Una sensazione strana ti resta addosso anche solo leggendo la trama, tipo quel momento in cui stai guardando una serie alle tre di notte e all’improvviso ti chiedi se sei tu a osservare lo schermo o se è lo schermo che sta osservando te, e “Decorado” di Alberto Vázquez parte esattamente da lì, da quella crepa mentale che separa la realtà da qualcosa di costruito, programmato, scritto da qualcun altro, come se la vita fosse una cutscene troppo lunga da cui non puoi saltare il dialogo.
Arnold è un topo, ma non uno di quelli teneri da merchandising o mascotte, è uno di quelli che sembrano usciti da un sogno storto, un po’ come se Mickey Mouse fosse cresciuto dentro un episodio di Black Mirror, senza più la sicurezza di essere il protagonista ma con la sensazione costante di essere una comparsa intrappolata in uno script già scritto, e questa cosa, detta così, sembra una metafora ma in realtà è proprio il cuore del film, perché Arnold arriva a confidare alla moglie Maria che tutto quello che vede – la città di Anywhere, la sua vita, i suoi fallimenti – potrebbe essere solo scenografia, una gigantesca bugia perfettamente costruita. E qui scatta qualcosa di profondamente nerd, ma anche inquietante, perché “Decorado” non è solo animazione, è quella roba che ti fa pensare a The Truman Show mentre stai scrollando TikTok e improvvisamente ti rendi conto che ogni contenuto che vedi è stato progettato per tenerti lì, per farti restare dentro una narrazione che non hai scritto tu, e Vázquez prende questa idea e la trasforma in una favola nera, ironica, crudele, che si muove tra il sarcasmo e la malinconia con una naturalezza che fa quasi male.
La morte di Ramiro, l’amico di Arnold, arriva come un glitch nella simulazione, un evento che rompe il ritmo e costringe tutto a cambiare prospettiva, e da lì il film si trasforma in una specie di caccia alla verità che passa attraverso una multinazionale onnipresente, una di quelle entità che sembrano uscite da un cyberpunk anni ’90 ma che oggi assomigliano fin troppo alle piattaforme che usiamo ogni giorno, quelle che sanno cosa pensiamo prima ancora che lo pensiamo davvero, e mentre segui questa spirale ti accorgi che “Decorado” non è solo una storia ma una specie di specchio deformante del nostro presente.
E la cosa che mi manda completamente in hype è il modo in cui Vázquez costruisce tutto questo visivamente, perché se hai visto Birdboy: The Forgotten Children o Unicorn Wars sai già che il suo stile non cerca di piacere a tutti, non è comfort food animato, è più simile a una ferita disegnata a mano, qualcosa che ti rimane dentro anche dopo i titoli di coda, e qui sembra aver portato tutto a un livello ancora più estremo, con un’estetica che mescola il cartoonesco classico con un senso costante di inquietudine, come se ogni frame nascondesse qualcosa che non dovrebbe essere lì.
Il progetto nasce da un cortometraggio del 2016 che aveva già fatto parlare tantissimo, vincendo pure ai Goya, e questa cosa si sente, perché “Decorado” ha quell’energia rara dei film che nascono da un’idea forte, non da un algoritmo di mercato, e infatti già dal pitch al Weird Market veniva descritto come una favola esistenzialista sulla crisi personale, con riferimenti che vanno da Bergman ai cartoni classici, e detta così sembra una combo impossibile ma è proprio quello il punto, perché il film vive su quel confine dove l’assurdo diventa reale.
Il viaggio nei festival ha già costruito attorno al film una specie di aura da cult in arrivo, passando per eventi come il Fantastic Fest e il Sitges Film Festival, fino a conquistarsi premi importanti come il Goya per miglior film d’animazione, e questo non è solo hype da addetti ai lavori, è quel tipo di riconoscimento che di solito anticipa qualcosa destinato a lasciare il segno.
Poi arriva la notizia che GKIDS ha deciso di portarlo in Nord America a maggio 2026, e qui scatta automaticamente la modalità fan europeo che guarda fuori dalla finestra sperando che qualcuno si accorga anche di noi, perché diciamocelo, dopo il successo di Robot Dreams anche in Italia, ignorare “Decorado” sarebbe un delitto culturale.
E forse è proprio questo che mi colpisce di più, quella sensazione che questo film arrivi nel momento perfetto, in un’epoca in cui parliamo continuamente di AI, di realtà simulate, di identità digitali, ma raramente ci fermiamo davvero a chiederci quanto di tutto questo sia già diventato normale, quanto siamo disposti ad accettare che la nostra vita sia, in qualche modo, “decorata”, costruita per essere vista, condivisa, validata.
“Decorado” sembra voler prendere tutto questo e trasformarlo in una storia che non ti dà risposte facili, ma ti lascia addosso dubbi, immagini, sensazioni, e forse è proprio quello che cerchiamo davvero da un film oggi, qualcosa che non si limiti a intrattenerci ma che ci faccia uscire dalla sala con la testa un po’ più piena e il cuore un po’ più inquieto.
E ora la domanda vera, quella che mi frulla in testa da quando ho scoperto questo progetto: se la tua vita fosse davvero un set, te ne accorgeresti… oppure continueresti a recitare come Arnold, convinto che sia tutto normale?
Io lo so già, appena arriva in Italia sono il primo in sala. E voi?
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