultima ispirerà persino Osamu Tezuka, il “Dio del manga”.

Negli anni Sessanta, con opere come “Havoc in Heaven”, la Cina era quasi in pari con le produzioni mondiali, aggiudicandosi premi internazionali. Ma il 1966 segna l’inizio della Rivoluzione Culturale, e con essa il crollo della creatività: molti animatori vengono messi a tacere, le opere diventano strumenti di propaganda e l’industria entra in letargo.

Dal gelo creativo alla rinascita digitale

Bisogna attendere gli anni ’90 perché il settore respiri di nuovo. Le riforme economiche aprono il mercato e il web diventa terreno fertile: nascono i primi studi indipendenti, le flash animation conquistano milioni di click, e le influenze da Hong Kong, Taiwan e dal Giappone iniziano a fondersi con la tradizione visiva cinese.

Titoli come “Pleasant Goat and Big Big Wolf” dimostrano che è possibile creare franchise nazionali amati da grandi e piccoli, mentre film come “Monkey King: Hero Is Back” (2015) riscrivono record al botteghino. Al contempo, serie come “The Legend of Qin” introducono una CGI sempre più ambiziosa e un linguaggio visivo da saga epica.

Stile e identità

Il donghua nasce con un forte legame all’arte tradizionale: il bi mo hua (animazione a inchiostro e pennello) di Te Wei negli anni ’60 è un esempio lampante di come pittura e cinema potessero fondersi in un’esperienza poetica. I soggetti attingono spesso a miti, leggende e alla letteratura classica — il Re Scimmia da “Il viaggio in Occidente” è diventato un’icona transmediale.

Negli ultimi decenni, tuttavia, lo stile si è fatto più ibrido: adattamenti di manhua moderni, estetica vicina all’anime giapponese, sperimentazioni in CGI. Il confine tra “stile cinese” e “ibrido internazionale” è sempre più sfumato.

Industria e mercato

Oggi la Cina può contare su milioni di spettatori potenziali, con un pubblico che va dai bambini agli adulti appassionati di fantasy, wuxia e fantascienza. Il governo ha investito in migliaia di studi e corsi universitari di animazione, spingendo il settore come strumento di soft power e identità culturale. Non mancano però i problemi: censura rigida, divieti su contenuti violenti o “volgari”, e un’industria ancora in parte ancorata al lavoro su commissione per studi stranieri.

Eppure, il fermento è palpabile: il donghua è diventato un tassello fondamentale della geek culture globale, dialogando con l’anime giapponese, l’animazione americana e persino con il mondo del gaming, in un ecosistema transmediale che spazia dalle webseries a Netflix.

Perché un geek dovrebbe guardare donghua?

Perché il donghua non è solo intrattenimento, ma anche una lente diversa sul fantasy, la fantascienza e l’avventura. È un luogo dove il wuxia incontra il cyberpunk, dove le arti marziali danzano in sinergia con le particelle digitali, dove i miti antichi vengono riscritti per le generazioni connesse.

Guardare un donghua significa tuffarsi in un universo che parla con la voce della Cina di oggi, ma porta ancora l’eco della sua storia millenaria. E, come ogni portale geek che si rispetti, una volta attraversato, non si torna più indietro.


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