C’è un momento, nella storia dell’animazione giapponese, in cui il bianco e nero diventa più potente del colore. È il 1969 e sulle frequenze di Fuji TV debutta Dororo, trasposizione animata del manga di Osamu Tezuka. Una serie che, già di per sé, porta il peso di un nome leggendario, ma che riesce a distinguersi non come semplice adattamento, bensì come opera autonoma. Tanto che, dopo il quattordicesimo episodio, il titolo stesso si espande, diventando Dororo e Hyakkimaru, a sottolineare il legame inscindibile tra i due protagonisti. Diversamente dal manga, che rimane incompiuto, l’anime offre ai suoi spettatori un finale compiuto, chiudendo il cerchio con un epilogo che sa di tragedia e redenzione. Chi si avvicina oggi a questa serie, disponibile in Italia sottotitolata su VVVVID dal 2015, rimane spesso spiazzato: un anime in bianco e nero, privo di quel luccichio cromatico che siamo abituati a collegare alle produzioni giapponesi. Eppure, bastano pochi minuti per dimenticare l’assenza del colore. Le animazioni sono fluide, i personaggi solidi, la regia incisiva. È un’opera che si regge non sullo spettacolo estetico, ma sulla forza del racconto, sull’umanità che traspare dalle pieghe di una vicenda cupa e brutale.
Siamo catapultati in un Giappone feudale devastato da guerre, superstizioni e soprusi. Qui, i samurai non sono nobili cavalieri, ma oppressori senza scrupoli. I daimyō sono figure assetate di potere, pronte a sacrificare chiunque pur di ottenere prosperità. E tra loro spicca Daigo Kagemitsu, un signore della guerra che non esita a vendere il corpo del proprio figlio non ancora nato a quarantotto demoni, in cambio di ricchezze e vittorie. Così nasce Hyakkimaru: privo di arti, organi e sensi, ma incredibilmente vivo. Abbandonato, destinato a morire, viene invece salvato e cresciuto da un medico compassionevole che, con arti prostetiche e ingegno, gli restituisce la possibilità di combattere. Ed è proprio attraverso la lotta ai demoni che il ragazzo potrà recuperare, uno ad uno, i pezzi del suo corpo rubato.
Accanto a lui viaggia Dororo, un bambino ladruncolo che incarna la fame, la miseria e la resilienza del popolo. La loro è un’alleanza fragile e allo stesso tempo potentissima: Hyakkimaru lotta per riconquistare la sua umanità, Dororo per sopravvivere in un mondo spietato. E proprio in questo contrasto, tra carne e spirito, disperazione e speranza, si costruisce il cuore pulsante della serie. Guardando Dororo, non si ha mai l’impressione di trovarsi davanti a un prodotto “vecchio”. Certo, il bianco e nero tradisce l’epoca, ma le tematiche sono terribilmente attuali: avidità, ingiustizia sociale, il fragile confine tra bene e male. I mostri che Hyakkimaru affronta non sono semplici creature fantastiche, ma spesso incarnazioni del rancore, spiriti di animali e uomini traditi e maltrattati, che tornano per vendicarsi. Demoni, sì, ma generati dall’odio e dalla crudeltà degli uomini stessi. È una metafora potente che Tezuka, e con lui lo staff dell’anime, utilizza per denunciare le ombre dell’umanità.
Il ritmo narrativo alterna momenti di pura azione – combattimenti serrati e drammatici – a episodi di struggente introspezione. Non c’è mai un manicheismo assoluto: i buoni non sempre vincono, i cattivi non sono sempre mostri senza volto. In questo, Dororo si avvicina alle opere di Sampei Shirato, autore di Kamui-den, dove i samurai diventano simbolo di oppressione e i contadini incarnano la parte più fragile e sfruttata della società. L’anime riesce a restituire questo spirito sovversivo, mostrando senza edulcorazioni un mondo in cui sopravvivere significa spesso calpestare gli altri, ma dove, nonostante tutto, resiste una scintilla di bontà. Certo, non mancano ingenuità tipiche delle produzioni dell’epoca: ripetizioni, riassunti, soluzioni narrative rapide. Eppure il risultato complessivo è sorprendentemente solido. Ogni episodio aggiunge un tassello, ogni incontro lascia un segno, e lo spettatore si ritrova a seguire con il fiato sospeso il percorso di Hyakkimaru e Dororo, fino a un finale che, seppur giudicato da alcuni un po’ troppo riassuntivo, chiude con coerenza il viaggio iniziato nel sangue e nel dolore. Forse l’unico vero limite dell’anime, oggi, è proprio la sua veste in bianco e nero, che può scoraggiare chi non è abituato a guardare produzioni vintage. Ma chi supera questa barriera scopre un tesoro: un’opera che, se fosse stata colorata, sembrerebbe tranquillamente più recente. Ed è questa la prova della sua qualità intrinseca. La cura dei dettagli grafici, la caratterizzazione dei personaggi e la regia dinamica la rendono un’esperienza ancora godibile per il pubblico moderno.
Guardare Dororo oggi significa immergersi in un racconto che unisce leggenda e critica sociale, folklore e dramma umano. È un anime che sorprende, emoziona e inquieta, capace di mescolare demoni e povertà, vendetta e desiderio di riscatto. Una di quelle opere che, pur nata più di cinquant’anni fa, riesce ancora a scuotere chi la guarda, dimostrando che certe storie non invecchiano mai. E nel confronto con il remake del 2019, che ne ha rilanciato la popolarità, la serie del 1969 mantiene il suo fascino unico, testimone di un’epoca pionieristica ma già incredibilmente matura.
Chiudendo l’ultimo episodio, resta una sensazione netta: Dororo non è solo un vecchio anime in bianco e nero, è un viaggio nel lato oscuro del Giappone e dell’animo umano. Un viaggio che vale ancora oggi la pena intraprendere, con la consapevolezza che, dietro i demoni, spesso si nasconde lo specchio più autentico dell’umanità.
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