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Devilman – La Saga Demoniaca: il saggio di Jacopo Mistè che esplora l’inferno visionario di Go Nagai

Una sagoma nera attraversata da lampi rossi, due ali spalancate sopra un’umanità pronta ad autodistruggersi e un urlo che sembra provenire dalla parte più antica delle nostre paure. Devilman non ha mai avuto bisogno di presentazioni rassicuranti. Dal 1972, l’Uomo Diavolo creato da Go Nagai continua a riaffiorare nell’immaginario collettivo come una ferita mai rimarginata, capace di parlare di mostri, guerre, fanatismo, solitudine e amore con una brutalità che molti manga contemporanei faticano ancora a sostenere. La copia di “Devilman – La Saga Demoniaca”, pubblicata da Nippon Shock Edizioni e firmata da Jacopo Mistè, arrivata recentemente nella redazione di CorriereNerd.it, sembra quasi un artefatto recuperato dopo l’ennesima apocalisse nagaiana: un volume denso, appassionato e sorprendentemente leggibile, nato per ricostruire uno degli universi narrativi più complessi, contraddittori e affascinanti della cultura pop giapponese.

Definire questo libro una semplice guida dedicata a Devilman sarebbe riduttivo. Mistè non si limita a riassumere la storia di Akira Fudo, di Ryo Asuka, di Amon e dell’umanità trascinata verso la propria fine, ma prova a osservare la creatura di Nagai da ogni angolazione possibile, seguendone le metamorfosi attraverso manga, serie animate, OAV, film, remake, sequel, reinterpretazioni e opere parallele. Il risultato ricorda una grande mappa infernale, piena di sentieri che si incrociano, universi alternativi, personaggi riciclati, finali riscritti e collegamenti emersi magari decenni dopo la pubblicazione dell’opera originale. Devilman diventa così il centro gravitazionale di una mitologia più ampia, nella quale convivono Mao Dante, Violence Jack, Devilman Lady, Demon Knight, The Bird, La Divina Commedia e Devilman Saga, senza dimenticare le incursioni in territori apparentemente lontani come Mazinger Z, Cutie Honey, La famiglia Abashiri, Kekko Kamen o Scuola senza pudore.

Questo approccio permette al lettore di comprendere una caratteristica fondamentale del lavoro di Go Nagai: il suo immaginario non è composto da universi perfettamente ordinati, timeline incontestabili e continuity da enciclopedia Marvel. Nagai costruisce le proprie storie come un demiurgo istintivo, pronto a far riapparire un personaggio, un simbolo o una creatura in un contesto diverso, modificandone il ruolo secondo le necessità del momento. Le sue opere dialogano tra loro, si contraddicono, si contaminano e talvolta sembrano persino sfidarsi apertamente. Mistè affronta questo caos senza nasconderne le incongruenze, tentando comunque di offrire coordinate utili per orientarsi. Non cerca di trasformare l’universo nagaiano in un meccanismo perfetto, perché sa bene che la sua forza nasce anche dagli errori, dagli strappi improvvisi e da quella sensazione di pericolo creativo che accompagna ogni svolta narrativa.

La sezione dedicata al Devilman originale occupa inevitabilmente una posizione centrale. Il manga del 1972 viene analizzato come un’opera rivoluzionaria, capace di fondere horror, azione, erotismo, religione e disperazione cosmica in una narrazione destinata a cambiare per sempre il linguaggio del fumetto giapponese. La figura del demone non rappresenta semplicemente il male, mentre l’umanità non coincide automaticamente con il bene. Nagai ribalta le prospettive, interroga il concetto di divinità e trasforma l’apocalisse in una tragedia sentimentale. Dietro le battaglie, le trasformazioni e le scene rimaste scolpite nella memoria dei lettori vive infatti una storia sull’impossibilità di comunicare, sull’odio collettivo e su un amore compreso soltanto dopo aver distrutto tutto ciò che avrebbe potuto salvarlo.

Mistè ricostruisce anche la nascita della serie animata televisiva del 1972, molto diversa dal manga ma tutt’altro che trascurabile. L’anime prodotto da Toei Animation possedeva un’identità autonoma, costruita attraverso una miscela di comicità, mostri grotteschi, violenza, avventura e un character design reso memorabile dal lavoro di Kazuo Komatsubara. Il volume sottolinea inoltre come la conclusione anticipata al trentanovesimo episodio non fosse legata a un fallimento negli ascolti, bensì a una riorganizzazione del palinsesto. La serie aveva ottenuto un buon successo e contribuì persino a preparare il terreno per Mazinger Z, altro titolo destinato a riscrivere le regole dell’animazione robotica. Il finale originariamente previsto avrebbe portato alla morte di Devilman, una scelta dura ma perfettamente coerente con una stagione creativa in cui gli eroi potevano davvero perdere, morire e lasciare il pubblico senza alcuna consolazione.

Il viaggio prosegue attraverso i due OAV realizzati nel 1987 e nel 1990, opere tecnicamente affascinanti e ancora oggi amate per l’impatto grafico, pur essendo rimaste parte di un adattamento incompleto. Mistè ne riconosce i meriti con entusiasmo, mentre il lettore è naturalmente libero di considerarli splendidi frammenti oppure promesse mai pienamente mantenute. Ampio spazio viene riservato anche a “Devilman Crybaby” di Masaaki Yuasa, la serie Netflix che ha riportato il mito davanti a un pubblico globale, reinterpretando l’opera originale attraverso uno stile visivo radicale, una sensibilità contemporanea e una colonna sonora diventata parte integrante della sua identità. Il saggio non evita le produzioni più controverse, compreso il famigerato film live action, trattato con un’ironia tagliente che rende la lettura particolarmente divertente.

Uno dei grandi pregi di “Devilman – La Saga Demoniaca” risiede nella sua capacità di andare oltre il personaggio principale. Mao Dante viene esaminato nelle sue differenti incarnazioni, mostrando come quell’opera incompiuta abbia rappresentato il laboratorio dal quale sarebbe emerso Devilman. Violence Jack viene affrontato nelle sue numerose ramificazioni, compresi gli OAV, mentre Devilman Lady permette di osservare la mitologia nagaiana da una prospettiva differente, anche attraverso l’adattamento animato segnato dalla scrittura più lenta, psicologica e inquietante di Chiaki J. Konaka. Ogni capitolo diventa una porta aperta verso un’altra opera, un altro adattamento o una variante capace di modificare ciò che pensavamo di sapere.

La mole di informazioni è impressionante e può mettere alla prova anche chi conosce bene Go Nagai. Il libro racconta retroscena produttivi, confronta le edizioni italiane, cita interviste, ricostruisce influenze tra manga e anime e suggerisce quali versioni possano risultare più adatte alle diverse tipologie di lettore. Persino gli appassionati di lunga data potrebbero incontrare titoli poco noti e ritrovarsi, pochi minuti dopo, a cercarli online o tra i cataloghi degli editori. La presenza di numerosi spoiler va però tenuta in considerazione. Mistè descrive con precisione trame e finali, una scelta comprensibile per un saggio di consultazione, ma chi desidera scoprire certe opere senza anticipazioni dovrà muoversi tra i capitoli con prudenza.

Il metodo creativo di Go Nagai emerge come uno degli aspetti più affascinanti. L’autore ha spesso raccontato di lavorare seguendo una sorta di trance, osservando le scene nella propria mente come sequenze cinematografiche e trasferendole direttamente sulla pagina. Questa scrittura istintiva spiega tanto la potenza emotiva delle sue intuizioni quanto le incoerenze che caratterizzano alcune saghe. Nagai sembra affidarsi alle immagini, alle sensazioni e agli improvvisi cortocircuiti narrativi più che a una progettazione rigorosa. Devilman beneficia di questa urgenza, anche perché la sua conclusione accelerata costrinse l’autore a concentrarsi sull’impatto delle immagini e sulla violenza delle emozioni, lasciando zone d’ombra che ancora oggi alimentano interpretazioni, discussioni e teorie.

Il volume non rinuncia alle opinioni personali del suo autore. Mistè loda, critica, stronca e difende, mostrando preferenze precise e talvolta divisive. Questa componente soggettiva impedisce al testo di diventare un catalogo sterile. La voce del saggista resta presente, pronta a discutere il tratto di Nagai, la qualità di un adattamento o l’efficacia di un finale. Non tutte le valutazioni saranno condivise da ogni fan, ma il confronto fa parte del divertimento. Devilman, dopotutto, non è mai stato un territorio pacifico.

Dal punto di vista editoriale, il libro offre una buona cura grafica, una copertina flessibile plastificata, un ricco apparato di note e una serie di schede tecniche dedicate alle produzioni animate citate. La conclusione è impreziosita da sei illustrazioni a tutta pagina realizzate da artisti italiani, omaggi in bianco e nero capaci di dialogare con l’estetica tragica dell’Uomo Diavolo. Si sente la mancanza di un indice analitico o di un indice dei personaggi, strumento che sarebbe stato particolarmente utile in un’opera tanto ricca di riferimenti. La struttura consente comunque una lettura libera: si può procedere dall’inizio alla fine, seguendo un ordine prevalentemente cronologico, oppure utilizzare il volume come manuale di consultazione, scegliendo i capitoli dedicati alle opere di maggiore interesse.

“Devilman – La Saga Demoniaca” funziona sia come ingresso nell’universo di Go Nagai sia come strumento di approfondimento per chi lo frequenta da decenni. Il neofita troverà una guida capace di orientarlo tra edizioni, adattamenti e collegamenti; il veterano potrà invece scoprire retroscena, titoli dimenticati e nuove chiavi di lettura. Non pretende di esaurire tutte le possibili interpretazioni filosofiche, politiche o religiose di Devilman, ma costruisce una base documentata dalla quale partire per ulteriori esplorazioni.

Il saggio di Jacopo Mistè racconta soprattutto quanto Devilman sia ancora vivo, nonostante la sua storia parli di morte, distruzione e fallimento. La saga continua a interrogarci perché mette in scena un’umanità che teme il diverso, crea i propri nemici e finisce per diventare più feroce dei demoni che vorrebbe combattere. Ogni nuova generazione può riconoscere in quelle pagine le proprie guerre, le proprie paure e le proprie forme di fanatismo. Aprire questo libro significa attraversare oltre cinquant’anni di manga e animazione giapponese, ma anche osservare il presente attraverso lo sguardo disperato di Akira Fudo. Dopo il viaggio, il mondo appare inevitabilmente meno rassicurante, ma forse anche più comprensibile.

Note: AI-Generated Content

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