Una major che entra al CinemaCon non si limita più a presentare film. Ormai mette in scena una dichiarazione d’intenti, quasi un atto di forza culturale, e Disney a Las Vegas ha fatto esattamente questo: ha trasformato il palco del Dolby Colosseum al Caesars Palace in una specie di portale sul futuro dell’intrattenimento globale, un futuro in cui franchise, nostalgia, tecnologia, autorialità industriale e senso dello spettacolo convivono dentro una stessa architettura narrativa. Per chi mastica cultura pop tutti i giorni, per chi passa da Marvel a Pixar con la stessa naturalezza con cui cambia playlist, per chi ha passato anni a discutere di Star Wars, remake live action, multiversi, sequel impossibili e ritorni clamorosi, una presentazione del genere non è semplice promozione. È materiale da fandom, da discussione collettiva, da hype organizzato con precisione quasi militare.
Il CinemaCon 2026 ha così consegnato ai presenti, e indirettamente a tutto il pubblico nerd mondiale, una visione molto chiara di come i Walt Disney Studios intendano occupare l’immaginario cinematografico dei prossimi anni. Sul palco sono passati i nomi e i volti che da soli bastano a cambiare la temperatura di una sala: i fratelli Russo, Robert Downey Jr., Chris Evans, Kevin Feige, Jon Favreau, Dwayne Johnson, Tom Hanks, Tim Allen, Ray Romano, Denis Leary, Queen Latifah e Catherine Lagaʻaia. Basta già questa sfilata per capire il tono dell’operazione. Non una line-up, ma una parata di mondi narrativi che si tengono per mano pur parlando linguaggi diversissimi tra loro.
Alan Bergman ha aperto le danze ricordando un dato che pesa come un macigno, e che Disney ha tutto l’interesse a ribadire davanti agli esercenti: i tre film hollywoodiani di maggior successo del 2025 portano il marchio dello studio. Zootropolis 2 ha sfiorato i 1,9 miliardi di dollari, Avatar: Fuoco e Cenere ha aggiunto altri 1,5 miliardi a una saga che continua a sembrare fuori scala, mentre Lilo & Stitch ha superato il miliardo confermando ancora una volta che la nostalgia, se ben gestita, non è soltanto memoria: è economia narrativa allo stato puro. In quel momento il messaggio diventa quasi fin troppo limpido. Disney non sta solo dominando il box office, sta costruendo un ecosistema nel quale il cinema in sala rimane il centro cerimoniale di tutto il resto.
Ed è qui che il discorso si fa interessante anche per noi che guardiamo il fenomeno da spettatori appassionati, ma pure da osservatori della cultura pop contemporanea. Da anni si ripete che lo streaming ha cambiato tutto, che la serialità ha divorato il rito della sala, che il pubblico giovane consuma intrattenimento in frammenti, tra social, clip, reaction e meme. Eppure Disney, proprio davanti agli esercenti, ha scelto di riaffermare un concetto semplice e quasi controcorrente: il cinema come esperienza irriproducibile altrove. Non è retorica. È strategia. Andrew E. Cripps lo ha detto senza giri di parole, sottolineando l’importanza delle sale e introducendo Infinity Vision, la nuova iniziativa pensata per certificare gli schermi Premium Large Format attraverso standard tecnici legati a immagine e suono. Tradotto in lingua da fan: Disney vuole che certi film siano percepiti come eventi da vivere nel “posto giusto”, sullo schermo giusto, con l’audio giusto, in un contesto che renda il biglietto non soltanto giustificabile, ma desiderabile.
Questa idea del cinema come luogo “potenziato” si lega perfettamente al titolo che ha chiuso la presentazione, cioè Avengers: Doomsday, ma prima di arrivare lì vale la pena fermarsi un attimo sul mosaico complessivo, perché il vero colpo d’occhio della serata nasce proprio dalla sua varietà. Dentro la stessa presentazione convivono il glamour fashion di Il Diavolo veste Prada 2, l’epica galattica di Star Wars: The Mandalorian and Grogu, la malinconia generazionale di Toy Story 5, l’immaginario polinesiano di Oceania in live action, il post-apocalittico firmato Ridley Scott di The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine, il survival estremo di Whalefall, la dark comedy geopolitica di Wild Horse Nine, la nuova fantasia animata Hexed, il ritorno de L’Era Glaciale e poi, naturalmente, il martello cosmico del Marvel Cinematic Universe.
A pensarci bene è quasi una fotografia perfetta della Disney contemporanea. Da un lato una macchina industriale che sa usare marchi riconoscibili come fossero coordinate GPS dell’attenzione globale, dall’altro una struttura capace di alternare intrattenimento per famiglie, cinema d’autore controllato, blockbuster, sequel nostalgici e nuove proprietà narrative. Il punto non è soltanto “quanto” esce. Il punto è “come” viene posizionato tutto questo. Ogni titolo sembra occupare una casella precisa nel calendario emotivo del pubblico.
Il Diavolo veste Prada 2, per esempio, non parla soltanto a chi ricorda il film del 2006 come un cult generazionale, ma anche a un pubblico che nel frattempo ha trasformato la moda, il lusso, l’estetica del potere femminile e il workplace drama in oggetti di dibattito continuo, rilanciati da TikTok, meme, video essay e nostalgia Y2K. Rivedere Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci tornare in quell’universo non significa semplicemente riaprire una storia amata. Significa rimettere in circolo un immaginario che ha avuto un impatto enorme sul linguaggio pop. Quanti dialoghi di quel film sono diventati citazione? Quante volte Miranda Priestly è stata evocata come archetipo? Ecco, Disney questo lo sa benissimo. Sa che un sequel, oggi, non vive soltanto di trama: vive di memoria collettiva, di riattivazione del mito.
Poi il testimone passa a Star Wars, e qui il discorso diventa ancora più delicato. Star Wars: The Mandalorian and Grogu non è solo il primo film della saga in quasi sette anni. È il passaggio di una delle creature narrative più amate dell’era Disney+ dal piccolo schermo al grande schermo, con tutto quello che questo comporta. Din Djarin e Grogu non sono più solo protagonisti di una serie di successo, sono l’emblema di una fase precisa della storia recente di Lucasfilm, quella in cui il brand ha ritrovato centralità attraverso la serialità. Portarli al cinema vuol dire compiere un esperimento molto interessante: capire se il linguaggio che ha reso The Mandalorian un fenomeno globale possa espandersi fino a diventare evento cinematografico puro. Jon Favreau, salendo sul palco e mostrando trailer finale, primi minuti del film e materiali esclusivi, ha in qualche modo certificato la fiducia dello studio in questo passaggio.
Da fan, inutile girarci intorno, questa è una delle mosse più affascinanti dell’intero pacchetto. Perché Star Wars al cinema non è mai soltanto Star Wars al cinema. È una prova di stato del brand. È il termometro di un rapporto emotivo con il pubblico che va avanti da decenni, attraversa trilogie, spin-off, delusioni, rinascite, fandom in guerra permanente e improvvisi momenti di grazia. E Grogu, diciamocelo tra noi, è ormai una figura che ha superato la semplice funzione narrativa. È diventato una mascotte, un’icona pop, una creatura che esiste contemporaneamente come personaggio, oggetto da collezione, meme vivente e simbolo transgenerazionale. Vederlo guidare un film pensato per il grande schermo è il tipo di operazione che può cambiare parecchio gli equilibri futuri di Lucasfilm.
Altro ritorno impossibile da guardare con distacco è Toy Story 5. Basta il titolo per attivare un cortocircuito emotivo che ha pochissimi equivalenti nella storia dell’animazione contemporanea. Woody e Buzz non appartengono solo a Pixar, appartengono a intere generazioni cresciute con loro. Ogni nuovo capitolo di Toy Story porta con sé un rischio enorme, perché tocca ricordi veri, personali, quasi domestici. Però è anche proprio questo il motivo per cui il franchise continua a esercitare un richiamo così potente. Il nuovo film, che metterà i giocattoli davanti a un oggetto tecnologico come Lilypad, promette uno scontro che è insieme narrativo e simbolico: il gioco analogico, l’immaginazione incarnata nei pupazzi, contro il richiamo ipnotico dei dispositivi digitali. Una premessa del genere, lo ammetto, sembra quasi fatta apposta per colpire sia i bambini di oggi sia gli adulti che stanno cercando disperatamente di capire che forma abbia ormai l’infanzia nell’epoca degli schermi.
E poi, beh, Tom Hanks e Tim Allen sul palco hanno sempre l’effetto di una macchina del tempo. Non importa quanti anni passino, rivederli associati a Woody e Buzz rimette immediatamente in moto qualcosa di familiare, quasi di rassicurante. Pixar su questi territori si muove come pochi altri. Ti fa sorridere, poi ti disarma, poi ti colpisce dove sei più vulnerabile, spesso senza farti capire bene come ci sia riuscita.
Dwayne Johnson e Catherine Lagaʻaia hanno invece portato il pubblico verso Oceania, adattamento live action di un film che in pochissimo tempo è diventato amatissimo da famiglie e fan Disney. Qui il discorso si complica perché i remake live action sono uno dei fronti più discussi degli ultimi anni. Ogni annuncio divide, ogni casting apre dibattiti, ogni trailer scatena entusiasmi e diffidenze. Eppure restano centrali nella strategia Disney, perché consentono di trasformare un classico recente in un evento nuovo, parlando a pubblici che si sovrappongono solo in parte. Chi ha adorato il film animato vuole ritrovare la magia originale, chi arriva per la prima volta cerca un’avventura epica dal respiro spettacolare, chi osserva da fuori vuole capire se ci sia davvero una ragione artistica dietro il remake. Oceania dovrà fare i conti con tutto questo, ma possiede anche un vantaggio: il suo immaginario, tra oceano, mito, musica e identità, ha ancora una forza visiva enorme.
Subito dopo il tono cambia bruscamente, e qui si vede quanto il portafoglio Disney sia ampio. The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine porta in scena Ridley Scott alle prese con un thriller epico post-apocalittico tratto dal romanzo di Peter Heller. Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley, Allison Janney, Benedict Wong, Guy Pearce. Già il cast basta a dare al progetto una densità diversa. Ma più del cast colpisce il tipo di storia: un mondo devastato, una sopravvivenza costruita sul filo, una trasmissione radio misteriosa che diventa chiamata alla speranza. Dentro una line-up dominata da marchi fortissimi, un film come questo ricorda che lo studio continua a presidiare anche territori più adulti, più ruvidi, meno legati all’idea del franchise familiare. E Ridley Scott, a quel punto della serata, sembra quasi una specie di garante di un cinema di scala grande ma non addomesticato.
Whalefall sposta ancora di più il baricentro verso il survival puro, quasi claustrofobico. L’idea di un ragazzo inghiottito da un capodoglio gigante mentre cerca i resti del padre ha qualcosa di mitologico e insieme profondamente contemporaneo. Sembra una premessa da leggenda marina riscritta con sensibilità da thriller psicologico. È uno di quei concept che, appena lo senti, ti immagini già sullo schermo con una fisicità opprimente, quasi da film-esperienza. E non è difficile intuire perché possa attirare curiosità anche fuori dal pubblico abituale dei blockbuster: ha quella miscela di high concept, trauma familiare e lotta contro il tempo che al cinema può funzionare in maniera devastante.
Wild Horse Nine, scritto e diretto da Martin McDonagh, sembra invece muoversi in una direzione ancora diversa, più tagliente, più ironica, più scomoda. CIA, Isola di Pasqua, 1973, colpo di Stato cileno sullo sfondo, John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Tom Waits. Sembra quasi uno di quei progetti che esistono per ricordare che dentro l’impero esiste ancora spazio per un cinema capace di giocare con il grottesco, la politica e l’assurdo. Anche questo, a modo suo, è un segnale importante. La Disney del 2026 non vuole apparire come un contenitore monolitico di soli prodotti family o supereroistici. Vuole mostrare una complessità di toni, di pubblici e di posizionamenti.
Poi arriva Hexed, e qui da appassionati di animazione un po’ drizziamo la schiena. Perché un film originale dei Walt Disney Animation Studios, in mezzo a sequel, remake e franchise colossali, ha sempre un peso specifico particolare. Una nuova saga magica di formazione con Hailee Steinfeld e Rashida Jones nel cast vocale originale, un regno di streghe, misteri di famiglia, una protagonista impulsiva e anticonformista. Sulla carta è il tipo di progetto che potrebbe diventare davvero interessante, soprattutto se riuscirà a costruire un’identità visiva forte e un tono narrativo personale. Ogni volta che Disney Animation esce dalla semplice logica del ritorno garantito e prova a costruire un mondo nuovo, per chi ama il cinema fantastico si apre uno spazio di curiosità autentica. Perché sì, i franchise rassicurano, ma la vera energia del futuro spesso nasce proprio dai titoli che ancora non hanno uno status mitologico preesistente.
Anche L’Era Glaciale: Punto di Ebollizione gioca naturalmente la carta del ritorno, ma lo fa su un terreno diverso, più comico, più fisico, più cartoon nel senso più puro del termine. Manny, Sid, Diego, Ellie, Scrat e il branco continuano a essere una presenza stranamente resistente nella memoria collettiva di più generazioni. Non sempre si parla abbastanza del fatto che L’Era Glaciale sia uno di quei franchise che, senza fare il rumore mediatico di altri colossi, ha costruito un radicamento fortissimo. Rivedere sul palco Ray Romano, Queen Latifah e Denis Leary ha il sapore di un richiamo a un’epoca dell’animazione mainstream in cui le saghe nascevano con un’energia diversa, meno inglobata nel discorso globale sul brand e più legata al piacere immediato del personaggio e della gag.
Ma inutile fingere: tutto il percorso della presentazione conduceva verso un unico punto di convergenza. Avengers: Doomsday era l’elefante cosmico nella stanza, e Disney ha costruito l’attesa esattamente come doveva. Kevin Feige, i fratelli Russo, il ritorno al cinema di Avengers: Endgame nelle sale certificate Infinity Vision, il discorso su Victor Von Doom, l’ingresso teatrale di Robert Downey Jr. in abito verde da Doctor Doom, l’arrivo di Chris Evans sul palco. Questo non è più marketing tradizionale. È mitologia live, è narrazione industriale che imita la grammatica dell’evento da fumetto, da convention, da wrestling pop, da rito collettivo.
La verità è che il Marvel Cinematic Universe si trova in una fase cruciale. Dopo la chiusura emotiva e simbolica di Endgame, l’impressione di molti spettatori è stata quella di un universo ancora potente ma meno compatto, più disperso, a tratti affaticato dalla moltiplicazione delle linee narrative. Doomsday, già dal solo titolo, sembra proporsi come il film destinato a riordinare il caos attraverso una minaccia assoluta, trasversale, inevitabile. L’idea di mettere gli eroi di tre universi distinti su una rotta di collisione letale con Victor Von Doom promette esattamente ciò che il fandom Marvel desidera da tempo: peso, conseguenze, convergenza, senso di evento. E il casting mastodontico annunciato spinge ancora di più su questa dimensione. Sembra quasi una dichiarazione: stavolta vogliamo che il pubblico percepisca davvero l’arrivo di un nuovo terremoto narrativo.
Che poi Robert Downey Jr. sia il volto scelto per incarnare Doctor Doom rende tutto ancora più elettrico. Qui non siamo più soltanto nel casting. Siamo nella riconfigurazione simbolica di una delle facce più importanti dell’intera saga Marvel. È il tipo di mossa che divide, certo, ma proprio per questo funziona. Genera conversazione, teorie, discussioni infinite. E in fondo il grande cinema pop contemporaneo vive anche di questo: della sua capacità di occupare la mente degli spettatori molto prima dell’uscita.
L’altra faccia della questione, forse ancora più interessante, riguarda proprio Infinity Vision. Perché se Doomsday è il film-simbolo da vivere nelle sale certificate, allora Disney sta provando a ridefinire anche il linguaggio con cui il pubblico sceglie dove vedere un blockbuster. Non basta più “andare al cinema”. Bisogna andare al cinema giusto. È una sfida sia tecnica sia culturale. Da una parte la major garantisce una sorta di marchio di qualità, dall’altra costruisce una percezione premium dell’esperienza. E se questa idea attecchirà, potremmo davvero trovarci davanti a una nuova fase del rapporto tra studio, esercenti e spettatori.
Guardando tutto questo insieme, la sensazione è molto netta. Disney non sta solo riempiendo il calendario cinematografico. Sta cercando di presidiare in modo permanente le grandi finestre dell’attenzione collettiva: primavera, estate, autunno, festività natalizie. Ogni titolo sembra pensato per occupare una nicchia emotiva precisa, e messo accanto agli altri compone una grande mappa del desiderio pop contemporaneo. Fashion sequel, space opera, animazione generazionale, remake live action, thriller apocalittici, dark comedy, fantasy inedito, supereroi cosmici. Tutto viene orchestrato come se lo spettatore globale dovesse poter trovare, a intervalli regolari, una ragione forte per tornare in sala.
Per noi che viviamo di cultura nerd questa è una fase affascinante e un po’ vertiginosa. Da una parte è impossibile non lasciarsi trascinare dall’hype. Basta sentire nominare Toy Story 5, The Mandalorian and Grogu o Avengers: Doomsday per capire subito che l’immaginario collettivo sta già cominciando a muoversi. Dall’altra parte resta sempre quella domanda che torna, testarda, ogni volta che un colosso del genere mostra tutta la sua potenza di fuoco: in mezzo a una macchina così perfetta, quanto spazio resta alla sorpresa vera? Al film che non ti aspetti, a quello che non nasce già come evento, a quello che diventa importante dopo, quasi di nascosto?
Forse il punto è proprio questo. Il bello del cinema pop, quello che continuiamo ad amare e discutere come community, nasce sempre da una tensione tra controllo e imprevisto. Disney al CinemaCon 2026 ha mostrato il controllo, anzi il controllo assoluto della propria macchina narrativa. Ma saranno poi i film, uno per uno, a decidere se oltre la strategia esista davvero anche la scintilla. E quella scintilla, lo sappiamo bene, non la produce un calendario. La produce l’incontro tra immaginario, pubblico, momento storico e quel misterioso allineamento che trasforma un’uscita in un ricordo.
Da qui ai prossimi mesi avremo trailer da analizzare fotogramma per fotogramma, cast da commentare, teorie da smontare e ricostruire, polemiche inevitabili, entusiasmi fulminei e magari pure qualche sorpresa arrivata dove nessuno la stava cercando. Ed è anche per questo che eventi come il CinemaCon continuano a contarci qualcosa addosso. Non soltanto perché anticipano il futuro, ma perché ci ricordano che il cinema geek, quello che mescola spettacolo, mito, industria e appartenenza, continua a essere uno dei luoghi in cui la fantasia collettiva si misura con la realtà del mercato.
Adesso però la parte più interessante viene come sempre dopo il palco, dopo gli applausi, dopo i trailer fatti vedere a porte chiuse e le entrate studiate al millimetro. Viene qui, tra noi appassionati, dove l’hype diventa conversazione vera. Star Wars: The Mandalorian and Grogu riuscirà davvero a riportare la saga a una centralità cinematografica piena? Toy Story 5 sarà un nuovo colpo al cuore generazionale o il capitolo più rischioso della serie? Oceania in live action saprà trovare una sua anima? E soprattutto, Avengers: Doomsday sarà davvero il film capace di rimettere il Marvel Cinematic Universe al centro del discorso pop mondiale? Qui la discussione è appena cominciata, e onestamente sarebbe un peccato fermarsi proprio adesso.
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