Roma custodisce luoghi che non appartengono soltanto alla geografia urbana ma alla memoria emotiva di chi li ha attraversati. Spazi che diventano coordinate sentimentali, punti di riferimento invisibili per una generazione che ha imparato a costruirsi un’identità tra musica distorta, fumetti consumati, VHS registrate e notti che sembravano non voler finire mai. Via Casilina Vecchia, per molti di noi, significa esattamente questo. Non una strada qualsiasi della capitale, ma l’indirizzo di un piccolo universo parallelo che per anni ha funzionato come un acceleratore creativo, una fucina dove mondi apparentemente lontani si incontravano senza barriere.
Il nome Circolo degli Artisti evocava qualcosa di più di un locale. Bastava pronunciarlo per attivare una serie di immagini precise: luci basse, muri vissuti, amplificatori pronti a esplodere in un concerto improvvisato, tavolini occupati da fumettisti, studenti di filosofia, musicisti punk e nerd irriducibili intenti a discutere di anime giapponesi con la stessa passione con cui si parlava di David Bowie o di un racconto di Lovecraft. Una specie di crocevia culturale dove le tribù urbane della Roma alternativa si riconoscevano a colpo d’occhio.
Chi ha attraversato quegli spazi lo ricorda bene: il Circolo non funzionava come un semplice locale notturno. Respirava come un organismo vivo. Ogni sera sembrava una mutazione diversa della stessa creatura. Un giorno diventava palco per band indie romane che cercavano il proprio suono, il giorno dopo rifugio per mostre d’arte indipendente, e poi improvvisamente laboratorio nerd dove qualcuno proiettava anime su schermi improvvisati molto prima che la parola streaming entrasse nel vocabolario quotidiano.
Tutto iniziò alla fine degli anni Ottanta, periodo strano e fertile della capitale. Romano Cruciani ebbe l’intuizione di trasformare spazi dimenticati della vecchia Centrale del Latte in un punto di incontro per artisti e creativi. Poco tempo dopo arrivò il trasferimento nella sede destinata a diventare leggendaria, quella di via Casilina Vecchia. Da lì partì una storia che per oltre vent’anni ha accompagnato la crescita culturale di un’intera scena underground romana.
Il Circolo degli Artisti funzionava come una porta segreta. Entravi e improvvisamente Roma cambiava dimensione. Fuori restava la città monumentale, quella delle cartoline e dei turisti. Dentro prendeva forma un’altra capitale, più ruvida, più spontanea, più curiosa. Una città fatta di incontri improbabili e di serate che iniziavano con un reading letterario e terminavano con una pista da ballo invasa da fan delle sigle dei cartoni animati.
Molto prima che il cosplay diventasse fenomeno mainstream, molti di noi sperimentavano lì le prime trasformazioni. Non parlo di eventi giganteschi come quelli di oggi, ma di momenti quasi rituali, improvvisati, dove bastava una parrucca colorata o una giacca cucita male per sentirsi parte di qualcosa di più grande. Nessuna etichetta, nessuna competizione. Solo entusiasmo puro.
Satyrnet, che all’epoca rappresentava una delle anime più vivaci della cultura nerd romana, ha lasciato impronte profonde tra quei muri. Ricordo perfettamente la sensazione di libertà che attraversava ogni iniziativa organizzata in quegli spazi. Internet stava appena iniziando a cambiare il mondo, i social network erano ancora fantascienza, eppure comunità vere si formavano lo stesso. Bastavano una sala, un proiettore e la voglia di condividere passioni strane che fuori sembravano incomprensibili.
Serate dedicate al fantastico, incontri tra appassionati di fumetto, discussioni infinite su anime giapponesi che arrivavano in Italia attraverso percorsi quasi clandestini. Tutto accadeva con una naturalezza disarmante. Nessun algoritmo suggeriva interessi comuni. La scoperta nasceva dall’incontro diretto.
Poi arrivò quel momento che Roma conosce fin troppo bene. Il momento in cui un luogo libero diventa improvvisamente un problema amministrativo. Accuse, verifiche, procedimenti giudiziari. Nel 2015 il Circolo degli Artisti venne chiuso. Le contestazioni parlavano di occupazioni abusive e gestione irregolare di materiali pericolosi. Dentro l’area vennero trovati rifiuti nascosti, amianto incluso.
Da quel giorno iniziò un silenzio lungo dieci anni.
Chi passava davanti a quei cancelli provava una sensazione strana. Un po’ malinconia, un po’ incredulità. Un posto che aveva generato tanta energia creativa ridotto a relitto urbano, intrappolato tra burocrazia e abbandono. Roma possiede questa capacità quasi crudele: lasciare evaporare lentamente luoghi che avevano costruito identità collettive.
Eppure la storia non sembra ancora conclusa.
Qualcosa si muove proprio adesso. L’amministrazione capitolina ha annunciato l’avvio delle demolizioni delle strutture abusive presenti nell’area. Un’operazione necessaria per ripulire definitivamente il sito e permettere una nuova progettazione dello spazio. L’obiettivo dichiarato appare sorprendentemente rapido: restituire quell’area alla città entro l’estate.
L’idea non riguarda una semplice ricostruzione nostalgica. I progetti parlano di una trasformazione radicale. Meno volumetrie, meno impatto architettonico, più verde. Un luogo aperto al quartiere, pensato soprattutto per attività giovanili e culturali. L’immagine della vecchia discoteca probabilmente non tornerà nella stessa forma.
Una gestione temporanea dovrebbe essere affidata a Zétema, società partecipata del Comune che già coordina numerosi servizi culturali della capitale. Nel frattempo si preparerà un bando per definire il futuro definitivo della struttura.
L’assessore capitolino Tobia Zevi ha perfino evocato uno scenario quasi surreale: vedere lì le partite dell’Italia durante i Mondiali che si giocheranno tra Stati Uniti, Messico e Canada. Un’idea che fa sorridere, ma che allo stesso tempo racconta una volontà chiara. Riattivare uno spazio rimasto congelato per troppo tempo.
E allora la mente torna indietro. A quelle notti d’estate dove la città sembrava improvvisamente più piccola, più accessibile, più umana. A quelle conversazioni infinite tra sconosciuti che scoprivano di avere passioni identiche. Alla sensazione di appartenere a una comunità invisibile che non aveva bisogno di grandi palchi o sponsor per esistere.
Il destino del Circolo degli Artisti non riguarda soltanto un edificio. Riguarda il rapporto tra Roma e la sua capacità di immaginare spazi culturali indipendenti. Luoghi dove sperimentare senza paura, dove arte, musica e cultura geek possano mescolarsi senza dover chiedere legittimazione.
Chi ha vissuto quella stagione lo sa bene: certe energie non nascono nei progetti urbanistici, nascono negli incontri.
Forse proprio da lì dovrebbe ripartire tutto. Non dalla nostalgia di ciò che era, ma dalla curiosità di ciò che potrebbe diventare. Perché alcune storie non finiscono davvero. Rimangono sospese nell’aria della città, in attesa del momento giusto per riaccendersi.
E Roma, ogni tanto, sorprende ancora.
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