CorriereNerd.it

Disincanto: l’ultima favola storta di Matt Groening che ci lascia orfani di Dreamland

Disincanto è finito. Lo so, fa strano anche scriverlo. Il 1° settembre 2023 Netflix ha pubblicato la quinta e ultima stagione e con essa si è chiusa, in modo definitivo, la storia di Bean, Elfo e Luci. Niente revival, niente speciali, niente resurrezioni all’ultimo minuto. Fine dei giochi. Sigla.

Per chi, come me, lo ha seguito dall’inizio nel lontano 2018, questa chiusura sa di malinconia. Perché, nonostante i difetti, Disincanto era riuscito a ritagliarsi un piccolo spazio tutto suo nell’immaginario nerd. Era la creatura più giovane di Matt Groening, il papà dei Simpson e di Futurama, eppure è stata la prima delle tre a ricevere un vero e proprio finale. Non perfetto, non elegante, ma pur sempre un finale.


Una principessa che non vuole fare la principessa

Il cuore della serie è sempre stato lei: Bean, la principessa ribelle di Dreamland. Una principessa che non sta bene nei panni che la vita le ha cucito addosso e che preferisce perdersi tra le taverne del regno, con un boccale in mano, piuttosto che restare chiusa in un castello a interpretare il ruolo che ci si aspetta da lei. È sboccata, testarda, disordinata, e a tratti pure autodistruttiva. Insomma, tutto tranne che il modello da manuale di “principessa Disney”.

Accanto a lei, Elfo, il suo compagno di avventure ingenuo e sempre un po’ fuori posto, e Luci, il demone personale, ironico e cattivo quanto basta, che però finisce spesso per sembrare più una spalla comica che una vera minaccia. I tre insieme formano un trio improbabile, costantemente trascinato in guai che oscillano tra la farsa e il dramma, tra risate surreali e momenti che, sorprendentemente, riescono persino a toccare corde emotive.


Il problema di una serie che non sapeva che pesci pigliare

E qui arriviamo al punto dolente: Disincanto non è mai stata una serie facile da inquadrare. Le prime due stagioni hanno confuso più che convinto, oscillando in continuazione tra episodi autoconclusivi e trama orizzontale, con cliffhanger sparati a fine stagione solo per tornare tutto al punto di partenza dopo pochi minuti. Una specie di yo-yo narrativo che, alla lunga, stancava anche i fan più affezionati.

Le stagioni successive hanno provato ad aggiustare il tiro, spingendo di più sull’arco narrativo principale, con la storia di Bean e della sua famiglia maledetta, il passato oscuro di Dreamland, le manipolazioni di Dagmar e i misteri legati al destino della principessa. Ma anche lì, ogni volta che sembrava arrivare una risposta, si apriva un nuovo enigma. E, come spesso accade, la sensazione era quella di non arrivare mai davvero a una conclusione soddisfacente.

E poi è arrivata la beffa finale: Netflix che decide di tagliare la corsa, chiedendo alla serie di chiudere in dieci episodi. Dieci. Quando fino al giorno prima la narrazione si muoveva lenta come una tartaruga assonnata, all’improvviso bisognava correre come in una maratona a tempo. Il risultato è stato un finale compresso, con sottotrame abbandonate e sviluppi forzati, che hanno lasciato molti fan (me compresa) con la sensazione di un’occasione persa.


Il gran finale: tra colpi di scena e corse contro il tempo

La quinta stagione ha comunque regalato momenti degni di nota. Lo scontro finale tra Bean e Dagmar è stato l’apice di una tensione costruita per anni. Alcuni personaggi hanno trovato conclusioni inaspettate, come Luci che, dopo aver fatto i conti con Satana e con la stessa Dagmar, spunta addirittura con le ali da angioletto. Cose che, lette così, sembrano assurde, ma nell’universo di Groening trovano sempre una strana logica interna.

Ci sono stati anche tocchi comici surreali, come matrimoni improbabili e situazioni ai limiti dell’assurdo che hanno ricordato da vicino certe atmosfere demenziali tipiche dei Simpson e di Futurama. Eppure, nonostante la fretta, un certo senso di chiusura c’è stato. Non la perfezione, ma una vera conclusione, e già questo oggi non è poco.


Una serie più raffinata di quanto sembri

Uno degli aspetti che molti non hanno mai notato abbastanza è la cura maniacale con cui la serie era costruita. Foreshadowing piazzato qua e là, dettagli negli sfondi che solo i più attenti coglievano, simboli nascosti e ricorrenze che rivelavano, con il senno di poi, un disegno molto più elaborato di quello che appariva.

Era come se Groening e il suo team avessero deciso di giocare con gli spettatori nerd, lasciando briciole di pane lungo il cammino, confidando che qualcuno le raccogliesse. E questa è forse la cosa che mi ha fatto restare fedele alla serie fino alla fine: la sensazione che, dietro l’umorismo e la trama pasticciata, ci fosse un lavoro più sottile, quasi un enigma da decifrare.


Il vuoto che resta

Ora che è tutto finito, resta quella malinconia dolceamara che accompagna ogni addio. Mi mancheranno Bean, Elfo e Luci, così come il caos di Dreamland e quella strana atmosfera da fiaba medievale ubriaca. Sarebbe bello rivederli un giorno, magari in un cameo in Futurama o nei Simpson, visto che le citazioni tra i mondi di Groening non sono mai mancate.

Ma per ora resta solo la certezza che Disincanto, pur con tutti i suoi difetti, sia riuscito a chiudere la sua storia in modo più dignitoso di tante altre serie più blasonate. Un finale frettoloso, sì, ma pur sempre un finale. E questo, in tempi in cui troppe storie vengono cancellate senza pietà, è già una piccola vittoria.


Scopri di più da CorriereNerd.it

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Maria Merola

Maria Merola

Laureata in Beni Culturali, lavora nel campo del marketing e degli eventi. Ama Star Wars, il cosplay e tutto ciò che riguarda il mondo del fantastico, come rifugio dalla realtà quotidiana. In particolare è l'autrice del blog "La Terra in Mezzo" dedicato ai miti e alle leggende del suo Molise.

Aggiungi un commento

Rispondi

Seguici sui social