La Strega, nella cultura pop, è sempre stata una figura troppo comoda da deformare. Hollywood l’ha trasformata in silhouette nera contro la luna, i cartoni animati l’hanno chiusa spesso dentro nasi adunchi e risate sguaiate, i giochi di ruolo l’hanno resa classe, archetipo, build da ottimizzare tra grimori, pozioni e danni ad area, mentre il fantasy contemporaneo ha provato a restituirle fascino, ambiguità, potere e ferite. Eppure, appena si gratta via quella patina di immaginario stratificato, resta qualcosa di molto più interessante, più vicino alla terra che agli effetti speciali, più umano che spettacolare: una figura attraversata da folklore, memoria popolare, spiritualità, pregiudizio, identità, pratiche tramandate, percorsi personali e domande che non hanno mai smesso davvero di muoversi sotto la superficie della modernità.
Cronache di una Strega ImPopolare, il docufilm indipendente ideato e realizzato da Luisa Poledro / WitChannel, arriva oggi pomeriggio su YouTube con quella strana forza dei progetti nati fuori dai binari più prevedibili, senza la posa dell’operazione confezionata per piacere a tutti, ma con l’urgenza di chi sente il bisogno di rimettere ordine in un immaginario spesso semplificato, frainteso, ridotto a maschera. Il sottotitolo ideale potrebbe essere proprio questo: provare a guardare la Strega senza costringerla a diventare per forza personaggio, mostro, icona da merchandising o simbolo addomesticato dalla cultura pop. Una sfida mica da poco, soprattutto per noi che siamo cresciuti con un piede dentro le leggende raccontate dai nonni e l’altro dentro le saghe fantasy, con le streghe di Biancaneve, Hocus Pocus, Sabrina, The Witcher, Charmed, The VVitch, Harry Potter, i manuali di Dungeons & Dragons e quell’eco gotica che ogni generazione nerd ha rimasticato a modo suo.
Il punto interessante, però, è che Cronache di una Strega ImPopolare non sembra voler fare la guerra alla cultura pop, né cancellare il fascino dell’immaginario. Anzi, parte proprio da lì, da quella figura che tutti pensiamo di conoscere e che invece, appena la osserviamo da vicino, si rompe in mille direzioni diverse. La Strega non è soltanto la donna perseguitata dalla storia, non è solo la custode di erbe e rituali, non è solo la ribelle spirituale che rifiuta i codici dominanti, non è solo la creatura della notte evocata da cinema, fumetti e letteratura. È anche una parola scomoda, una definizione scelta o subita, un territorio emotivo, una pratica quotidiana, una memoria familiare, un modo di stare al mondo, perfino una lente con cui rileggere il rapporto tra natura, corpo, simbolo e comunità. Luisa Poledro, conosciuta anche come Strega ImPopolare, sembra muoversi proprio dentro questa complessità, senza cercare la formula definitiva e senza trasformare il docufilm in una dichiarazione dogmatica.
Da uomo cresciuto tra fumetti Bonelli, anime arrivati in TV con doppiaggi che ormai abbiamo nel DNA, blockbuster pieni di archeologi dell’occulto, investigatori paranormali e guerriere lunari, trovo affascinante che oggi la parola “stregoneria” torni a circolare fuori dalle caricature. Perché diciamolo: per anni abbiamo consumato l’esoterico come estetica, come atmosfera, come decorazione narrativa. Bastava un pentacolo, una candela, una vecchia casa nel bosco e il gioco era fatto. Il problema nasceva dopo, quando quella scorciatoia visiva diventava l’unico modo per raccontare pratiche, credenze, studi, sensibilità e percorsi che appartengono a persone reali. Stregoneria e magia popolare, nel docufilm di Luisa Poledro, non vengono presentate come accessori scenografici o scorciatoie per fare mistero, ma come campi di esperienza attraversati da studio, spiritualità, cultura, simboli, narrazioni personali e anche contraddizioni. Ed è proprio qui che il progetto trova una sua identità: non nel voler “spiegare la Strega” una volta per tutte, ma nel lasciarla emergere attraverso voci differenti.
La presenza di Tristania The Witch e di un gruppo ampio di testimonianze provenienti da pratiche, studi e sensibilità diverse dà al docufilm una struttura corale, quasi da tavola rotonda diffusa, dove ogni intervento porta con sé un frammento di paesaggio. Si passa dalla pittura medianica di Ilenia Galiè alla tarologia di Lucia, dal Reiki di Anna Paola allo sguardo saggistico e accademico di Andrea Romanazzi, dalla cartomanzia e comunicazione digitale di Elisa Ars Regia alle pratiche verdi di GreenMoon ed Esther, fino alle traiettorie di Manu, LaBrunilde, LupusDixit, Hinndaluna, Vanessa, Vittorio Benetti, Ewelina Anna, Alessia, Riccardo, Selene, Solange, Cindy Pavan, Gudrun, Chiara St, Davina, Claudia e Soraya. Nomi, percorsi e identità che, letti uno dopo l’altro, restituiscono immediatamente l’idea di una mappa non uniforme, non addomesticata, non pensata per essere ridotta a slogan.
Proprio questa pluralità impedisce al racconto di scivolare nel santino o nella provocazione facile. La Strega contemporanea, almeno da quanto emerge dall’impostazione del progetto, non viene imbalsamata dentro una nuova immagine rassicurante, non diventa una mascotte alternativa da social, non viene trasformata in un brand spirituale da consumare tra una grafica lunare e una tazza fumante. Rimane una figura viva, esposta, imperfetta, attraversata da domande anche scomode. Il docufilm dichiara con chiarezza di non voler offrire verità assolute, e questa scelta è più importante di quanto sembri, perché tutto ciò che riguarda esoterismo, spiritualità, magia popolare e folklore vive spesso in una zona di attrito tra esperienza personale, ricerca culturale, credenza, scetticismo e racconto pubblico. Pretendere una risposta unica sarebbe non solo ingenuo, ma anche poco interessante.
Luisa Poledro arriva a questo progetto con un profilo che già di per sé contiene una tensione narrativa forte. Insegnante di scuola primaria, nata nel 1976, ricercatrice esoterica, appassionata di stregoneria e spiritualità, ha costruito negli anni un percorso personale che unisce studio, divulgazione e riflessione fuori dagli schemi più accomodanti. La definizione di Strega ImPopolare ha qualcosa di volutamente storto, e per questo funziona: non cerca consenso immediato, non promette risposte facili, non si traveste da guru contemporanea. Porta con sé l’idea di una figura che accetta di stare anche in una posizione laterale, critica, magari scomoda, senza trasformare la spiritualità in spettacolo patinato. In un’epoca in cui l’occulto è tornato fortissimo nell’estetica digitale, da TikTok alle illustrazioni AI, dai mazzi di tarocchi ridisegnati in chiave pop alle community online dedicate a witchcraft, astrologia e ritualità contemporanee, un lavoro del genere può diventare interessante proprio perché prova a rimettere al centro le persone prima delle icone.
La cultura nerd, in fondo, ha sempre avuto un rapporto particolare con la Strega. L’ha temuta, desiderata, ridicolizzata, celebrata, trasformata in alleata e antagonista, in mentore e minaccia. Pensiamo a quanto l’immaginario fantasy debba alle figure femminili legate alla magia, dal mito classico alle saghe moderne, oppure a quanto l’horror abbia usato la stregoneria come territorio in cui proiettare paure sociali, sessuali, religiose e politiche. Poi arriva un progetto come Cronache di una Strega ImPopolare e ci ricorda che dietro l’archetipo esistono storie concrete, corpi, biografie, scelte, studi, sensibilità, ferite culturali. È un cambio di prospettiva che può parlare molto bene anche a chi viene dal fumetto, dal cinema di genere o dai videogiochi, perché chi ama davvero questi linguaggi sa che gli archetipi non sono mai immobili: cambiano con noi, assorbono epoche, si sporcano di presente.
Mi viene da pensare a quanto, negli ultimi anni, la parola “folklore” sia tornata a essere centrale anche nel modo in cui raccontiamo il fantastico. Non più soltanto folklore come deposito di storie antiche da saccheggiare per creare creature, boss, quest secondarie o atmosfere da film, ma folklore come memoria culturale stratificata, come archivio emotivo di comunità, paure, rimedi, simboli, riti di passaggio. La magia popolare, in questa prospettiva, non è un effetto speciale primitivo, ma un linguaggio con cui intere generazioni hanno provato a interpretare il rapporto con il mondo, con la malattia, con la morte, con la fertilità, con la casa, con le stagioni, con ciò che non si riusciva a spiegare diversamente. Che poi oggi tutto questo ritorni dentro nuove pratiche, nuove narrazioni e nuove identità spirituali è uno dei fenomeni culturali più curiosi del nostro tempo, soprattutto perché avviene mentre viviamo immersi in tecnologia, algoritmi, piattaforme, intelligenze artificiali e iperconnessione permanente.
Forse proprio per questo la Strega contemporanea ci riguarda più di quanto sembri. Non perché tutti debbano riconoscersi in una pratica o in una credenza, ma perché la sua figura continua a mettere in discussione il modo in cui definiamo il sapere legittimo, il rapporto con la natura, la memoria femminile, il sospetto verso ciò che sfugge alle categorie comode. La Strega è stata storicamente usata come etichetta di esclusione, ma oggi può diventare anche una parola rivendicata, rielaborata, discussa, abitata in modi differenti. Cronache di una Strega ImPopolare sembra posizionarsi esattamente su questo crinale: non cancella i pregiudizi, non ignora gli stereotipi, ma prova a spostarli, a guardarli da dentro, a far emergere voci che raramente trovano spazio fuori dalle nicchie o dalle rappresentazioni più sensazionalistiche.
Il coinvolgimento di figure come Vittorio Benetti, Gran Sacerdote e Ministro ordinato del Temple of Witchcraft di Salem, oppure di Ewelina Anna, legata alla ricerca sul folklore slavo e alla folk witchcraft, amplia il discorso oltre il perimetro italiano e lo collega a una dimensione internazionale della stregoneria contemporanea. Allo stesso tempo, la presenza di artigiane, operatrici olistiche, cartomanti, studiose, content creator, astrologhe, praticanti ed esoteristi mantiene il racconto vicino a una dimensione quotidiana, fatta di pratiche e linguaggi che oggi circolano anche negli spazi digitali. Questo incontro tra antiche tradizioni popolari e piattaforme contemporanee è uno degli aspetti più affascinanti del fenomeno: la Strega non abita più soltanto il margine del villaggio o la leggenda tramandata a voce, ma anche YouTube, Instagram, community, dirette, podcast, contenuti brevi, discussioni pubbliche e contro-narrazioni.
E qui, da vecchio navigatore della rete italiana prima che diventasse tutta notifiche e feed infiniti, non posso non vedere una continuità curiosa. I primi forum, i siti personali, le community tematiche e le pagine un po’ artigianali degli anni Duemila erano pieni di mondi laterali, passioni fortissime, saperi non sempre certificati ma spesso sinceri, persone che cercavano spazi per raccontarsi senza passare dai grandi media. Oggi cambia la tecnologia, cambia la velocità, cambia il modo in cui si costruisce una voce pubblica, ma resta quella stessa fame di narrazione alternativa. WitChannel e il lavoro di Luisa Poledro sembrano inserirsi in questa scia: usare uno spazio digitale accessibile come YouTube non per semplificare tutto in clip da consumo rapido, ma per costruire un racconto più ampio, narrativo e divulgativo, capace di ospitare lentezza, testimonianza, complessità.
Il titolo, poi, ha una sua piccola genialità comunicativa. Cronache di una Strega ImPopolare suona come qualcosa che potrebbe stare a metà tra un diario, una confessione, un reportage e un manifesto laterale. La parola “cronache” porta con sé l’idea del racconto dal campo, della registrazione di esperienze, della raccolta di frammenti; “Strega ImPopolare” invece ribalta l’aspettativa, perché non promette seduzione facile, ma attrito. In un panorama in cui la spiritualità alternativa rischia spesso di essere impacchettata in estetiche troppo levigate, quel termine conserva una ruvidità salutare. Dice, in sostanza, che non tutto deve diventare gradevole per essere raccontato. Non tutto deve trasformarsi in trend per avere valore culturale.
Il docufilm, almeno nelle intenzioni dichiarate, lavora anche contro una lunga tradizione di rappresentazioni costruite “sulla” Strega più che “con” la Strega. Questo passaggio è fondamentale. Per secoli, la figura è stata raccontata da tribunali, predicatori, moralisti, narratori esterni, autori affascinati dal suo potenziale simbolico ma spesso lontani dalle persone reali che venivano incasellate dentro quella parola. Oggi, invece, ascoltare testimonianze dirette significa aprire uno spazio diverso, dove l’esperienza personale non viene usata come nota di colore ma come materiale narrativo centrale. Ogni voce, con la propria sensibilità, diventa parte di una costellazione imperfetta, e forse proprio per questo più credibile.
Naturalmente un tema simile porta con sé anche zone delicate. Parlare di stregoneria, esoterismo, magia popolare e spiritualità contemporanea richiede attenzione, perché il rischio di scivolare nella spettacolarizzazione è sempre dietro l’angolo, così come quello opposto di irrigidirsi in una difesa acritica. La scelta di dichiarare che ogni testimonianza appartiene alla sensibilità e all’esperienza dei singoli partecipanti è un gesto corretto, quasi necessario. Non si tratta di imporre una verità, ma di creare uno spazio di ascolto. E in un tempo in cui ogni argomento identitario viene spesso trasformato in arena da commenti, questa impostazione può fare la differenza.
La cosa bella, per chi frequenta da anni l’immaginario geek, è che un progetto del genere può funzionare anche come ponte. Da una parte parla a chi studia davvero folklore, simboli, tradizioni popolari e spiritualità, dall’altra può intercettare chi magari arriva da tutt’altra porta: un manga dark, una serie TV, un film folk horror, una campagna di gioco di ruolo, un videogioco pieno di grimori e antiche divinità, una curiosità nata online. La cultura nerd è sempre stata anche questo: una gigantesca macchina di avvicinamento laterale al sapere. Molti di noi hanno scoperto la mitologia greca grazie ai Cavalieri dello Zodiaco, il cyberpunk grazie a un film con Keanu Reeves o a un anime visto troppo tardi la sera, la storia medievale attraverso manuali fantasy e videogiochi strategici. Perché non dovrebbe succedere qualcosa di simile anche con la stregoneria e la magia popolare, a patto di trattarle con rispetto, profondità e consapevolezza?
Cronache di una Strega ImPopolare sembra quindi arrivare in un momento culturale molto particolare, in cui la Strega è ovunque e proprio per questo rischia di non essere più vista davvero. Sta nelle board estetiche, nei reel, nelle serie streaming, nelle grafiche gotiche, nei mercatini artigianali, nei mazzi di carte illustrati, nei romanzi romantasy, nelle discussioni sulla spiritualità femminile, nei recuperi del folklore locale, nelle pratiche green, nella riscoperta delle erbe, nelle narrazioni sull’autodeterminazione. Ma essere ovunque non significa essere compresa. Anzi, spesso è il contrario. Più una figura diventa pop, più viene consumata velocemente; più viene usata, più perde spessore. Un docufilm indipendente, con un approccio narrativo e divulgativo, può allora servire a rallentare lo sguardo, a rimettere densità dove il feed tende a comprimere tutto in pochi secondi.
Luisa Poledro non sembra voler costruire una Strega da copertina, e questa è probabilmente la parte più interessante dell’operazione. La sua ricerca personale, la sua esperienza di insegnante, la sua passione per l’occulto e l’antica Arte della Stregoneria, il suo modo controcorrente di porsi nel discorso pubblico, compongono un profilo che non cerca la neutralità ma nemmeno la predica. Raccontare la Strega come figura viva, umana e contemporanea significa accettare che non esista una sola immagine capace di contenerla. Significa riconoscere che dietro la parola convivono studio e intuizione, eredità e invenzione, simboli antichi e linguaggi nuovi, pratiche individuali e appartenenze comunitarie, desiderio di cura e bisogno di riconoscimento.
In fondo, anche noi appassionati di cultura pop dovremmo essere i primi a capirlo. Abbiamo passato decenni a difendere fumetti, videogiochi, cosplay, anime e giochi di ruolo da chi li liquidava come passatempo infantile o fuga dalla realtà. Sappiamo bene cosa voglia dire essere raccontati da fuori con categorie pigre. Sappiamo quanto può essere fastidioso vedere un mondo complesso ridotto a macchietta. Forse è anche per questo che un docufilm sulla Strega contemporanea può parlarci in modo meno distante del previsto: perché non racconta solo un tema esoterico, ma anche il diritto di un immaginario a essere preso sul serio senza perdere fascino, ombre e contraddizioni.
L’arrivo su YouTube di Cronache di una Strega ImPopolare apre quindi una finestra curiosa, necessaria, probabilmente destinata a dividere e a far discutere, come accade a tutti i lavori che non scelgono la via più comoda. Chi cerca una risposta definitiva forse resterà spiazzato. Chi ama le zone di confine, invece, potrebbe trovare un percorso fatto di voci, simboli, spiritualità, folklore, identità e pratiche contemporanee capace di spostare qualche certezza. E a noi, che da sempre ci divertiamo a cercare il punto esatto in cui il mito incontra il presente, resta la parte migliore: guardarlo, ascoltarlo, lasciarlo sedimentare e poi parlarne insieme, magari proprio sui social di CorriereNerd.it, dove le streghe della cultura pop e quelle della vita reale potrebbero avere ancora parecchie cose da dirsi.
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