Ogni epoca prova prima o poi a rimettere mano ai propri miti, e il risultato raramente passa inosservato. Vale per i supereroi, vale per i mostri sacri della fantascienza, vale persino per quei racconti che sembravano intoccabili perché legati all’infanzia, ai pomeriggi davanti alla TV o a quel libro consumato tra mani troppo piccole per capire davvero quanto fosse feroce il suo umorismo. La fabbrica di cioccolato appartiene esattamente a questa categoria. Non è soltanto una storia amata: è un immaginario condiviso, un lessico emotivo che attraversa generazioni diverse. Ecco perché l’annuncio di Charlie vs. the Chocolate Factory, nuovo film d’animazione targato Netflix previsto per il 2027, ha il sapore di quelle notizie che dividono subito il pubblico tra curiosi, scettici e irriducibili nostalgici.
Il titolo, già da solo, dice molto più di quanto sembri. Non più Charlie dentro la fabbrica, non Charlie invitato da Wonka, non Charlie come spettatore meravigliato. Stavolta Charlie è contro la fabbrica. O meglio, contro ciò che rappresenta. È una scelta lessicale intelligente, provocatoria, perfettamente contemporanea. Oggi ogni mito viene messo in discussione, ogni autorità narrativa deve affrontare un contraddittorio, ogni leggenda è costretta a misurarsi con uno sguardo nuovo. E così anche Willy Wonka, il genio zuccherino e disturbante nato dalla penna di Charlie and the Chocolate Factory Roald Dahl, torna in scena non come semplice mentore eccentrico, ma come figura da sfidare.
La nuova versione porterà sullo schermo Charlie Paley, personaggio completamente ripensato rispetto al Charlie Bucket classico. A dargli voce sarà Kit Connor, volto ormai riconoscibile per una generazione che vive tra streaming, fandom digitali e serie capaci di trasformare attori giovani in icone globali nel giro di una stagione. Dall’altra parte troviamo Taika Waititi nel ruolo vocale di Willy Wonka, e già qui il progetto cambia colore. Waititi non è una scelta neutra: porta con sé sarcasmo, nonsense, capacità di oscillare tra comicità infantile e malinconia adulta. In pratica, materiale perfetto per il mondo di Wonka.
La sinossi ufficiale lascia intuire un’operazione meno rassicurante del previsto. Londra contemporanea, skyline di grattacieli, mattoni rossi e la fabbrica che spunta come un’anomalia cromatica nel mezzo della città. È una bellissima immagine simbolica: il fantastico che resiste dentro l’urbanizzazione totale, la follia creativa incastrata nel grigio del presente. Wonka, dopo un passato turbolento che coinvolge perfino la prigione e l’assurda vicenda del bambino trasformato in mirtillo, torna al lavoro deciso a curare l’amarezza del mondo con la dolcezza. Un’idea quasi poetica, se non fosse che ad attenderlo trova Charlie Paley e la sua banda, intenzionati a infiltrarsi nella fabbrica per rubare una rarissima Tavoletta Wonka.
E qui il film sembra voler parlare chiaramente al pubblico di oggi. Ragazzi irrequieti, spirito di gruppo, impulso alla trasgressione, voglia di scardinare il sistema e appropriarsi del simbolo più desiderato. Non è difficile leggere in questa dinamica una metafora moderna: i giovani che entrano nei templi costruiti dalle generazioni precedenti e pretendono di ridefinirli a modo loro. Succede nel cinema, nella musica, nei videogiochi, ovunque. Adesso succede anche nella fabbrica di cioccolato.
Dal punto di vista creativo il progetto non nasce dal nulla. Alla regia troviamo Jared Stern e Elaine Bogan. Il primo porta con sé l’energia pop di The LEGO Batman Movie, la seconda ha firmato Spirit Untamed. Due sensibilità diverse che, se ben amalgamate, potrebbero evitare il rischio più grande di ogni remake: sembrare un prodotto senz’anima pensato solo per riempire cataloghi.
Perché diciamolo senza giri di parole: il pubblico oggi sente subito l’odore delle operazioni industriali senz’ispirazione. Lo percepisce al trailer, al poster, persino al casting. Eppure in questo caso qualcosa incuriosisce davvero. Forse perché l’universo di Wonka si presta naturalmente alla reinvenzione. Non è un racconto chiuso, lineare, perfetto nella sua forma immutabile. È un luogo mentale fatto di eccessi, punizioni grottesche, ironia nera, meraviglia e crudeltà zuccherata. Ogni epoca può entrarci trovando riflessi diversi.
Chi è cresciuto con Willy Wonka & the Chocolate Factory porta ancora dentro il sorriso ambiguo di Gene Wilder, forse la versione più indecifrabile del personaggio. Chi appartiene all’era dei primi forum, dei DVD special edition e del culto visivo anni Duemila pensa inevitabilmente a Charlie and the Chocolate Factory di Tim Burton con Johnny Depp, divisivo ma potentissimo sul piano iconografico. Poi è arrivato Wonka con Timothée Chalamet, che ha scelto la strada del prequel luminoso e musicale.
Adesso tocca all’animazione. E non è un dettaglio secondario. L’animazione permette al mondo di Wonka di essere finalmente libero dai limiti fisici. Nessun set reale potrà mai competere con una fabbrica che segue davvero la logica delirante del libro. Nessun reparto scenografico, per quanto geniale, può battere una fantasia senza gravità. Se Netflix e Sony Pictures Imageworks useranno bene questo vantaggio, potremmo trovarci davanti alla versione visivamente più sfrenata mai realizzata.
Resta una domanda centrale: serve davvero un nuovo adattamento di La fabbrica di cioccolato? La risposta onesta è che dipende da cosa si intende per “serve”. Se cerchiamo l’originale, no. Quello esiste già e non sparirà. Se invece pensiamo al dialogo continuo tra classici e presente, allora sì, eccome. I miti sopravvivono proprio perché vengono rimessi in gioco, talvolta traditi, talvolta rilanciati. Anche le versioni sbagliate fanno parte del percorso. Anzi, spesso sono quelle che rendono più chiaro il valore delle precedenti.
Personalmente trovo affascinante vedere come certi racconti cambino bersaglio generazione dopo generazione. Una volta la morale era severa, quasi punitiva. Poi è arrivata la lettura gotica. Poi quella empatica. Ora sembra il turno dello scontro tra autorità eccentrica e adolescenza disordinata. È un segnale dei tempi, e proprio per questo merita attenzione.
Il 2027 sembra lontano, ma nel calendario dell’intrattenimento arriva in un attimo. Da qui all’uscita vedremo teaser, immagini, discussioni infinite sui social, confronti tossici tra versioni precedenti e inevitabili sentenze premature. Fa parte del rito. Intanto una cosa è certa: Wonka non ha nessuna intenzione di restare chiuso in archivio.
E forse è giusto così. Alcune porte, anche se ricoperte di zucchero, continuano ad aprirsi da sole. Voi da che parte state: difensori del classico assoluto o pronti a entrare ancora una volta in fabbrica, rischiando di uscirne cambiati?
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