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Desert Warrior: il kolossal da 150 milioni con Anthony Mackie che nessuno ha visto (e perché è diventato un caso)

Ogni tanto arriva un film che sembra progettato per spaccare tutto, tipo quei boss finali che ti guardano dall’altra parte dello schermo con una barra della vita infinita e tu pensi “ok, qui si fa sul serio”… e poi succede qualcosa di strano, quasi glitchato, come se il codice stesso dell’industria cinematografica iniziasse a perdere frame. È più o meno la sensazione che mi ha lasciato Desert Warrior, un kolossal che sulla carta aveva l’energia di una saga epica e nella realtà si è ritrovato a combattere una battaglia molto più complicata di quella raccontata sullo schermo. Parliamo di un progetto che nasce gigantesco, quasi arrogante nella sua ambizione, diretto da Rupert Wyatt, lo stesso che aveva già dimostrato di saper rimettere in piedi universi narrativi complicati, e sostenuto da un budget che sfiora i 150 milioni di dollari, roba che normalmente associ a franchise già consolidati, a supereroi, a robe che vendono merchandising prima ancora di uscire in sala. Qui invece il discorso è diverso, molto più affascinante e allo stesso tempo più fragile, perché dietro Desert Warrior non c’è solo un film, ma un’intera visione industriale, quasi un esperimento culturale su scala gigantesca.

L’Arabia Saudita che decide di raccontarsi al mondo attraverso un’epica ambientata nel VII secolo, tra tribù in conflitto, imperatori spietati e deserti che sembrano usciti da un JRPG open world, ha qualcosa di profondamente affascinante, soprattutto per chi è cresciuto tra anime storici e mondi costruiti con una cura quasi ossessiva per il contesto. La storia di Hind, interpretata da Aiysha Hart, non è la classica principessa da salvare, anzi, è più vicina a quelle protagoniste che ti rimangono addosso tipo Motoko Kusanagi o Nausicaä, donne che non si limitano a reagire ma cambiano il mondo intorno a loro, anche quando tutto sembra remare contro.

E poi arriva lui, il bandito, interpretato da Anthony Mackie, che molti di noi ormai associano automaticamente all’MCU, al volo, allo scudo, a tutto quel bagaglio di eroismo pop che Marvel ha costruito negli anni. Vederlo catapultato in un contesto completamente diverso, lontano dai cieli urbani e immerso in un deserto che sembra quasi vivo, è una di quelle cose che ti incuriosiscono a prescindere, come quando un attore cambia completamente registro e ti costringe a ricalibrare lo sguardo.

Dall’altra parte, come antagonista, c’è Ben Kingsley, e qui non serve nemmeno fare troppi giri di parole: la sua presenza basta da sola a dare peso, gravità, quella sensazione che qualsiasi scena possa improvvisamente diventare più intensa solo perché lui è lì, con quello sguardo che sembra sempre sapere qualcosa che gli altri non hanno ancora capito.

La trama, se la guardi fredda, ha tutti gli ingredienti giusti: una fuga, un viaggio, una trasformazione, una guerra più grande che incombe e un destino che si costruisce passo dopo passo, tra sabbia, sangue e scelte impossibili. È il classico setup da kolossal storico, ma con un’anima che prova a spingersi oltre, a parlare di identità, di libertà, di unità in un mondo frammentato. E qui, da nerd cresciuto a pane e storie epiche, un po’ ti scatta quella scintilla, quella voglia di vedere se davvero riesce a diventare qualcosa di più di un semplice spettacolo.

Il problema è che mentre tutto questo prende forma, dietro le quinte succede un’altra storia, meno romantica e molto più caotica, fatta di produzioni lunghe, post-produzioni infinite e quei famosi “creative differences” che ormai sono diventati quasi un meme nell’industria. Wyatt che si allontana, poi torna, il film che resta sospeso per anni come una quest secondaria mai completata… e già lì capisci che qualcosa si è incrinato.

E infatti, quando finalmente arriva in sala, succede quella cosa stranissima che nel mondo geek conosciamo bene: il silenzio. Non il silenzio epico prima della battaglia, ma quello più inquietante, quello in cui nessuno parla davvero. Desert Warrior esce, incassa pochissimo, numeri che per un film di questa scala fanno quasi male fisicamente, e invece di esplodere come caso mediatico diventa una specie di fantasma, uno di quei titoli che esistono ma non vengono davvero vissuti dal pubblico.

Ed è qui che la cosa diventa interessante, perché il fallimento – se vogliamo chiamarlo così – non è mai una questione semplice. Non puoi ridurre tutto a “il film non funziona”, sarebbe troppo facile, quasi pigro. Qui si intrecciano mille fattori: una distribuzione non abbastanza aggressiva, una comunicazione che non ha mai davvero trovato il suo tono, un’identità che forse si è persa strada facendo, schiacciata tra l’ambizione di essere un manifesto culturale e la necessità di diventare intrattenimento globale.

Eppure, anche in mezzo a tutto questo, resta qualcosa. Resta l’idea di un cinema che prova a nascere in un posto nuovo, che tenta di costruire un linguaggio, un’estetica, una propria voce. Resta la sensazione che Desert Warrior non sia solo un film, ma un primo passo, magari incerto, magari pieno di errori, ma comunque necessario.

Un po’ come quei primi anime che guardavamo da piccoli, imperfetti, a volte anche strani, ma pieni di un’energia che oggi riconosciamo come fondamentale, perché senza quelli non avremmo avuto tutto il resto.

E allora la domanda viene quasi spontanea, mentre scorrono i titoli di coda e fuori dalla sala il mondo continua come se niente fosse successo: quanto conta davvero un flop, quando dietro c’è qualcosa di più grande che sta cercando di nascere?

Perché magari tra qualche anno ci ritroveremo a guardare indietro e a dire che sì, Desert Warrior è stato un disastro al botteghino… ma anche l’inizio di qualcosa che allora non avevamo ancora capito del tutto. Oppure no, magari resterà solo una di quelle storie strane che raccontiamo tra appassionati, come una leggenda urbana del cinema moderno.

E onestamente, sono curioso di sapere da che parte la vedete voi.


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