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Cavolo che fico: Sio e Cristiano Tomei arrivano nelle scuole

Essere millenial, significa crescere con robot giganti che difendono la Terra e merendine iperzuccherate divorate davanti alla TV. Significa aver imparato l’etica del sacrificio da Actarus e poi aver cenato con qualcosa che, a rileggerne oggi l’etichetta, sembra uscito da un laboratorio di chimica più che da una cucina. Per questo, davanti a un progetto come “Cavolo, che fico!”, qualcosa scatta. Non per dovere istituzionale, non per comunicato stampa ben confezionato, ma per memoria personale. Perché qui si parla di fumetti, di bambini, di cavolo nero trasformato in supereroe e di uno chef che entra tra i banchi di scuola come fosse un NPC leggendario pronto a sbloccare una missione secondaria fondamentale: mangiare bene senza annoiarsi.

La Toscana ha deciso di giocare una carta intelligente. Portare l’educazione alimentare nelle classi terze delle scuole primarie attraverso un albo illustrato di 64 pagine, distribuito gratuitamente a circa 25.000 bambine e bambini. Un numero che, per chi è cresciuto contando le tirature dei manga in edicola, dice già molto. Non è un’iniziativa simbolica. È un’operazione culturale.

E sì, parliamo di cultura. Perché l’alimentazione, soprattutto in Italia, non è solo nutrizione: è identità, territorio, memoria collettiva.

Il cavolo nero come se fosse un super robot

L’idea è semplice e geniale allo stesso tempo. Prendere prodotti tipici toscani – cavolo nero, fichi di Carmignano, funghi dell’Amiata, carciofi del litorale livornese – e raccontarli come se fossero personaggi di un universo narrativo condiviso. Con i loro “superpoteri”, le loro caratteristiche, la loro storia.

Se mi avessero spiegato da piccolo che il carciofo ha uno scudo verde capace di purificare e rigenerare, forse lo avrei guardato con la stessa ammirazione con cui osservavo il Mazinga Z lanciarsi in volo. Invece, per anni, è rimasto “quella cosa amara nel piatto”.

Qui entra in scena Simone Albrigi, per tutti Sio. Uno che con il linguaggio surreale e immediato dei suoi disegni ha intercettato generazioni cresciute tra YouTube e social, ma che riesce a parlare anche a chi ha ancora in casa i VHS di Ken il Guerriero. Le sue gag trasformano l’ortaggio in protagonista, lo rendono buffo, memorabile, accessibile.

Accanto a lui, Cristiano Tomei, chef di razza e mente creativa, che firma dodici ricette pensate per essere sane, semplici, replicabili in famiglia. Non haute cuisine da ristorante stellato, ma cucina che entra nelle case. Che prova a mettere d’accordo genitori, figli e nonni.

E qui, permettetemi una digressione da padre nerd cresciuto negli anni ’80: la vera rivoluzione non è convincere un bambino a mangiare il cavolo. È convincere un adulto a cucinarlo in modo interessante. Se la filiera corta diventa anche filiera narrativa, allora qualcosa cambia davvero.

Fumetto, dieta mediterranea e identità territoriale

La parola chiave non è “progetto”. È ecosistema.

“Cavolo, che fico!” nasce dalla collaborazione tra realtà culturali e istituzioni regionali, con il sostegno del Consiglio Regionale della Toscana e di Vetrina Toscana, e con il coinvolgimento di professionisti della nutrizione e del giornalismo enogastronomico come Domenicantonio Galatà e Carlo Spinelli. Non è un’operazione estemporanea. È una strategia che unisce educazione, turismo enogastronomico e promozione del territorio.

Chi ha vissuto l’esplosione delle fiere del fumetto in Italia, da Lucca in poi, sa bene quanto la cultura pop possa diventare leva economica e identitaria. Portare questo linguaggio nelle scuole significa riconoscere che il fumetto non è più intrattenimento di nicchia. È un linguaggio maturo. È una grammatica contemporanea.

E allora parlare di stagionalità, dieta mediterranea, filiera corta attraverso tavole illustrate non è un compromesso. È un aggiornamento del sistema operativo educativo.

Mi piace pensare che tra quei 25.000 bambini qualcuno scoprirà il gusto per la cucina, qualcun altro per il disegno, qualcun altro ancora per il racconto del territorio. Perché un progetto del genere non genera solo consapevolezza alimentare. Genera immaginario.

Dalla merenda industriale al fumetto come strumento educativo

Chi è cresciuto tra Goldrake e i primi joystick sa quanto il marketing abbia inciso sulle nostre abitudini alimentari. Gadget, cartoni animati, mascotte. L’industria ha parlato ai bambini con un linguaggio potente.

Ora quel linguaggio viene usato per un messaggio diverso: mangiare sano può essere divertente. Non punitivo. Non moralista.

Ed è qui che la faccenda si fa interessante anche per chi, come me, ha visto nascere il web italiano e l’evoluzione dei contenuti digitali. Oggi si parla tanto di gamification, di storytelling applicato alla didattica, di edutainment. Questo fumetto incarna esattamente quell’approccio, ma in forma analogica. Carta, colori, ricette da provare davvero.

Un albo che entra nelle scuole come una side quest ben scritta: impari qualcosa senza sentirti a lezione.

Toscana, territorio e futuro

Il progetto è stato presentato anche in contesti come Lucca Comics & Games, luogo simbolico per chiunque abbia vissuto l’epopea nerd italiana dagli anni Novanta in poi. Non è un dettaglio. Significa riconoscere che la cultura pop può dialogare con l’agroalimentare, con il turismo, con la promozione regionale.

In un’epoca in cui si parla di intelligenza artificiale capace di generare ricette in un click, riportare l’attenzione sul prodotto stagionale, sul territorio, sulla consapevolezza è quasi un atto controcorrente. E se per farlo serve un cavolo con i superpoteri, ben venga.

Mi domando, però, e lo chiedo a voi che leggete CorriereNerd.it con la stessa fame di contenuti con cui un tempo aspettavamo l’episodio settimanale del nostro anime preferito:

quanto sarebbe cambiata la nostra infanzia se qualcuno ci avesse raccontato il cibo con la stessa epica con cui ci raccontavano le battaglie spaziali?

E oggi, tra social, streaming e cultura digitale, siamo pronti a riconoscere il fumetto come uno degli strumenti educativi più potenti che abbiamo?

“Cavolo, che fico!” è un titolo che strappa un sorriso. Ma dietro quel sorriso c’è un’idea precisa di futuro.

Raccontatemi la vostra. Nei commenti, sui social di CorriereNerd.it, tra una memoria anni ’80 e una riflessione su cosa vogliamo lasciare alle prossime generazioni. Perché la vera partita, forse, si gioca proprio lì.


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Enrico Ruocco

Enrico Ruocco

Figlio della GOLDRAKE generation, l’amore che avevo da bambino per il fumetto è stato prima stritolato dall’invasione degli ANIME, poi dall’avvento dei Blockbuster e annientato completamente dai giochi prima per PC e poi per CONSOLE.
In seguito con l’arrivo del nuovo millennio, il tanto temuto millennium bug , ha fatto riaffiorare in me una passione sopita soprattutto grazie ad INTERNET.
Era il 2000 quando finalmente in Italia internet diventava sempre più commerciale, ed io decisi di iniziare la mia avventura sul web creando il mio sito TUTTOCARTONI. Sito nato da una piccola ricerca fatta fra quello che “tirava” sul web e le mie passioni. Sappiamo bene cosa tira di più sul web … sinceramente non lo ritenni adatto a me, poi c’era lo sport, altra mia passione ma campo altamente minato. Infine c’erano i cartoon e i fumetti…beh qua mi sentivo preparato e soprattutto pensavo di trovare un mondo PACIFICO…
Man mano che passava il tempo l’interesse si spostava sempre più verso il fumetto, ed oggi, nel 2017, guardandomi indietro e senza vantarmi troppo posso considerarmi un blogger affermato e conosciuto, uno dei padri degli eventi salernitani dedicati al mondo del fumetto ma soprattutto lettore di COMICS di ogni genere.

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