Dietro ogni costume cosplay cucito fino alle tre del mattino, dietro ogni armatura assemblata con la pazienza di un artigiano medievale e la follia creativa di un inventore steampunk, si nasconde sempre qualcosa che raramente raccontiamo davvero. Non parlo del personaggio. Quello è soltanto il portale. Parlo della persona. Della battaglia privata che nessuna fotografia in fiera mostra mai fino in fondo. E chi ha attraversato per decenni convention, backstage improvvisati, palazzetti, padiglioni bollenti d’estate e parcheggi trasformati in set fotografici lo sa benissimo: il cosplay non nasce per diventare contenuto social. Nasce per resistere. A volte persino per sopravvivere.
Ed è impossibile raccontare Alex L. Mainardi senza partire da lì.
Perché Alex non appartiene a quella categoria di persone che osservano il mondo nerd da lontano. Alex il mondo nerd lo ha abitato, costruito, difeso, attraversato con la stessa ostinazione romantica con cui certi capitani pirata continuano a navigare anche mentre la nave imbarca acqua. Chi frequenta fiere del fumetto da più di vent’anni probabilmente incrocia il suo nome senza neppure rendersene conto. Una presenza costante, viva, autentica. Romanzierə, saggistə, cosplayer, podcaster, creativə, voce culturale capace di parlare di inclusione senza trasformarla in slogan pubblicitario da brochure aziendale.
E qui bisogna dirlo senza girarci intorno: il mondo nerd italiano ama definirsi inclusivo molto più di quanto riesca davvero a esserlo.
Lo dico da persona che ha passato una vita a progettare immaginari, a costruire attrazioni, eventi, mondi narrativi dentro cui il pubblico potesse sentirsi accolto. Lo riconosci subito il momento in cui una scenografia smette di essere magia e diventa ostacolo. Una rampa assente. Un bagno irraggiungibile. Un palco impossibile da salire. Una corsia troppo stretta. Una folla che si apre soltanto a parole ma non nello spazio reale. L’inclusione non si misura nei post motivazionali pubblicati durante le giornate celebrative. Si misura nei dettagli fisici. Brutali. Quotidiani.
Alex convive con l’Atassia di Friedreich, una malattia genetica degenerativa che trasforma ogni gesto in una negoziazione continua con il corpo, con gli spazi, con la stanchezza, con lo sguardo degli altri. Eppure dentro il mondo cosplay ha scelto di non occupare il ruolo che la società assegna spesso alle persone disabili: quello dell’essere invisibili oppure, peggio ancora, simbolici.
No. Alex ha trasformato la propria carrozzina in un’estensione narrativa della propria identità. Una dichiarazione di esistenza. Quasi un trono pop, citando apertamente quell’immaginario nerd che da decenni insegna a intere generazioni come la fragilità possa convivere con il coraggio. Professor X, Jack Sparrow, gli outsider degli anime anni Novanta, gli antieroi che avanzano nonostante tutto. Chi è cresciuto dentro certe storie riconosce immediatamente quella frequenza emotiva.
Ed è proprio per questo che la situazione che sta vivendo oggi colpisce così duramente.
Sua madre adottiva che per anni è stata la sua caregiver, dopo una lunga battaglia fatta di pratiche, istituzioni, assistenti sociali e dolore silenzioso, è entrata definitivamente in una casa di riposo a causa della demenza fronto-temporale. Da luglio 2025 Alex si ritrova sola ad affrontare una quotidianità che già normalmente richiederebbe una forza immensa. Solo che la realtà, spesso, riesce a essere più crudele di qualunque villain scritto male.
Perché mentre una persona cerca semplicemente di continuare a vivere con dignità, ecco comparire le resistenze, gli ostacoli, le ostilità familiari, i cavilli, le guerre invisibili combattute dentro le mura domestiche. Lavori per rendere accessibile la casa ostacolati legalmente e fisicamente. Il diritto all’autonomia trattato come fosse un capriccio. La disabilità ignorata fino quasi a diventare negazione dell’esistenza stessa.
E chi vive davvero la cultura nerd dovrebbe fermarsi un secondo a riflettere su questo paradosso gigantesco.
Abbiamo passato quarant’anni a idolatrare gli X-Men perché discriminati dalla società. Abbiamo pianto per robot malinconici, cyborg esclusi, mutanti perseguitati, protagonisti outsider incapaci di trovare il proprio posto nel mondo. Abbiamo costruito community intere attorno all’idea che “essere diversi” fosse un valore. Poi però il mondo reale arriva e scopriamo che una persona con disabilità deve ancora lottare persino per ottenere una stanza accessibile dentro casa propria.
Fa male, sì. Ma soprattutto fa arrabbiare.
Alex questa rabbia non la nasconde. La trasforma. La converte in voce, scrittura, podcast, presenza culturale. Il progetto #Cosplability nasce esattamente da questo: ribaltare la narrazione pietistica e ricordare che una persona disabile non chiede indulgenza. Chiede diritti. Chiede accessibilità. Chiede autonomia. Chiede la possibilità concreta di vivere, lavorare, amare, creare e partecipare alla società senza dover ogni giorno giustificare la propria esistenza.
Dentro il libro “Cosplability: Diversamente uguale” emerge una fotografia lucidissima dell’Italia degli ultimi vent’anni vista attraverso gli occhi di chi ha attraversato fiere, eventi, relazioni umane e spazi pubblici portandosi addosso il peso costante dell’abilismo. E sapete qual è la parte più spiazzante? Che molte dinamiche abiliste vengono compiute persino da persone convinte di essere sensibili e inclusive. Non per cattiveria cosciente. Per abitudine culturale. Per superficialità sedimentata.
Alex quella superficialità la smonta con sarcasmo, ironia, memoria nerd e una quantità impressionante di vita vissuta.
Leggendo le sue parole riaffiorano anche ricordi che chiunque abbia vissuto l’epoca d’oro delle fiere cosplay italiane conosce benissimo. Gli anni in cui preparare un costume significava passare settimane nei mercatini, nelle botteghe di stoffe, nei negozi improbabili nascosti nei vicoli. Anni lontani dalle factory dei social. Lontani dai cosplay comprati in massa online. Lontani dalle gare trasformate in spettacoli ipercompetitivi sponsorizzati da premi sempre più giganteschi e sempre meno poetici.
Quel cosplay aveva qualcosa di profondamente artigianale. Imperfetto. Umano. E forse proprio per questo ancora oggi resta irripetibile.
Alex arriva da lì. Da quella generazione che costruiva community vere prima ancora dei follower. Da quell’epoca in cui le fiere sembravano terre di confine dove sentirsi finalmente accettati. E sapere che oggi deve affrontare una battaglia tanto concreta per ottenere una casa accessibile produce una sensazione stranissima. Perché improvvisamente tutte le parole che usiamo ogni giorno — inclusione, community, empowerment, diversity — vengono messe davanti a uno specchio.
E lì non bastano più.
Adesso Alex ha aperto una nuova raccolta fondi privata per costruire una camera e un bagno accessibili al piano terra della casa, installare rampe esterne, mantenere attivo il proprio lavoro creativo e sostenere le spese legali e assistenziali necessarie per difendere il diritto alla propria autonomia. Non parla di eroismo. Non cerca compassione. Sta chiedendo qualcosa di molto più semplice e infinitamente più difficile: la possibilità di continuare a vivere senza perdere la libertà.
Ed è assurdo quanto questa richiesta, nel 2026, sembri ancora rivoluzionaria.
Chi ha lavorato nell’intrattenimento sa che ogni attrazione funziona davvero soltanto se il pubblico riesce ad attraversarla. Una storia esiste soltanto se qualcuno può viverla. Una community è reale soltanto se nessuno viene lasciato fuori dalla porta. Tutto il resto è scenografia.
Per questo la battaglia di Alex riguarda molto più di una singola persona. Riguarda il modo in cui la cultura nerd italiana decide di guardarsi allo specchio. Riguarda il valore autentico di parole che pronunciamo continuamente. Riguarda la distanza tra la fantasia che celebriamo e il mondo reale che costruiamo ogni giorno.
E forse proprio adesso, mentre leggiamo storie di eroi, mutanti, pirati ribelli, maghi emarginati e guerrieri fuori posto, vale la pena domandarci quanta strada siamo davvero disposti a percorrere accanto a chi combatte battaglie molto meno cinematografiche ma infinitamente più vere.
La raccolta fondi di Alex Mainardi è disponibile su GoFundMe – Cosplability: la mia battaglia per il diritto a esistere
E no, non riesco a considerarla soltanto una donazione. Somiglia molto di più a una scelta di campo.
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