Negli ultimi anni, il mondo del cosplay sta vivendo una trasformazione che definire “dirompente” è quasi riduttivo. Da innocente passatempo per appassionati di anime, manga, videogiochi, fumetti e cinema fantasy, il cosplay si è evoluto – o forse sarebbe più corretto dire “mutato” – in un universo dove la spettacolarizzazione del corpo e la sessualizzazione dei personaggi sembrano diventati elementi centrali. Non è raro, oggi, imbattersi in costumi decisamente provocanti, in cosplay che puntano dritti sull’estetica sexy, se non esplicitamente erotica. Ma a quale prezzo? E soprattutto: è ancora corretto chiamarlo cosplay, oppure stiamo parlando di qualcos’altro?
Quando mi sono avvicinato per la prima volta al cosplay, ormai più di vent’anni fa, era pura magia. Ricordo le prime edizioni di Lucca Comics, i primi raduni improvvisati davanti ai fumetterie, i costumi cuciti a mano con pazienza certosina e il tremolio d’emozione nello sfoggiare per la prima volta l’armatura del proprio personaggio preferito. Era tutto passione, dedizione, amore per un universo immaginario che si voleva rendere reale almeno per un giorno. Oggi, invece, il cosplay è anche – e in certi casi soprattutto – uno strumento di visibilità, monetizzazione e, per alcuni, una vera e propria carriera.
Con l’avvento dei social media e la diffusione di piattaforme come Patreon e OnlyFans, il confine tra arte del travestimento e contenuto per adulti si è fatto sempre più sfumato. Certo, da sempre nei fumetti (americani, giapponesi o italiani che siano) le figure femminili sono rappresentate con costumi attillati, scollature vertiginose e pose da pin-up. Stessa cosa, sebbene per motivi diversi, accade anche per i personaggi maschili, spesso idealizzati come superuomini muscolosi e iper-performanti. Ma interpretare un personaggio non significa necessariamente accentuarne solo l’aspetto fisico. Eppure, sembra che oggi, per avere successo nel mondo del cosplay, sia quello l’elemento su cui puntare.
È diventata una prassi quasi scontata: una cosplayer crea un account Instagram o TikTok, posta contenuti sensuali, apre un canale su Patreon o OnlyFans, e inizia a monetizzare. Non sto dicendo che ci sia qualcosa di sbagliato nel guadagnare con il proprio talento – anzi, è una cosa meravigliosa che una passione possa diventare un lavoro – ma mi chiedo dove finisca la passione e dove inizi il marketing del corpo. Siamo ancora nel regno del cosplay o ci siamo spostati in quello della soft-erotica?
La verità, forse, sta nel mezzo. Perché è innegabile che dietro ogni foto, ogni video, ogni post accattivante ci sia comunque un lavoro enorme. Realizzare un costume, anche se sexy, richiede studio, abilità manuale, conoscenze sartoriali, make-up, fotografia e spesso anche montaggio video. Non basta essere belli o in forma: ci vuole dedizione. Quindi sì, molti cosplayer sono diventati veri e propri professionisti e meritano di essere trattati come tali. Ma questo non cancella la sensazione che qualcosa sia cambiato in modo irreversibile.
OnlyFans, ad esempio, è un terreno scivoloso. Nato per offrire un contatto diretto tra creatori e fan, si è ben presto trasformato in una piattaforma dominata da contenuti per adulti. Cosplayer che inizialmente lo usavano per condividere tutorial, set fotografici o making-of dei costumi, si sono trovati nella posizione di dover “alzare la posta” per mantenere l’interesse degli abbonati. Molti hanno scelto consapevolmente di puntare su contenuti sempre più spinti, altri lo hanno fatto per sopravvivere nell’algoritmo della visibilità. Il risultato è un ecosistema in cui la sessualizzazione è diventata quasi una moneta di scambio.
Il problema non sta tanto nel mostrare il proprio corpo – ognuno è libero di esprimersi come vuole – quanto nel rischio di ridurre l’arte del cosplay a una vetrina sensuale. Quando il focus si sposta interamente sull’apparenza sexy, si perde il cuore del cosplay: l’interpretazione, l’empatia con il personaggio, la narrazione visiva. Non dovrebbe trattarsi solo di “chi ha il costume più scollato”, ma di “chi ha saputo incarnare meglio quell’eroe o quell’eroina che ci ha fatto sognare”.
E poi c’è l’effetto collaterale più subdolo: le critiche sessiste. Le cosplayer che scelgono di mostrarsi vengono spesso bersagliate da commenti volgari, insulti o insinuazioni. Una mentalità retrograda e maschilista che, purtroppo, continua a infestare anche la nostra nerd community. Come se una donna che interpreta un personaggio sexy debba per forza “meritarsi” l’oggettificazione. Non è così. Non lo è mai stato. E come redattori, fan, appassionati e membri della community, dobbiamo essere i primi a dirlo.
Alla fine, il cosplay resta un atto d’amore. Che si scelga di farlo per gioco, per arte o per lavoro, poco importa. L’importante è non perdere di vista ciò che ci ha fatto innamorare di questa forma di espressione: la possibilità di vivere, anche solo per un momento, in un altro mondo. Di diventare il nostro personaggio preferito. Di raccontare una storia senza bisogno di parole.
E ora tocca a voi, compagni di nerdaggine: cosa ne pensate di questa evoluzione del cosplay? È una naturale espansione creativa o una deriva commerciale? Avete mai sentito la pressione di dover “apparire” più che “interpretare”? Condividete questo articolo sui vostri social e fatemi sapere la vostra opinione: il dibattito è aperto, e il CorriereNerd.it è il posto giusto per farlo esplodere!
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