C’è un momento esatto in cui ti rendi conto che il mondo dei videogiochi non è più – e forse non lo è mai davvero stato – un club per soli uomini, chiuso tra pixel, joystick e stereotipi. È un mondo in espansione, vibrante, sfaccettato, che oggi più che mai si trova davanti a uno snodo cruciale: quello dell’inclusività. Nel biennio 2024–2025, l’industria videoludica sta vivendo una vera e propria rivoluzione culturale, un risveglio profondo che mette al centro la diversità, la rappresentazione e l’equità.
Non è solo una questione di numeri – anche se quelli parlano chiaro: il 45–48% del pubblico globale dei gamer è composto da donne, mentre in Italia si arriva a un solido 41%, con una piccola ma significativa presenza di persone non binarie. È una questione di sguardi, di protagonisti e protagoniste, di chi ha il potere di raccontare storie, di dare forma a mondi e identità. E, al momento, dietro gli schermi, il panorama è ancora troppo sbilanciato.
Un controller nelle mani di tutti, ma non per tutti
La fotografia scattata dai dati ci mostra un’industria dove, nonostante il pubblico sia ormai equamente distribuito tra generi, la rappresentazione rimane lacunosa. Solo il 6% dei videogiochi più venduti della storia ha avuto protagoniste femminili. Un dato che lascia l’amaro in bocca, soprattutto se consideriamo la ricchezza narrativa e l’impatto emotivo che personaggi come Aloy di Horizon, Ellie di The Last of Us, o Samus Aran di Metroid hanno avuto sul pubblico.
Ancora più evidente è la scarsità di storie che riflettano la realtà LGBTQ+: meno del 2% dei titoli propongono linee narrative queer, mentre il 17% dei gamer si identifica in questa fascia. Un divario che pesa, soprattutto in un medium tanto potente nel costruire empatia e identificazione.
Donne nello sviluppo: più numeri, ma ruoli marginali
Il dietro le quinte non è molto più confortante. A livello globale, le donne rappresentano circa il 30% della forza lavoro nell’industria videoludica. In Italia, il dato scende al 23%, con concentrazioni maggiori in ruoli di supporto, art direction e management. Dove la creatività si fa potere decisionale – design, direzione, sviluppo narrativo – l’occupazione femminile cala drasticamente.
Alla Game Developers Conference del 2025, il 32% degli sviluppatori si è dichiarato donna o non-binario: un passo avanti rispetto al passato, ma ancora lontano dalla parità. E ciò che emerge con forza è che l’aumento di presenze gender-diverse si registra soprattutto nei ruoli meno senior, meno creativi, meno visibili.
Oltre le parole: le iniziative che fanno la differenza
Tuttavia, qualcosa si muove. E si muove bene. Organizzazioni come Women in Games Italia, in collaborazione con IIDEA, stanno portando avanti progetti concreti per la parità, come linee guida per integrare figure femminili e non-binari nei team di sviluppo, non solo come presenza simbolica, ma come risorse attive e protagoniste.
L’evento “International Women and Gender Diverse Day”, promosso da IGEA nel marzo 2025, ha acceso i riflettori su storie e talenti spesso trascurati. Nel frattempo, realtà internazionali come Dames Making Games, WIGI o Afrogameuses operano con costanza per formare, supportare e dare voce alle donne, soprattutto quelle racializzate, costruendo una nuova generazione di creatrici di mondi.
Anche le grandi aziende si stanno muovendo: Warner Bros. Games, ad esempio, ha lanciato l’iniziativa “Women and Non‑Binary Leadership”, un programma di mentorship e leadership pensato per rompere gli schemi del dominio maschile.
Le sfide: stereotipi, molestie e fuga di cervelli
Ma non è tutto oro quello che luccica dietro gli schermi. Persistono ancora dinamiche tossiche che scoraggiano la permanenza delle donne e delle persone queer nell’industria. Le molestie, le discriminazioni sistemiche e l’assenza di meccanismi efficaci di tutela sono un fardello che molte devono ancora sopportare.
Il ritorno di movimenti d’odio come una sorta di “Gamergate 2.0” e il proliferare di leggi antifemministe in diversi paesi stanno contribuendo a un clima di insicurezza e paura. E se non si affrontano questi problemi alla radice, si rischia una vera e propria fuga di talenti, che impoverirebbe gravemente la creatività del settore.
La diversità come valore – non come slogan
Non si tratta solo di fare “bella figura” o di seguire una moda: la diversità paga. Uno studio su oltre 4.000 progetti videoludici ha dimostrato che la presenza femminile – quando supera il 23% – combinata con un ambiente realmente inclusivo, incrementa la creatività in modo misurabile. Non è una formula magica, è il potere delle idee che si incontrano e si contaminano.
Secondo Mintel, i giochi che integrano rappresentazioni inclusive hanno anche una performance commerciale migliore, soprattutto tra i giovani, i gamer LGBTQ+ e le minoranze etniche. Perché chi si sente visto, ascoltato e rappresentato, è più propenso a sostenere con entusiasmo un prodotto.
L’Italia alla svolta: tra opportunità e responsabilità
Il nostro Paese non è esente da queste dinamiche, ma ha anche grandi potenzialità. Con 14 milioni di videogiocatori attivi e un fatturato che sfiora i 2,4 miliardi di euro, l’industria videoludica italiana ha il potere – e il dovere – di diventare un laboratorio d’innovazione anche sul fronte della parità di genere e dell’inclusione sociale.
Non basta includere la diversità solo nei team di supporto. Bisogna portarla nei cuori pulsanti della produzione: sceneggiatori, game designer, project manager. Servono percorsi di mentoring mirati, rappresentazioni non stereotipate, e soprattutto, politiche chiare e rigide contro molestie e discriminazioni.
Collaborare con realtà come Women in Games, WIGI, Afrogameuses non è solo auspicabile: è necessario per dare una svolta etica e culturale alla nostra industria.
Il potere sociale del videogioco
Oggi, i videogiochi non sono solo un passatempo. Sono strumenti culturali potentissimi. Parlano alle nuove generazioni, educano, connettono, costruiscono immaginari. Sono spazi dove si può vivere l’esperienza dell’altro, dove si può imparare la tolleranza senza nemmeno accorgersene.
In un’epoca in cui l’empatia sembra scarseggiare, il gioco ha la capacità di creare ponti tra generi, etnie, culture, orientamenti. Promuove l’inclusione senza prediche, ma con la magia della narrazione e del coinvolgimento.
Pensiamo a quanti over 45 giocano oggi con la stessa passione dei ventenni, o a quante ragazze e persone queer scoprono sé stesse attraverso un avatar che finalmente le rispecchia. La DEI – Diversity, Equity and Inclusion – non è più un’opzione. È la strada per un futuro videoludico più ricco, umano e autentico.
🎮 E tu, cosa ne pensi? Ti sei mai sentito escluso o finalmente rappresentato in un videogioco? Hai una storia da condividere, un titolo che ti ha fatto sentire visto, o una battaglia che vale la pena combattere anche con un joypad in mano? Raccontacelo nei commenti e condividi questo articolo sui tuoi social: l’inclusione comincia anche da una chiacchiera tra appassionati. #CorriereNerd #InclusioneVideogiochi #GamersUniti #ParitàDigitale #DEInelGaming
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