DIGGER non è soltanto un titolo appena svelato: è una dichiarazione d’intenti, un segnale chiarissimo che Alejandro González Iñárritu ha deciso di tornare a scuotere il cinema mainstream prendendolo a martellate dall’interno. Dopo mesi di voci, mezze conferme e sussurri da corridoio hollywoodiano, il nuovo film del regista messicano con protagonista Tom Cruise ha finalmente un nome, un teaser che accende la miccia e una promessa che suona come una sfida: una commedia di proporzioni catastrofiche. E già solo questa definizione basta a farci drizzare le antenne nerd.
Iñárritu non è un autore che ama le zone di comfort. Ogni suo film sembra nascere dal desiderio di mettere in crisi lo spettatore, di spingerlo fuori equilibrio, di costringerlo a guardare l’abisso e, magari, a riderci sopra con un ghigno amaro. DIGGER arriva dopo The Revenant, il suo ultimo film in lingua inglese, e rappresenta un ritorno importante non solo a Hollywood, ma a un cinema che osa mischiare generi, toni e ambizioni senza chiedere permesso. Il fatto che lo faccia insieme a Tom Cruise, una delle icone più granitiche e “controllate” dello star system, rende tutto ancora più elettrizzante.
La trama, per ora, è stata rilasciata con il contagocce, ma quel poco che sappiamo è già materiale da discussione infinita. Tom Cruise interpreta Digger Rockwell, descritto come l’uomo più potente del mondo. Non un eroe nel senso classico, ma una figura ingombrante, quasi mitologica, che si muove in uno scenario di disastro imminente. Rockwell è impegnato senza sosta a dimostrare di essere il salvatore dell’umanità, la stessa umanità che lui stesso ha condannato. Un paradosso gigantesco, una contraddizione vivente, mentre il disastro provocato dalle sue azioni minaccia di cancellare ogni cosa. È una premessa che profuma di satira feroce, di riflessione politica, di critica al culto del potere e della salvezza “dall’alto”, e che sembra cucita addosso allo stile di Iñárritu come un abito sartoriale.
Il titolo DIGGER, rivelato ufficialmente solo di recente, suona quasi come una presa in giro. Scavare, affondare, portare alla luce… o forse sotterrare definitivamente. È una parola semplice, ma carica di significati simbolici, soprattutto se accostata a un protagonista che potrebbe essere al tempo stesso demiurgo e becchino del mondo che abita. Ed è difficile non pensare a Birdman, al modo in cui Iñárritu aveva smontato l’ego, la fama e l’illusione di grandezza, usando il linguaggio della commedia nera come una lama affilata. Qui sembra voler fare qualcosa di simile, ma su scala ancora più ampia, quasi apocalittica.
Accanto a Cruise, il cast è una vera e propria parata di talento che fa brillare gli occhi. Sandra Hüller, reduce da interpretazioni intense e memorabili, John Goodman con la sua presenza magnetica, Michael Stuhlbarg capace di rubare la scena anche con pochi minuti, Jesse Plemons che ormai è sinonimo di inquietudine controllata, Sophie Wilde, Riz Ahmed ed Emma D’Arcy, volto amatissimo dal pubblico delle serie TV. Un ensemble che suggerisce personaggi complessi, sfaccettati, forse grotteschi, forse tragici, sicuramente memorabili. Non sembra il classico film costruito attorno a una star, ma un organismo corale, dove ogni ingranaggio ha un ruolo preciso nel disegno complessivo.
Dietro le quinte, la produzione racconta un progetto curato in modo quasi maniacale. Le riprese principali sono iniziate nel Regno Unito il 7 novembre 2024 e si sono concluse nella primavera del 2025, dopo circa sei mesi di lavorazione. Alla fotografia troviamo Emmanuel Lubezki, collaboratore storico di Iñárritu, e questo dettaglio da solo è sufficiente a farci immaginare immagini potenti, immersive, capaci di avvolgere lo spettatore. La scelta di girare su pellicola 35mm utilizzando il formato VistaVision non è solo una decisione tecnica, ma una dichiarazione d’amore per il cinema come esperienza sensoriale, tangibile, quasi fisica. In un’epoca dominata dal digitale, questo ritorno alla pellicola suona come un atto di resistenza artistica.
La produzione non è stata priva di intoppi, come spesso accade nei set ambiziosi. Le riprese si sono fermate per un paio di giorni a causa di un infortunio, per fortuna lieve, che ha coinvolto John Goodman. Nulla che abbia però rallentato davvero la corsa di DIGGER verso il traguardo. A maggio 2025, Iñárritu ha confermato in un’intervista ciò che già si intuiva: sì, il film è una commedia. Ma conoscendo il regista, è lecito aspettarsi una risata che graffia, che mette a disagio, che lascia il retrogusto amaro di una verità scomoda.
L’uscita nelle sale italiane è fissata per il 1° ottobre, una data che sembra perfetta per un film destinato a far discutere, dividere, accendere dibattiti. DIGGER non appare come un prodotto “facile”, ma come uno di quei titoli che entrano in testa e non se ne vanno più, che chiedono allo spettatore di prendere posizione. E la presenza di Tom Cruise in un ruolo così ambiguo e potenzialmente corrosivo aggiunge un ulteriore livello di curiosità: siamo abituati a vederlo come eroe, come incarnazione dell’efficienza e del controllo. Qui potrebbe essere chiamato a smontare proprio quell’immagine, a metterla in crisi davanti ai nostri occhi.
In fondo, DIGGER sembra promettere esattamente ciò che molti amanti del cinema cercano: un’opera che osa, che non si limita a intrattenere, ma che prova a raccontare il nostro tempo attraverso una lente deformante, ironica e spietata. Un film che parla di potere, di responsabilità, di ego smisurato e di catastrofi annunciate, usando il linguaggio della commedia nera come cavallo di Troia.
E adesso la palla passa a noi. Siete pronti a seguire Iñárritu e Cruise in questo scavo profondo sotto la superficie del mondo? DIGGER promette di portare alla luce qualcosa che forse preferiremmo non vedere, ma che non possiamo ignorare. E voi, siete più curiosi o più spaventati da quello che potrebbe emergere? La discussione è appena iniziata.
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