Il diario di Tom Riddle ha trovato il suo fork su GitHub, e la cosa più assurda è che non serve nemmeno una bacchetta presa da Olivander per farlo funzionare: basta un reMarkable Paper Pro, un po’ di coraggio da smanettoni, una chiave API e quella sana incoscienza da developer che guarda un oggetto normalissimo e pensa “ok, ma se lo trasformassi in un Horcrux conversazionale?”. Maxime Rivest ha pubblicato un progetto open source chiamato riddle, pensato proprio per ricreare sul tablet e-ink l’esperienza del quaderno maledetto di Harry Potter e la Camera dei Segreti, quello in cui scrivevi una frase e ti ritrovavi dall’altra parte un Tom Riddle fin troppo educato per essere rassicurante. Solo che stavolta l’anima nascosta nella pagina non è un frammento di Voldemort, almeno si spera, ma un modello linguistico con capacità visive che legge la grafia dell’utente, interpreta l’immagine della pagina e risponde con una scrittura animata, elegante, corsiva, inquietantemente teatrale. Il repository lo descrive senza girarci troppo intorno: si scrive sulla pagina, il diario “beve” l’inchiostro, le parole svaniscono, la risposta appare tratto dopo tratto e poi sparisce a sua volta, con quell’effetto da oggetto magico che noi cresciuti tra fantasy, terminali Linux e notifiche di app AI sentiamo arrivare dritto nella zona più pericolosa del cervello, quella che confonde nostalgia e futuro.
La parte davvero buffa, o forse bellissima, è che riddle non prova a sembrare una chat. Anzi, fa l’esatto opposto. Niente bolle colorate, niente interfaccia da assistente digitale, niente tastiera, niente schermata luminosa da smartphone appoggiato sul comodino alle tre di notte mentre chiediamo all’AI di riscrivere una mail passivo-aggressiva in tono professionale. Qui il gesto è antico, quasi scolastico: prendi la penna, appoggi la punta, scrivi. Poi ti fermi. La pagina resta lì, in silenzio, come se stesse decidendo quanto fidarsi di te, e dopo una breve pausa l’inchiostro comincia a dissolversi. L’illusione funziona perché sfrutta proprio la natura del display e-ink del reMarkable Paper Pro, quella sensazione di carta digitale che molti usano per studiare, leggere PDF, prendere appunti, fingere di essere persone ordinate. Riddle ci infila dentro un corto circuito culturale potentissimo: il notebook minimalista per la produttività diventa una reliquia magica, un pezzo di fanfiction hardware, una demo da laboratorio che sembra uscita da un crossover tra Hogwarts Legacy, una repo Rust scritta con amore e uno di quei video tech su X che ti fanno dire “non mi serve, ma lo voglio subito”.
This is so awesome . Great work @MaximeRivest . Very nice installation too https://t.co/DADCFalrRT pic.twitter.com/1qDpatzsTT
— Noah Vandal (@noah_vandal) July 5, 2026
Sotto l’incantesimo, però, lavora roba concreta. Il sistema prende la pagina scritta a mano, la trasforma in un’immagine PNG e la passa a un LLM capace di vedere, quindi non solo di generare testo ma di leggere ciò che l’utente ha scarabocchiato con la penna. La risposta arriva in streaming, frase dopo frase, così l’animazione della grafia può partire prima che il modello abbia finito davvero di pensare, dettaglio che dona all’esperienza quel ritmo quasi cinematografico da “presenza” dentro l’oggetto. Nel README del progetto viene indicato un tempo misurato di circa 0,9–1,1 secondi prima del primo tratto d’inchiostro sul dispositivo, un numero che per una demo e-ink suona già parecchio stregonesco, soprattutto se ricordiamo quanto spesso la magia dell’AI moderna venga rovinata da caricamenti eterni, token che gocciolano lenti e interfacce piene di elementi che sembrano progettati per ricordarci che stiamo parlando con un servizio cloud. Riddle supporta endpoint compatibili con le API OpenAI, compresi OpenRouter, Groq o server locali, purché il modello scelto sia in grado di interpretare immagini; in assenza di una chiave OpenAI-compatible, può usare anche un backend alternativo chiamato pi, mantenuto residente per ridurre i tempi di risposta.
La grafia della risposta non nasce dal nulla come nei film, naturalmente, anche se l’effetto finale prova a farci dimenticare il trucco. Il progetto usa Dancing Script come mano artificiale, poi trasforma il testo in percorsi di penna che vengono riprodotti sul display come se qualcuno stesse davvero scrivendo sopra la pagina, con uno scheletro grafico ricavato e animato tratto per tratto. Questa è la parte che mi ha fatto sorridere da nerd cresciuto a pane, manga e making of: perché la magia, nella cultura pop, funziona quasi sempre meglio quando sotto si intravede un meccanismo elegante. Pensiamo agli automail di Fullmetal Alchemist, alle interfacce analogiche di Evangelion, ai terminali sporchi e credibili di Serial Experiments Lain, a quei mondi in cui tecnologia e rituale sembrano parenti stretti. Riddle sta in quella famiglia lì. Non è solo “ChatGPT su un tablet”, formula che farebbe crollare subito l’hype come un boss sconfitto al primo pattern imparato; è una piccola performance interattiva in cui il design dell’esperienza conta quanto il modello AI, forse persino di più.
Poi arriva la parte in cui il Cappello Parlante smette di sorridere e ti mette in Serpeverde DevOps. Installare riddle non è una passeggiata per curiosi distratti. Il progetto richiede un reMarkable Paper Pro in developer mode, un launcher come AppLoad, accesso SSH funzionante, una configurazione con API key e, nella modalità più spinta, prende temporaneamente il controllo dell’interfaccia originale del tablet, fermando xochitl e pilotando direttamente il motore e-ink. Rivest lo dice con chiarezza: gira come root, modifica il comportamento del dispositivo, è stato testato solo su reMarkable Paper Pro con architettura aarch64 e OS 3.26–3.27, potrebbe non funzionare su altri modelli o versioni software e va usato a proprio rischio. La frase davvero da segnarsi, più che come tutorial come monito da dungeon master, è quella sull’accesso SSH: tenerlo funzionante prima di installare qualsiasi cosa, perché quella è la via di fuga se il diario decide di diventare meno Tom Riddle e più boss finale di una run maledetta.
Proprio questo confine tra meraviglia e rischio rende il progetto più interessante del solito esperimento AI da timeline. Riddle non promette un prodotto finito, non vende un futuro impacchettato in una landing page con gradienti viola e slogan sull’intelligenza artificiale che cambierà tutto entro venerdì. Somiglia di più a quei mod che nascono nei forum, nelle repo, nei video condivisi tra appassionati, dove qualcuno prende un oggetto già esistente e lo piega a un immaginario collettivo. Il diario di Tom Riddle non viene evocato solo perché Harry Potter è una keyword potentissima, ma perché quell’oggetto ha sempre rappresentato una paura molto attuale: scrivere a qualcosa che risponde, lasciarsi sedurre da una voce nascosta, non sapere bene quanta parte di noi stiamo regalando alla pagina. Ventiquattro anni fa sembrava magia oscura; oggi basta cambiare lessico e diventa interazione uomo-macchina, multimodal AI, handwriting recognition, generative interface. Fa un po’ ridere, sì, ma anche un po’ venire i brividi.
Il bello dell’AI applicata così sta nel modo in cui riporta la tecnologia dentro un gesto fisico. Negli ultimi anni abbiamo imparato a parlare con modelli linguistici attraverso prompt digitati, comandi vocali, immagini caricate, app sempre più simili tra loro. Riddle invece recupera la scrittura a mano, che è lenta, imperfetta, piena di personalità. Una grafia non è mai neutra: tradisce fretta, umore, esitazione, stanchezza, quella pressione un po’ nervosa che lasciamo quando siamo presi da un’idea. Far leggere tutto questo a un LLM tramite una pagina scansionata non significa solo aggiungere un input diverso, ma cambiare la relazione emotiva con la macchina. Scrivere “chi sei?” su un display e vedere la domanda sparire per poi ricevere una risposta corsiva non produce lo stesso effetto di digitare “chi sei?” in una finestra browser. La differenza sembra piccola finché non la immagini davvero. Poi ti accorgi che metà della magia vive nel ritmo, nel silenzio prima della risposta, nel fatto che la pagina si comporti come se avesse memoria e volontà.
Da fan della cultura nerd, questa cosa mi manda in loop perché sembra confermare una tendenza sempre più evidente: il futuro più interessante dell’intelligenza artificiale non sarà per forza quello delle interfacce onnipresenti, rumorose, appiccicate a ogni app come skin premium, ma quello degli oggetti che diventano narrativi. Un diario che risponde. Una cornice che racconta una storia. Un gioco da tavolo che modifica la campagna mentre i giocatori prendono decisioni. Un prop cosplay capace di parlare come il personaggio che rappresenta. Un manga reader che annota le nostre reazioni e ci suggerisce letture come farebbe l’amico fissato della fumetteria. Riddle, nel suo essere piccolo e non destinato al grande pubblico, apre una finestra su questo tipo di immaginario: l’AI non come assistente in giacca e cravatta digitale, ma come spirito incastrato in un artefatto, come presenza ambientale, come compagna di gioco, studio, scrittura o inquietudine.
Naturalmente, prima che qualcuno provi a farci i compiti di Difesa contro le Arti Oscure o a chiedere consigli sentimentali a un quaderno potenzialmente collegato a un endpoint remoto, vale la pena ricordare che ogni esperimento del genere porta con sé domande serie. La grafia viene catturata come immagine, inviata a un modello, elaborata da un servizio o da un server compatibile: significa che privacy, chiavi API, log, configurazioni locali e consapevolezza tecnica non sono dettagli da saltare con la leggerezza di chi clicca “accetto” mentre guarda un reel. Il progetto è open source e con licenza MIT, elemento importantissimo perché permette alla community di studiare, modificare e capire cosa succede sotto il mantello, ma open source non vuol dire automaticamente innocuo o adatto a tutti. Significa, semmai, che chi sa leggere il codice può entrare nella stanza degli ingranaggi e decidere quanto fidarsi. Per tutti gli altri resta una demo meravigliosa da osservare con gli occhi spalancati, magari evitando di trasformare il proprio tablet da centinaia di euro in una reliquia posseduta da un demone del firmware.
La cosa più nerd, alla fine, è che questo progetto funziona perché prende sul serio un sogno apparentemente infantile. Il diario di Tom Riddle non è solo un riferimento pop buttato lì per fare engagement: è una memoria condivisa, una scena che tanti lettori hanno ancora stampata addosso, una di quelle immagini che hanno insegnato a una generazione quanto possa essere magnetica l’idea di una pagina che risponde. Rivest ha collegato quella memoria a un oggetto reale e a un’infrastruttura AI contemporanea, dimostrando che la tecnologia diventa davvero interessante quando smette di sembrare una dashboard e comincia a comportarsi come un artefatto da storia fantasy. Magari riddle resterà un esperimento per smanettoni con reMarkable Paper Pro, SSH e nervi saldi; magari qualcuno lo userà come base per interfacce più accessibili; magari tra qualche mese vedremo diari AI, grimori digitali, taccuini da worldbuilding e prop interattivi invadere fiere, cosplay contest e tavoli da gioco di ruolo. Io so solo che l’idea di scrivere a mano una domanda e guardarla svanire prima di ricevere una risposta in corsivo ha quel sapore strano delle cose che sembrano già fan art del futuro, e a questo punto la domanda non è più se vogliamo un diario magico, ma quale personaggio lasceremmo vivere tra le sue pagine.
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