Archivi categoria: Storia & Misteri

Stranezze della natura: quando la realtà supera la fantasia

La natura è una fonte inesauribile di meraviglia, ma anche di bizzarria. Esistono infatti fenomeni naturali così incredibili da sembrare usciti dalla mente di uno scrittore di fantascienza o da un film di fantasia. Alcune di queste stranezze della natura hanno ispirato o sono state riprese dalla cultura pop, in particolare da quella nerd, appassionata di scienza, tecnologia, fumetti, videogiochi e letteratura fantastica. Vediamo alcuni esempi di questi fenomeni naturali che hanno fatto sognare i nerd di tutto il mondo.

Il lago rosa

In Australia, esiste un lago che ha un colore rosa intenso, quasi fosforescente. Si tratta del lago Hillier, situato sull’isola di Middle, nell’arcipelago di Recherche. Il lago ha una superficie di circa 600 metri per 250 e si trova vicino all’Oceano Indiano, dal quale è separato da una striscia di terra. Il motivo del suo colore insolito non è ancora del tutto chiaro, ma si pensa che sia dovuto alla presenza di alcuni microrganismi che producono pigmenti rossi, come le alghe Dunaliella salina e i batteri Halobacterium. Il lago rosa è una meta turistica molto ambita, ma anche una fonte di ispirazione per gli amanti della fantasia. Infatti, il lago rosa ricorda molto il lago di sangue che appare nel film Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2, dove Harry e i suoi amici devono affrontare il drago che custodisce la banca dei maghi Gringott¹.

Il vulcano di lava blu

In Indonesia, c’è un vulcano che erutta una lava di colore blu elettrico, creando uno spettacolo surreale e affascinante. Si tratta del vulcano Kawah Ijen, situato sull’isola di Giava. La sua lava blu non è dovuta a una particolare composizione chimica, ma alla combustione di gas solforici che fuoriescono dalle fessure del vulcano. Questi gas, infatti, si incendiano a contatto con l’aria e bruciano con una fiamma blu, che colora anche la lava che scorre lungo le pendici del vulcano. Il vulcano Kawah Ijen è una meta molto frequentata dai fotografi e dai viaggiatori avventurosi, ma anche dai fan della fantascienza. Infatti, la lava blu ricorda molto il plasma, una forma di materia che appare in molti film e videogiochi di fantascienza, come Star Wars, Halo e Mass Effect.

Il bosco storto

In Polonia, c’è un bosco dove gli alberi hanno una forma curva e contorta, quasi fossero stati piegati da una forza misteriosa. Si tratta del bosco di Crooked Forest, situato vicino alla città di Gryfino. Il bosco conta circa 400 pini che hanno un’età di circa 80 anni e che presentano una curvatura a 90 gradi alla base del tronco. La causa di questa anomalia non è nota con certezza, ma si ipotizza che sia stata provocata da una tecnica di coltivazione usata dagli agricoltori locali negli anni ’30, per ottenere legno curvo da usare per la costruzione di mobili o di barche. Il bosco storto è una meta molto suggestiva, ma anche una fonte di ispirazione per gli amanti del fantasy. Infatti, il bosco storto ricorda molto il bosco dei sogni che appare nel film Il Labirinto del Fauno, dove la protagonista Ofelia incontra creature magiche e misteriose.

La grotta dei cristalli

In Messico, c’è una grotta dove si trovano dei cristalli giganti, che sembrano delle colonne di ghiaccio o delle spade di luce. Si tratta della grotta di Naica, situata nella miniera di Naica, nello stato di Chihuahua. La grotta ospita dei cristalli di gesso che raggiungono dimensioni enormi, fino a 12 metri di lunghezza e 55 tonnellate di peso. La formazione di questi cristalli è dovuta alle condizioni particolari della grotta, che ha una temperatura di circa 50 gradi e un’umidità del 90%. Queste condizioni favoriscono la crescita lenta e costante dei cristalli, che sono stati scoperti nel 2000 da due minatori. La grotta dei cristalli è una meta molto pericolosa, ma anche una fonte di ispirazione per gli amanti dell’avventura. Infatti, la grotta dei cristalli ricorda molto la caverna di ghiaccio che appare nel film Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo, dove il protagonista trova un antico manufatto alieno.

Il deserto fiorito

In Cile, c’è un deserto che una volta all’anno si trasforma in un giardino fiorito, creando un contrasto sorprendente tra il paesaggio arido e quello colorato. Si tratta del deserto di Atacama, situato nella regione di Antofagasta. Il deserto di Atacama è considerato il luogo più secco del mondo, con una piovosità media annua di meno di 1 mm. Tuttavia, a causa del fenomeno climatico chiamato El Niño, che porta piogge eccezionali nella zona, il deserto si riempie di vita e di fiori. Questo fenomeno si verifica con una frequenza variabile, ma in media ogni 5-7 anni. L’ultima volta è avvenuto nel 2017, quando il deserto ha ospitato oltre 200 specie di fiori. Il deserto fiorito è una meta molto affascinante, ma anche una fonte di ispirazione per gli amanti dell’animazione. Infatti, il deserto fiorito ricorda molto il mondo di Agartha che appare nel film Viaggio verso Agartha, dove i protagonisti scoprono una terra nascosta sotto il deserto, piena di creature fantastiche e di paesaggi meravigliosi.

Questi sono solo alcuni esempi di stranezze della natura che hanno fatto sognare i nerd e che dimostrano come la realtà possa superare la fantasia.

La natura, infatti, è una maestra di creatività e di bellezza, che ci regala spettacoli unici e irripetibili.

La strana storia della Chevy Impala a razzo!

La polizia stradale dell’Arizona si è imbattuta in una massa di metallo fumante incastrata in un dirupo roccioso che si innalzava ai lati di una strada nel punto culminante di una curva. Sembravano i resti di un incidente aereo, ma ad un esame più accurato il relitto si è rivelato quello di un’automobile. Gli esami della scientifica hanno in parte ricostruito l’accaduto. Sembra che il guidatore della macchina fosse in qualche modo riuscito ad impossessarsi di un’unità JATO (Jet Assisted Take Off – Decollo assistito da Jet), un razzo a propellente solido che viene utilizzato dai trasporti militari per ottenere una spinta addizionale durante il decollo da piste molto corte.
 
Il guidatore ha portato la sua Chevy Impala nel deserto, è salito a bordo, ha accelerato al massimo delle capacità del motore ed ha acceso il razzo. La polizia ha calcolato che il guidatore ha acceso il razzo ad una distanza di circa 5 kilometri dal luogo dell’impatto finale. L’asfalto in quel punto era fuso e carbonizzato. Dal momento che l’unità JATO raggiunge la spinta massima in 5 secondi, lanciando la Chevy ad una velocità di circa 550 kilometri orari, e che tale spinta dura per altri 20-25 secondi, è probabile che il guidatore della vettura sia stato sottoposto per questo periodo di tempo ad accelerazioni paragonabili a quelle che subisce un pilota di F-14 in condizioni di combattimento estremo con i post-bruciatori accesi. E’ quindi lecito supporre che a questo punto egli sia diventato una presenza insignificante per il resto dell’evento. La macchina è rimasta sulla strada statale per circa 4 kilometri (una ventina di secondi), e durante questo periodo di tempo il motore è fuso e i pneumatici sono esplosi. Sull’asfalto sono stati rinvenuti segni di gomma carbonizzata lunghi due kilometri. L’auto è quindi decollata ed ha percorso in volo gli altri due kilometri prima di schiantarsi contro il dirupo ad una altezza di 40 metri, lasciando nella roccia un cratere profondo 3 metri.
(…)
L’articolo è stato pubblicato in una piccola rivista di aeronautica dell’Arizona ed è apparso nel newsgroup comp.sys.ibm.pc.games.flight-sim

Tradimento alla corte di Re Artù

L’epica storia del Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda è ricca di avventure, coraggio e tradimenti. Uno dei tradimenti più famosi di questa leggenda è quello di Lancillotto, considerato uno dei più valorosi e fedeli cavalieri di Artù. In questo articolo, esploreremo in modo approfondito l’episodio del tradimento di Lancillotto nei confronti del suo re e delle conseguenze che ne sono derivate.

Per comprendere appieno il tradimento di Lancillotto, è necessario conoscere il contesto della storia e il legame traumatico che lo univa a Re Artù. Lancillotto, noto anche come Sir Lancelot du Lac, era noto per la sua straordinaria forza, abilità nel combattimento e per essere considerato il più grande cavaliere del regno di Artù. Era un uomo di grande nobiltà d’animo e di un’integrità senza eguali, e la sua lealtà al re era indiscutibile. Tuttavia, come spesso accade nelle storie medievali, l’amore e i sentimenti possono sfidare anche l’uomo più virtuoso. Lancillotto si innamorò di Ginevra, la moglie di Re Artù, un amore proibito che fece emergere in lui forti emozioni contrastanti. Egli si trovò in un vero e proprio conflitto interiore tra il suo amore per Ginevra e la sua fedeltà al suo re.Nonostante i suoi sforzi per resistere, Lancillotto cedette alla passione e tradì Artù con Ginevra. Il tradimento fu estremamente doloroso per entrambi i protagonisti. Mentre Ginevra si sentì in colpa per aver tradito il suo sposo e il suo re, Lancillotto si ritrovò travolto da un senso di colpa e rimorso per aver ferito l’uomo che considerava il suo migliore amico. Le conseguenze di questo tradimento furono devastanti per il regno di Artù. La scoperta dell’infedeltà di Ginevra e Lancillotto portò a un conflitto interno tra la dignità e il senso del dovere di Artù. La sua fiducia nel suo fedele cavaliere fu distrutta e il regno fu gettato nel caos.

Inoltre, il tradimento di Lancillotto e Ginevra provocò discordia tra i cavalieri della Tavola Rotonda. Molti dei cavalieri, che avevano giurato fedeltà assoluta a Re Artù, si sentirono traditi da Lancillotto e cercarono vendetta. Ciò portò a conflitti armati e alla disgregazione del regno che Artù aveva così faticosamente costruito. Nonostante il tradimento, Lancillotto cercò di redimersi e dimostrare la sua lealtà a Artù. Partecipò coraggiosamente a numerose battaglie e cercò di mettere a tacere i suoi sentimenti per Ginevra. Tuttavia, il danno era già stato fatto e il regno di Artù era ormai oltre ogni possibile salvezza.

Il tradimento di Lancillotto viene spesso interpretato come una rappresentazione dell’inevitabilità e della fragilità degli affetti umani. La storia di Lancillotto e Ginevra ci ricorda che l’amore è una forza potente, capace di emozionare anche le anime più nobili e di condurre alla distruzione.

Cenerentola, dalla fiaba al classico Disney

Cenerentola è una delle fiabe più famose e amate di tutti i tempi, sia nella versione originale dei fratelli Grimm che in quella animata della Disney. Ma quali sono la storia e il significato di questa favola, che ha ispirato generazioni di sognatori? E come ha influito sul destino della stessa Disney, che ha fatto di Cenerentola il suo dodicesimo classico nel 1950? In questo articolo, cercheremo di rispondere a queste domande, analizzando le origini, i simboli e le curiosità di Cenerentola.

Le origini di Cenerentola

La storia di Cenerentola ha radici molto antiche, che risalgono a diverse culture e tradizioni. Una delle prime versioni conosciute è quella egiziana, che narra di Rodopì, una schiava greca che viveva nell’antico Egitto, al tempo del faraone Ahmose II. Secondo la leggenda, Rodopì era una bellissima cortigiana, che attirò l’attenzione del faraone, il quale si innamorò di lei e la sposò, facendola diventare regina. Il simbolo della scarpetta, che in questa versione è d’oro, è legato al fatto che un falco rapì una delle sue scarpe mentre si lavava i piedi nel Nilo, e la lasciò cadere nelle mani del faraone, che ne rimase affascinato.

Un’altra versione antica di Cenerentola è quella cinese, che risale al IX secolo d.C. In questa versione, la protagonista si chiama Yeh-Shen, ed è una ragazza orfana che vive con la matrigna e la sorellastra, che la maltrattano e la costringono a fare i lavori più umili. Yeh-Shen ha come unico amico un pesce, che le fa da madre, ma che viene ucciso e mangiato dalla matrigna. La ragazza riesce a recuperare le ossa del pesce, che hanno il potere di esaudire i suoi desideri. Grazie a queste, Yeh-Shen ottiene un abito splendido e delle scarpe di seta, con le quali si reca a una festa in cui il re si innamora di lei. Anche in questo caso, la scarpetta è l’elemento chiave, poiché il re la usa per ritrovare la sua amata, dopo che lei l’ha persa nella fuga.

La versione più nota di Cenerentola, però, è quella dei fratelli Grimm, che la raccolsero nel 1812 nella loro celebre opera “Fiabe del focolare”. In questa versione, la protagonista si chiama Aschenputtel, che significa “polverina di cenere”, e vive con il padre, la matrigna e le due sorellastre, che la sfruttano e la umiliano. Il suo unico conforto sono gli uccellini che le fanno compagnia e le portano dei semi da piantare sulla tomba della madre. Da questi semi nasce un albero magico, che le dona degli abiti meravigliosi e delle scarpe d’oro, con le quali si reca a tre balli in cui il principe si innamora di lei. Anche qui, la scarpetta è l’oggetto che permette al principe di ritrovare la sua sposa, dopo che lei l’ha persa nella fuga. La versione dei Grimm è più cruda e violenta di quella Disney, poiché le sorellastre si tagliano i piedi per far entrare la scarpetta, e vengono accecate dagli uccellini come punizione.

Il significato di Cenerentola

La favola di Cenerentola ha un significato profondo e universale, che riguarda il tema della speranza, dell’amore e della giustizia. Cenerentola è una ragazza che soffre per la perdita dei genitori, per l’ingiustizia della matrigna e per la solitudine. Nonostante questo, non perde mai la speranza di una vita migliore, e conserva la sua bontà, la sua umiltà e la sua gentilezza. Queste qualità le valgono l’aiuto di una figura benevola, che può essere una fata, una madre spirituale o un animale magico, che le concede il suo desiderio di andare al ballo e di incontrare il principe. Il principe, a sua volta, rappresenta l’amore vero, che non si basa sull’apparenza, ma sulla capacità di vedere oltre, di riconoscere il valore della persona e di accettarla per quello che è. La scarpetta, infine, è il simbolo del destino, che unisce i due innamorati e che premia la virtù e punisce il vizio. La favola di Cenerentola, quindi, ci insegna che i sogni possono diventare realtà, se abbiamo il coraggio di credere in noi stessi, se sappiamo dare e ricevere aiuto, e se siamo fedeli ai nostri sentimenti.

Cenerentola e la Disney

La versione animata di Cenerentola, realizzata dalla Disney nel 1950, è una delle più amate e apprezzate dal pubblico, e ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della casa di produzione. Infatti, dopo il successo di Biancaneve e i sette nani nel 1937, la Disney aveva subito delle perdite economiche a causa della seconda guerra mondiale, che aveva limitato il mercato internazionale, e dei flop di alcuni film come Pinocchio, Fantasia e Bambi. Walt Disney, quindi, decise di puntare tutto su Cenerentola, investendo una cifra enorme per l’epoca, pari a 3 milioni di dollari, e affidandosi a un team di animatori di talento, tra cui Marc Davis, responsabile della creazione della protagonista e della scena della trasformazione. Il film fu un trionfo di critica e di pubblico, incassando oltre 34 milioni di dollari, e salvando la Disney dal fallimento. Grazie a Cenerentola, la Disney poté continuare a produrre altri classici, come Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan e La bella addormentata nel bosco, e a espandere il suo impero con la creazione dei parchi a tema Disneyland e Walt Disney World. Cenerentola, inoltre, divenne una delle principesse più iconiche e influenti della Disney, e la sua storia fu ripresa e rivisitata in diversi film, come Pretty Woman, Il diario di una principessa e Cenerentola, con Lily James nel ruolo della protagonista.

Radium Girls: la terrificante storia dimenticata delle ragazze radioattive

La storia delle ‘Radium Girls’ è una delle più orribili della storia recente, ormai quasi dimenticata. Quello che era iniziato come un buon lavoro per un gruppo di donne povere si è presto trasformato in un incubo. Non stavano solo producendo vernice in fabbrica; hanno anche usato queste vernici per decorare le unghie e i denti, ignare del pericolo che correvano. Nel 1904 la società “US Radium” assunse un gran numero di ragazze e giovani donne, alcune di appena 11 anni, per dipingere i quadranti dei loro orologi con vernice fluorescente a base di radio. Per assicurarsi che i quadranti ricevessero una buona copertura, le ragazze sono state incoraggiate a posizionare il pennello tra le labbra e ruotarlo a forma di punta. Era il modo migliore per ottenere numeri e tratti davvero accurati, ma a ogni leccata di pennello ingoiavano il radio, che ora sappiamo essere radioattivo.

Il radio era stato scoperto dai coniugi Curie nel 1898 e isolato per la prima volta nel 1902.

Già Pierre Curie aveva capito di trovarsi di fronte a un elemento tossico e pericoloso, che causava ustioni alla pelle. L’industria non è stata però capace di resistere alla luminescenza di questo elemento e, nella convinzione che piccole quantità dello scintillante radio non avrebbero avuto ripercussioni sulla salute, il metallo radioattivo venne usato per produrre vernici, cosmetici, farmaci e addirittura per arricchire alimenti.

Le ragazze del radio, come furono chiamate, erano orgogliose del loro lavoro e si sentivano fortunate ad avere uno stipendio decente. Non sapevano che il radio si accumulava nelle loro ossa e nei loro denti, provocando danni irreversibili. Dopo cinque anni di continua esposizione al pericoloso elemento radioattivo, iniziarono ad avere i primi sintomi tra cui perdita di denti, disgregazione del tessuto osseo del corpo e del viso, anemia, tumori, fratture, infezioni e necrosi. Il radio è infatti trasportato all’interno di denti e ossa come avviene per il calcio che costituisce questi tessuti: una volta all’interno delle cellule, il radio ne determinava la distruzione.

Quando le ragazze si resero conto della gravità della loro situazione, decisero di denunciare la United States Radium Corporation, che aveva sempre negato la pericolosità del radio e aveva addirittura distribuito letteratura per la comunità medica che descriveva gli “effetti pregiudizievoli” del radio. Cinque donne citarono in giudizio il loro datore di lavoro: Grace Fryer, Katherine Schaub, Edna Hussman, Quinta e Albina Maggie. A seguito di questo processo, fu stabilito il diritto dei singoli lavoratori che contraggono malattie professionali a citare in giudizio i loro datori di lavoro. Fu anche riconosciuto il risarcimento per le vittime e le loro famiglie, anche se molte di esse morirono prima di riceverlo.

La storia delle Radium Girls è una storia di ingiustizia, sofferenza e coraggio.

Queste donne hanno sacrificato la loro vita per un lavoro che credevano sicuro e hanno lottato per ottenere giustizia e riconoscimento. La loro vicenda ha avuto un impatto giuridico e scientifico, portando a una maggiore consapevolezza dei rischi delle radiazioni e a una maggiore tutela dei diritti dei lavoratori. La loro storia merita di essere ricordata e onorata.

Inferno e Paradiso: un tema ricorrente nei manga e anime

Il concetto di Inferno e Paradiso, inteso come contrapposizione tra bene e male, luce e tenebra, ordine e caos, è un tema molto presente nella cultura giapponese e, di conseguenza, anche nei manga e anime. Spesso, infatti, le opere di questo genere presentano personaggi, ambientazioni e simboli che richiamano le idee di Inferno e Paradiso, sia in senso religioso che metaforico.

In Giappone, l’inferno è spesso associato al concetto buddhista dell’inferno di Naraka. Naraka, che letteralmente significa “inferno”, è un luogo di sofferenza estrema in cui le anime dei peccatori vengono condannate a vivere dopo la morte. Secondo la dottrina buddhista, il regno di Naraka è composto da più di ottantaquattro mila inferni diversi, ognuno dei quali è dedicato a un particolare peccato o crimine commesso durante la vita. Le anime che vengono condannate a Naraka vengono sottoposte a terribili tormenti che riflettono i loro peccati specifici.Un aspetto unico dell’inferno in Giappone è rappresentato dai cosiddetti “jigoku meguri”, ossia i “pellegrinaggi dell’inferno”. Si tratta di percorsi sacri che conducono i visitatori attraverso diverse rappresentazioni dell’inferno buddhista. Questi luoghi di culto spesso includono statue realistiche raffiguranti le anime tormentate e le pene inflitte loro. I jigoku meguri sono un modo per i fedeli di riflettere sulle conseguenze dei loro peccati e di cercare la redenzione.

D’altra parte, il paradiso nella cultura giapponese è spesso rappresentato dal concetto di “Jodo”, che significa “terra pura”. È il regno di Amitabha Buddha, uno dei Buddha principali del Buddhismo Mahayana. Secondo la dottrina buddhista, Amitabha Buddha ha creato Jodo, un luogo di beatitudine e felicità eterna, per le anime che lo invocano con sincerità e pie devozione. Quindi, raggiungere Jodo è considerato l’obiettivo finale di molti buddhisti giapponesi. La rappresentazione del paradiso giapponese cambia a seconda del periodo storico e dell’influenza culturale. Nel periodo Heian (794-1185 d.C.), ad esempio, il concetto di Terra Pura era molto popolare e veniva spesso rappresentato in opere d’arte come i dipinti del paradiso e gli antichi testi buddhisti chiamati “sutras della Terra Pura”. Queste opere d’arte mostrano paesaggi idilliaci, fiori di loto e figure angeliche che guidano le anime verso la Terra Pura.

Nonostante queste varie rappresentazioni di inferno e paradiso, nell’immaginario collettivo giapponese queste concezioni non sono viste come luoghi a cui si va dopo la morte, ma come dimensioni o stati di coscienza presenti nel mondo di qui e ora. Pertanto, la spiritualità giapponese si concentra spesso sull’importanza di vivere una vita virtuosa e sulla ricerca della pace interiore nel presente.

Un esempio di manga e anime che tratta esplicitamente il tema di Inferno e Paradiso è Tenjō Tenge, un manga del 1997 di Oh! great, edito in Italia da Planet Manga. La storia si svolge nel prestigioso Istituto Todou, il cosiddetto “paradiso dei combattenti”, una scuola dove viene insegnata esclusivamente l’arte del combattimento.

In Death Note: un manga e anime di Tsugumi Ohba e Takeshi Obata,  il protagonista Light Yagami trova un quaderno soprannaturale che gli permette di uccidere chiunque scrivendo il suo nome. Light decide di usare il quaderno per eliminare i criminali e creare un mondo perfetto, ma si scontra con il geniale detective L, che cerca di fermarlo. Il tema di Inferno e Paradiso è presente nella contrapposizione tra Light, che si considera un dio della giustizia, e L, che rappresenta la legge umana. Inoltre, il quaderno appartiene a Ryuk, uno shinigami (dio della morte) che proviene da un mondo infernale. Il manga è stato edito in Italia da Planet Manga, mentre l’anime da Dynit.

Nel capolavoro di Kentaro Miura, Berserk, il protagonista Guts è un guerriero combatte contro mostri e demoni in un mondo medievale e oscuro. Guts è stato segnato da un marchio che lo rende preda degli apostoli, esseri umani che hanno sacrificato i loro cari in cambio di poteri infernali. Guts cerca di vendicarsi di Griffith, il suo ex amico e leader della Banda dell’Avvoltoio, che ha tradito i suoi compagni per diventare un membro della Mano di Dio, un gruppo di cinque esseri supremi che governano il destino del mondo. Il tema di Inferno e Paradiso è presente nella lotta tra il bene e il male, la libertà e il fato, la speranza e la disperazione.

Ovviamente come non citare Devilman, il un manga e anime di Go Nagai, in cui il protagonista Akira Fudo si fonde con un demone chiamato Amon, diventando il Devilman, un essere che ha il corpo di un demone e il cuore di un umano. Akira usa i suoi poteri per combattere contro le forze demoniache che vogliono distruggere l’umanità, ma si trova anche a dover affrontare la paura e l’odio degli esseri umani, che lo considerano un nemico. Il tema di Inferno e Paradiso è presente nella dualità tra umano e demoniaco, amore e odio, vita e morte. Il manga è stato edito in Italia da Dynamic Italia , mentre l’anime da Yamato Video .

Questi sono solo uno dei tanti esempi di manga e anime che trattano il tema. Altri esempi sono ellsing, Fullmetal Alchemist, Naruto, Bleach, Saint Seiya, Evangelion e molti altri. In queste opere, il concetto di Inferno e Paradiso non è sempre inteso in senso religioso, ma spesso assume un significato simbolico, metaforico o filosofico, legato alla natura umana, alla morale, alla scelta, alla libertà, alla salvezza e alla dannazione. Inoltre, il tema di Inferno e Paradiso non è sempre rappresentato in modo manicheo, ma spesso presenta sfumature, ambiguità e contraddizioni, che rendono i personaggi e le storie più complessi e interessanti.

Quanto è caldo l’inferno?

L’inferno è esotermico o endotermico?

Una domanda che da tempo affascina i più curiosi. Ma prima di addentrarci in questa discussione, dobbiamo capire come cambia nel tempo la massa dell’inferno e gli scambi di anime che avvengono al suo interno.

Assumiamo, per cominciare, che quando un’anima entra all’inferno, non abbia possibilità di uscirne.

Quindi, una volta che ci si trova all’interno, non c’è via di fuga. Questo ci porta a considerare il numero di anime che effettivamente entrano all’inferno.

Prendendo in considerazione le diverse religioni nel mondo, molte sostengono che solo coloro che seguono una determinata fede saranno salvati, mentre gli altri andranno all’inferno. Dal momento che le persone solitamente praticano e credono in una sola religione alla volta, possiamo dedurre che, alla fine, tutte le persone e tutte le anime finiscono per trovarsi all’inferno.

Ora, tenendo conto dei tassi di natalità e mortalità attuali della popolazione mondiale, è lecito pensare che il numero di anime presenti all’inferno crescerà in modo esponenziale nel tempo.

Ma come cambia l’inferno stesso?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare riferimento alla legge di Boyle, che stabilisce che per mantenere stabile la temperatura e la pressione all’interno di un sistema chiuso, il volume deve aumentare proporzionalmente all’aumento delle entrate.

Ciò ci offre due possibilità.

In primo luogo, se l’inferno si espande a una velocità minore rispetto all’ingresso delle anime, allora la temperatura e la pressione all’interno dell’inferno continueranno a salire, fino a portarlo a una catastrofica esplosione. In secondo luogo, se l’inferno si espande più velocemente dell’ingresso delle anime, la temperatura e la pressione diminuiranno gradualmente, fino a quando l’inferno si congelerà.

Quindi, quale delle due ipotesi è corretta?

Beh, la verità è che non possiamo ancora rispondere con certezza. L’inferno rimane un mistero intrigante che non conosciamo a fondo. Tuttavia, con una riflessione analitica e scientifica, possiamo supporre che l’inferno potrebbe essere esotermico o endotermico a seconda delle circostanze.

In conclusione, l’inferno è un argomento che ci sfida a esplorare i confini della nostra conoscenza.

Mentre continuiamo a indagare su tante domande senza risposta, dobbiamo mantenere la mente aperta e considerare tutte le possibili prospettive. Solo allora potremo avvicinarci a comprendere l’incomprensibile.

Le leggende antiche e le tempeste solari

Le tempeste solari sono fenomeni spettacolari che si verificano quando il Sole emette grandi quantità di particelle cariche e radiazioni elettromagnetiche nello spazio. Queste emissioni possono interagire con il campo magnetico terrestre e causare effetti visibili come le aurore boreali e australi, ma anche disturbi alle comunicazioni, ai satelliti e alle reti elettriche.

Le tempeste solari sono state osservate fin dall’antichità, ma non sempre sono state comprese nella loro natura e origine. Alcune culture hanno associato le tempeste solari a miti, leggende e credenze religiose, attribuendo loro significati simbolici o profetici.

Alcune leggende antiche legate alle tempeste solari

Nella mitologia norrena, le aurore erano considerate le armature delle valchirie, le guerriere divine che sceglievano i caduti in battaglia e li portavano al Valhalla, la dimora degli dei. Le aurore erano anche chiamate Bifröst, il ponte arcobaleno che collegava il mondo degli uomini a quello degli dei.

Nella mitologia greca, le aurore erano associate alla dea Eos, la personificazione dell’alba. Eos era la sorella di Helios, il dio del Sole, e di Selene, la dea della Luna. Ogni mattina, Eos si alzava dal suo letto e apriva le porte del cielo per il fratello Helios, che guidava il carro del Sole attraverso il cielo.

Nella mitologia cinese, le aurore erano chiamate Shen Yi, il “fuoco divino“. Secondo una leggenda, Shen Yi era il nome di un arciere celeste che scoccava le sue frecce infuocate contro i nove soli che ardevano nel cielo, causando il surriscaldamento della Terra. Dopo aver ucciso otto soli, Shen Yi fu fermato dall’imperatore Yao, che gli ordinò di risparmiare l’ultimo sole. Tuttavia, le frecce di Shen Yi continuarono a volare nello spazio e a creare le aurore.

Nella mitologia egizia, le aurore erano legate al dio Ra, il creatore e signore del Sole. Ra viaggiava ogni giorno sul suo barcone solare attraverso il cielo, portando la luce e la vita. Durante la notte, Ra si immergeva nel Duat, il regno dei morti, dove doveva affrontare le forze del caos e dell’oscurità, rappresentate dal serpente Apopi. Le aurore erano il riflesso delle battaglie tra Ra e Apopi, che si concludevano con la vittoria di Ra e il suo ritorno all’alba.

Conclusioni

Le tempeste solari sono fenomeni naturali che hanno affascinato e spaventato gli esseri umani per millenni. Le diverse culture hanno cercato di spiegare le tempeste solari con le loro storie e le loro credenze, creando leggende ricche di simbolismo e immaginazione. Oggi, grazie alla scienza, possiamo capire meglio le tempeste solari e i loro effetti, ma possiamo anche apprezzare la bellezza e la poesia delle leggende antiche che le hanno ispirate.

I cinque elementi: tra leggenda, mitologia, religione e pop culture

I cinque elementi, o Wu Xing, sono un concetto fondamentale della cultura cinese, che si ritrova in vari ambiti, dalla filosofia alla medicina, dalle arti marziali alla feng shui. Si tratta di una visione del mondo basata sull’interazione dinamica di cinque forze o principi, che si manifestano in diverse forme e fenomeni. Questi cinque elementi sono: Acqua, Legno, Fuoco, Terra e Metallo. Ognuno di essi ha delle caratteristiche, delle relazioni, delle analogie e delle simbologie che ne esprimono il significato e la funzione.

Origini e sviluppo

La teoria dei cinque elementi risale presumibilmente al periodo delle primavere e degli autunni (722-481 a.C.), una fase storica caratterizzata da conflitti e innovazioni culturali. Il primo a esporre questa dottrina fu il filosofo cinese Chou Yen (350-270 a.C.), che la basò sulle osservazioni dei cicli naturali e dei mutamenti stagionali. Secondo Chou Yen, i cinque elementi sono le cinque fasi di trasformazione del Qi, l’energia vitale che pervade l’universo. Il Qi si muove secondo due modalità opposte e complementari: lo Yin, che rappresenta il principio femminile, passivo, freddo, oscuro e contrattivo, e lo Yang, che rappresenta il principio maschile, attivo, caldo, luminoso e espansivo. L’alternanza e la combinazione di Yin e Yang generano i cinque elementi, che a loro volta si influenzano reciprocamente secondo due cicli: quello di generazione e quello di controllo.

Il ciclo di generazione, o ciclo madre-figlio, descrive come ogni elemento alimenti e sostenga quello successivo, secondo queste relazioni:

  • Il Legno alimenta il Fuoco
  • Il Fuoco crea la Terra (dalle ceneri)
  • La Terra produce il Metallo (dalle miniere)
  • Il Metallo genera l’Acqua (per condensazione)
  • L’Acqua nutre il Legno (innaffiando le piante)

Il ciclo di controllo, o ciclo nonno-nipote, descrive come ogni elemento limiti e regoli quello che lo segue a distanza, secondo queste relazioni:

  • Il Legno controlla la Terra (con le radici)
  • La Terra controlla l’Acqua (con gli argini)
  • L’Acqua controlla il Fuoco (spegnendolo)
  • Il Fuoco controlla il Metallo (fondendolo)
  • Il Metallo controlla il Legno (tagliandolo)

Questi due cicli rappresentano l’equilibrio e l’armonia dell’universo, dove ogni elemento ha un ruolo e una funzione. Se uno di essi si indebolisce o si rafforza eccessivamente, si crea uno squilibrio che può portare a disastri naturali o malattie. Per questo, la teoria dei cinque elementi è stata applicata anche alla medicina tradizionale cinese, che mira a ristabilire l’equilibrio del Qi nel corpo umano, attraverso l’uso di agopuntura, erbe, massaggi, alimentazione e altre pratiche.

Caratteristiche e analogie

Ogni elemento ha delle caratteristiche proprie, che lo rendono diverso dagli altri e lo collegano a diversi aspetti della realtà. Queste caratteristiche sono spesso espresse attraverso delle analogie, che ne facilitano la comprensione e la memorizzazione. Alcune delle analogie più comuni sono:

  • Il Legno è associato al colore verde, alla stagione primaverile, alla direzione est, al clima ventoso, al pianeta Giove, all’organo fegato, alla virtù benevolenza, all’emozione rabbia, al sapore acido, al numero 8, all’animale drago, al suono grido.
  • Il Fuoco è associato al colore rosso, alla stagione estiva, alla direzione sud, al clima caldo, al pianeta Marte, all’organo cuore, alla virtù cortesia, all’emozione gioia, al sapore amaro, al numero 7, all’animale fenice, al suono risata.
  • La Terra è associata al colore giallo, alla stagione intermedia tra le altre quattro, alla direzione centro, al clima umido, al pianeta Saturno, all’organo milza, alla virtù fiducia, all’emozione preoccupazione, al sapore dolce, al numero 5, all’animale unicorno, al suono canto.
  • Il Metallo è associato al colore bianco, alla stagione autunnale, alla direzione ovest, al clima secco, al pianeta Venere, all’organo polmone, alla virtù giustizia, all’emozione tristezza, al sapore piccante, al numero 9, all’animale tigre, al suono pianto.
  • L’Acqua è associata al colore nero, alla stagione invernale, alla direzione nord, al clima freddo, al pianeta Mercurio, all’organo rene, alla virtù saggezza, all’emozione paura, al sapore salato, al numero 6, all’animale tartaruga, al suono sussurro.

Queste analogie non sono da intendersi in modo letterale, ma simbolico. Esse servono a mostrare le affinità e le differenze tra i cinque elementi, e a creare un sistema coerente e armonico di classificazione e interpretazione della realtà.

Influenza e diffusione

La teoria dei cinque elementi ha avuto una grande influenza sulla cultura cinese e su quella di altri paesi asiatici, come il Giappone, la Corea e il Vietnam. Essa ha ispirato diverse scuole di pensiero, come il confucianesimo, il taoismo e il buddismo, e ha dato origine a vari metodi di divinazione, come il I Ching, il Feng Shui e la numerologia. Ha anche influenzato le arti, la letteratura, la musica, la poesia, la pittura, la scultura, l’architettura, la calligrafia, la cucina, le arti marziali e la medicina.

La teoria dei cinque elementi ha anche suscitato l’interesse e la curiosità di molti studiosi occidentali, che hanno cercato di confrontarla con la teoria dei quattro elementi (Terra, Acqua, Aria e Fuoco) elaborata dai filosofi greci antichi. Alcuni hanno sottolineato le somiglianze e le convergenze tra le due teorie, altri le differenze e le divergenze. In generale, si può dire che la teoria cinese è più dinamica e relazionale, mentre quella greca è più statica e sostanziale. La teoria cinese enfatizza il processo di trasformazione e interazione tra i cinque elementi, mentre quella greca si concentra sulla composizione e combinazione dei quattro elementi.

La teoria dei cinque elementi ha anche avuto una notevole risonanza nella cultura popolare, soprattutto nel campo della fantasia e della fantascienza. Molti romanzi, film, fumetti, videogiochi, anime e manga si sono ispirati a questa teoria, creando mondi, personaggi, storie e magie basati sui cinque elementi. Alcuni esempi sono: Avatar – La leggenda di Aang, Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Naruto, Final Fantasy, Star Wars, Dragon Ball, Sailor Moon, Pokémon e molti altri.

Conclusione

La teoria dei cinque elementi è una delle espressioni più originali e profonde della cultura cinese, che riflette la sua visione olistica e armonica dell’universo. Essa offre una chiave di lettura e di comprensione della realtà, basata sulle relazioni e le interazioni tra le diverse forze e forme che la costituiscono. Essa ha anche una valenza pratica e operativa, che si traduce in vari ambiti della vita quotidiana, dalla salute alla spiritualità, dall’arte alla scienza, dalla politica alla morale. Essa ha infine una valenza universale e attuale, che la rende interessante e stimolante per chiunque voglia approfondire la sua conoscenza e arricchire la sua esperienza

Ushas. La dea dell’Aurora

Ushas è una delle divinità più antiche e importanti della religione vedica, il sistema di credenze e pratiche che si è sviluppato in India tra il 1500 e il 500 a.C. e che ha dato origine all’induismo. Il nome Ushas deriva dalla radice sanscrita ush, che significa “bruciare” o “splendere”. Ushas è la personificazione dell’aurora, il momento in cui il sole sorge e illumina il mondo dopo la notte. Ushas è associata alla luce, alla vita, alla gioia, alla bellezza, alla fertilità e alla conoscenza. È considerata una dea benevola e generosa, che porta doni e benedizioni agli esseri umani, specialmente ai poeti e ai guerrieri. Ushas è anche una dea seducente e affascinante, che attrae gli dei e gli uomini con il suo splendore e il suo fascino. Ushas è spesso descritta come una giovane donna dai capelli dorati, vestita di rosa o di rosso, che guida un carro trainato da sette o dieci mucche bianche o cavalli alati. Ushas è figlia di Dyaus, il dio del cielo, e sorella gemella di Agni, il dio del fuoco. Ushas è anche la madre di Indra, il dio della guerra e del temporale, e di Surya, il dio del sole. Ushas è una dea molto presente nei Veda, il corpus letterario sacro dell’India, dove è celebrata in numerosi inni. Nei Veda, Ushas è invocata per svegliare gli dei e gli uomini, per stimolare l’attività e il sacrificio, per proteggere dal male e dalla morte, per favorire la prosperità e la felicità, per concedere la saggezza e l’ispirazione. Ushas è anche lodata per la sua bellezza e la sua grazia, per il suo amore e la sua tenerezza, per la sua forza e il suo coraggio. Ushas è una dea che simboleggia il ciclo della vita e il rinnovamento, il passaggio dal buio alla luce, dal caos all’ordine, dall’ignoranza alla verità.

Ushas è una dea che ha influenzato la cultura e la spiritualità indiana, ma anche di altre civiltà. Ushas è infatti una delle manifestazioni della dea universale dell’aurora, che si ritrova in diverse tradizioni mitologiche, come quella greca (Eos), romana (Aurora), iraniana (Ushah), baltica (Aušra), slava (Zorya) e germanica (Eostre). Ushas è anche una dea che ha ispirato la poesia e l’arte, sia antica che moderna. Ushas è stata cantata da poeti come Kalidasa, Rabindranath Tagore, Sri Aurobindo e Rainer Maria Rilke. Ushas è stata rappresentata da artisti come Raja Ravi Varma, Abanindranath Tagore, Nandalal Bose e Jamini Roy. Ushas è anche una dea che ha stimolato la filosofia e il pensiero, sia religioso che laico. Ushas è stata interpretata da pensatori come Max Müller, Mircea Eliade, Alain Daniélou e David Frawley. Ushas è una dea che esprime il senso del risveglio, della luce, della coscienza, della trasformazione, della creatività, della bellezza e dell’amore. Ushas è una dea che merita di essere conosciuta e apprezzata, perché è una dea che ci parla di noi stessi e del nostro rapporto con il mondo.

Gli Egizi ed il vino

Ricercatori dell’università della Pennsylvania hanno pubblicato un articolo secondo il quale gli antichi Egizi, già a partire dal 3150 a.C. avevano individuato nel vino rosso, arricchito con altre erbe aromatiche, un’ottima bevanda per curare diverse tipologie di malattie. In alcuni scavi, infatti, sono stati rinvenuti alcuni contenitori con tracce di erbe immerse nel vino.
 
Insomma, già diversi anni fa, gli Egizi avevano capito quello che gli scienziati solo oggi hanno appurato: il vino contiene particolari sostanze antiossidanti, in primis il  resveratrolo, capaci di avere effetti benefici, soprattutto a livello cardiovascolare, ma anche per quanto riguarda la coagulazione sanguigna, prevenzione di alcune forme tumorali e via discorrendo.
 

Dio e Mosè: l’incontro tra l’uomo e la sua divinità

Una ricerca sul dito di Dio, che diede a Mosè le tavole della legge, e sull’arca dell’alleanza, il mitico contenitore del sancta sanctorum della religione ebraica.

Quando Mosè mostrò agli Ebrei le “Tavole della Legge” ricevute sul Monte Oreb (la “montagna sacra” che domina la penisola del Sinai e che oggi si chiama Gebel Musa, Monte Mosè), usò una parola plurale per identificarne l’autore; infatti disse: “Sono scritte col dito di Dio”, ma per dire Dio, usò l’espressione Elhoim .  Erano state scritte dal dito degli Angeli? Forse Mosè  ebbe un incontro ravvicinato con dei messaggeri divini? Non ci sarebbe nulla di strano: Dio ha sempre avuto l’abitudine di trasmetterci i suoi messaggi per mezzo degli Angeli (traduzione del tutto arbitraria: letteralmente, dal termine ebraico usato, dovremmo dire Messaggeri ). E nessuno può vedere Dio, o sentire la sua voce, perché Egli è Puro Spirito, Sorgente d’Energia e di Coscienza.  Le manifestazioni di Dio sono le Sue Opere.

Possiamo vedere o sentire solo i Suoi messaggeri, che sono il tramite per comunicare con noi. A volte li incontriamo senza saperlo. Altre volte vengono a soccorrerci nel bisogno…sono esseri che vengono da una dimensione diversa della nostra, e la cui struttura è “sottile”. Ma non tutti li possono (o li devono) vedere: solo chi si è elevato almeno di un livello. Gli iniziati. O i giusti, i puri.  Oppure chi rientra nel Disegno Divino. E magari ha stretto un Patto di Alleanza. Mosè era tutto questo.

 Le fonti bibliche (Esodo)

·         “Voi stessi vedeste ciò che io ho fatto all’Egitto, e come ho sollevato voi su ali di aquile(Esodo 19, 4/6); e vi ho fatto venire verso di me. E ora, se voi vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me il privilegiato tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! E voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”

·         “Jahweh disse a Mosè : Ecco che io sto per venire verso di te nella densità della nube, affinché il popolo senta quando io parlo con te e anche a te credano in perpetuo” (Esodo 19, 9);

·         “Fisserai per il popolo un limite tutto attorno dicendo: “Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare la sua estremità. Chiunque toccherà il monte dovrà essere messo a morte. Nessuna mano dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato e colpito con tiro di arco. Sia giumento, sia uomo, non dovrà sopravvivere. Quando suonerà il corno, allora soltanto essi potranno salire sul monte”(Esodo 19, 12/13);

·         “…sul far del mattino, ci furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte, e un suono fortissimo di tromba […] ora il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso Jahweh nel fuoco, e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava forte. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con un tuono” (Esodo 19, 16/19);

·         “Jahweh discese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e Mosè salì. Poi Jahweh disse a Mosè: “Scendi, scongiura il popolo che non irrompano verso Jahweh per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine! […] Ma i sacerdoti e il popolo non facciano irruzione per salire verso Jahweh, altrimenti egli si avventerebbe contro di loro! ” (Esodo 19,20/24)

L’Arca dell’Alleanza

In seguito, Jahweh, o Elohim (secondo il codice) diede a Mosè precise istruzioni per costruire l’Arca dell’Alleanza.  A questo proposito, vorrei sottolineare che la Bibbia, così sibillina, ermetica e simbolica nel descrivere gli avvenimenti, fino al punto che il più delle volte non vengono capiti (da chi non li DEVE capire)… è invece molto precisa nel descrivere le istruzioni ricevute per la costruzione della mitica Arca.

·         “Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori ne la rivestirai. Farai sopra di essa un bordo d’oro tutt’attorno. Fonderai per essa quattro anelli d’oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro lato. Farai delle stanghe di acacia e le rivestirai d’oro. Introdurrai le stanghe negli anelli ai due lati dell’arca per trasportare l’arca su di esse. Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno ritirate di lì. Nell’arca collocherai la testimonianza che io ti darò(Esodo 25,10/16);

·         “ Farai il Propiziatorio d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. Farai due Cherubini d’oro: li farai lavorati al martello sulle due estremità del Propiziatorio. Fà un Cherubino ad una estremità e un Cherubino all’altra estremità. Farete i Cherubini in un sol corpo con il Propiziatorio, alle sue due estremità. I Cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le loro ali il Propiziatorio; saranno rivolti uno verso l’altro e le facce dei Cherubini saranno rivolte verso il Propiziatorio. Porrai il Propiziatorio sulla parte superiore dell’arca, e collocherai nell’arca la testimonianza che io ti darò. Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te da sopra il Propiziatorio, di mezzo ai due Cherubini che saranno sull’arca delle testimonianze, e ti darò i miei ordini riguardo ai figli d’Israele” (Esodo 25, 17/22)

Segue una meticolosa descrizione di altri oggetti da realizzare esattamente nelle modalità fornite circa misure, peso, materiali, metalli, tecniche e precauzioni. Le indicazioni sono talmente semplici e chiare, che alcuni scienziati hanno ipotizzato di poterla ricostruire senza difficoltà. Si tratterebbe di un potente accumulatore di energia statica in grado – se solo toccato – di fulminare una persona. Un’arma potentissima, dunque, ma anche un oggetto da temere, essendo la prova tangibile di come Dio si poteva manifestare.

Nessuno avrebbe mai dovuto toccarla a parte Mosè, che era l’unico a servirsene per consentire a Dio di apparire in trono “nello spazio fra i due cherubini” del propiziatorio.  Ufficialmente, chiunque l’avesse toccata sarebbe morto, e per questo era sempre tenuta isolata al chiuso e coperta; i leviti potevano avvicinarvisi, ma solo dopo che i sacerdoti l’avevano coperta. Per spostarla, quattro persone la trasportavano reggendo i due bastoni infilati negli appositi quattro anelli. Qualcuno ipotizza che poteva anche trattarsi di un mezzo di telecomunicazionecon Jahweh…

Viene poi ordinata la costruzione di una dimora per ripararla, i cui materiali (velo, cortina, altare, etc.) e relative misure vengono specificate in modo inequivocabile, comprese quelle di un recinto esterno. Poiché se ne sarebbero dovuto servire durante le soste del lungo Esodo biblico, le istruzioni erano perfette per costruire un tempio smontabile… o per meglio dire “da viaggio” (come le tende da campo che durante le guerre moderne servono ai cappellani militari per celebrare la Messa) !

 ·         “Vi saranno venti colonne con venti basi di rame. Gli uncini delle colonne e le loro aste trasversali saranno d’argento. Parimenti sul lato rivolto a settentrione: […] le relative venti colonne con le venti basi di rame, gli uncini delle colonne e le loro aste trasversali d’argento […] La lunghezza del Recinto sarà di cento cubiti, la larghezza di cinquanta, l’altezza di cinque cubiti; di bisso ritorto, con le basi di rame. Tutti gli utensili della Dimora per tutti i suoi servizi e tutti i picchetti e i picchetti del Recinto saranno di rame” (Esodo 27, 10/19)

Mosè predispone – per la custodia del sacro baule – una serie di regole ferree e spesso incomprensibili. Per esempio, solo il fratello Aronne avrebbe dovuto occuparsene, facendosi aiutare dai suoi figli. Nessun altro doveva avvicinarsi o toccarla. Durante le soste del lungo viaggio, l’Arca sarebbe sempre rimasta nascosta nella Sacra Tenda “smontabile” costruita secondo le istruzioni ricevute dal Signore, mentre durante il lungo cammino avrebbe preceduto la carovana.

Dopo molte peregrinazioni, durante le quali il popolo di Israele superò (grazie all’Arca, che permetteva di di Jahweh) serie difficoltà, alla fine – con la costruzione del Tempio di Gerusalemme – il prezioso oggetto fu al sicuro insieme al suo contenuto (le Tavole della Legge, un vaso di manna raccolta durante l’esodo, e la verga con la quale Aronne aprì le acque del Mar Rosso e scatenò contro l’Egitto le famosepiaghe), e diventò il simbolo universale dell’alleanza tra Dio e gli uomini. invocare l’intervento

Durante molti secoli e continue guerre di religione, l’Arca e il Tesoro del Tempio furono oggetto di molti tentativi di saccheggio. Perfino i Crociati, i “soldati di Dio”, con il pretesto di combattere i nemici, irruppero nel Tempio per rubare “il Tesoro”, facendo vere e proprie carneficine di religiosi e di guardiani. Più volte il tempio stesso fu distrutto e ricostruito sullo stesso luogo, che era stato scelto – inizialmente – da Jahweh stesso. Durante la distruzione del 583 a.C., quando l’esercito babilonese sconfisse e depredò gli ebrei, l’Arca “sparì”. Fino a quel momento, era sempre rimasta nel sacrario dove l’avevano nascosta i leviti, una cripta segretissima situata sotto il Tempio.

In seguito, queste incursioni furono osteggiate dai Templari.[1]Forse loro sapevano dov’era finita e la nascosero in qualche cattedrale, col Graal e altri oggetti sacri; ma è anche possibile che l’Arca sia ancora a Gerusalemme, sotto il Tempio, in un luogo sotterraneo sul quale viene mantenuto il più assoluto segreto.

Una cosa è sicura: Mosè era stato allevato nella casa di un importante Faraone, alla stregua di un figlio, ma poiché il suo nome fu cancellato da ogni papiro e monumento, non possiamo dire con sicurezza di quale re si sia trattato.

Gli archeologi, confortati anche dai racconti biblici (Esodo14,21/28), escludono che fosse Seti I; infatti se – quando il Faraone inseguì Mosè per riprendersi gli schiavi ebrei – perì nelle acque del Mar Rosso (quando si richiusero), non poteva essere il figlio di Seti I, ossia Ramses II (che morì di vecchiaia). A meno che la versione cinematografica nella quale Ramesse vide il suo esercito ingoiato dal mare, e quindi si salvò in tempo fermandosi (ritornando poi alla reggia con terribili ricordi), non sia verosimile. A questo proposito, vorrei ricordare che la Bibbia non fa mai affermazioni sulla morte del Faraone, ma piuttosto del suo esercito, dei suoi soldati, o tutt’al più dei suoi cavalli e dei suoi carri (Esodo 15,19). Perché, se fu Mosè a scrivere il testo dell’Esodo, non fece il nome del Faraone e non fu preciso circa la sua sorte? Secondo me i fatti si svolsero proprio all’epoca di Seti I e del figlio Ramesse; se ho ragione, e se l’Esodo fu il diario di viaggio dell’autore, allora bisogna riconoscere che nel testo traspaiono velatamente le tradizioni egiziane, nel non voler lasciare traccia del nome di chi era stato colpevole di un’infamia. Sia quel che sia, una cosa è certa: nessun Faraone ha  voluto ricordare l’esodo degli ebrei e la potenza dimostrata dal “loro” Dio, che li aveva difesi miracolosamente durante l’inseguimento dell’esercito egiziano. Allo stesso modo in cui non volle lasciare traccia – ammesso che il fatto sia realmente accaduto – della terribile “strage di innocenti” ebrei… che sarebbe stata all’origine di tutto

Il monoteismo di Mosè

Mosè visse un centinaio d’anni dopo Amenhotep IV (che cambiò il nome in Akhenaton). È possibile che la corrente religiosa del faraone “eretico” avesse lasciato proseliti? E che alcuni di loro covassero il desiderio di tornare al monoteismo, appena il momento fosse stato propizio? Resta il fatto che tra Akhenaton e Mosè regnarono i Ramessidi, e che tra loro ci fu un Faraone (non si sa chi) molto ostile nei confronti di tutti gli immigrati che entravano in Egitto.  Poiché di Mosè non si parla in alcun testo egizio, bisogna per forza “accontentarsi” dei brani biblici. E questi, purtroppo, riportano alcuni fatti che non sono molto chiari.

 Salvato dalle acque

Secondo la Bibbia, Mosè fu chiamato così perché fu salvato dalle acque[2], e fu adottato da una principessa egiziana. Però c’è un particolare intrigante: il nome Mosè aveva quel significato NON in lingua egizia, ma nella lingua degli ebrei! Viene da chiedersi come mai una figlia del faraone, avesse deciso di dargli un nome del genere (che sarebbe stato come un biglietto da visita). E se il nome Mosè avesse un significato diverso, nella lingua egizia?

Le radici egizie MOSI, MOSE e MSES (o MESSE, MESSU) che stanno  per “figlio di”, vengono a volte associate a una divinità per attestare l’origine divina del faraone, che diventa quindi “generato” da Ra, o da Thot, o da Amon; a questo proposito, basti pensare a Amen-messe, Tuth-mosi, e Ra-mses.

Acqua, sempre in idioma egizio, si pronuncia: MU. Dunque, il nome Mosè potrebbe essere una distorsione di Mu-mosi, e voler dire: figlio dell’acqua. In questo caso, che secondo me fornirebbe una spiegazione più logica, si potrebbe pensare che il nome egizio datogli dalla madre adottiva, sarebbe stato cambiato in seguito dagli Ebrei, che preferirono chiamarlo e ricordarlo con un nome eufonicamente più ebreo (senza cambiargli il significato).

Ma ci potrebbe essere anche un’altra soluzione: Mosè potrebbe essere la parte rimasta del suo nome (la radice) dopo aver eliminato il [nome del] dio egizio di cui avrebbe dovuto essere figlio. In questo caso, il futuro salvatore si sarebbe potuto chiamare Amon-mose, Tuth-mose, Ptah-mose, Ra-mose, prima di abbandonare la casa del faraone che lo aveva cresciuto, per aderire al monoteismo riprendendo forse il percorso iniziato da Akhenaton.

Io credo che la madre adottiva di Mosè avesse voluto evitare il rischio che qualcuno scoprisse la sua origine (sia che il bambino fosse ebreo, sia nel caso che fosse egiziano); credo invece che gli avesse scelto un nome principesco, in modo che nessuno (nemmeno lui) potesse sospettare che lei non fosse la madre vera. E forse la principessa scelse un nome “di buon auspicio”, che determinò involontariamente il risveglio della Coscienza del figlio adottivo, nel momento in cui – alla Casa della Vita – apprese la storia dei sette anni di carestia durante il regno di Amenhotep III.

Per ipotesi, avrebbe potuto chiamarlo come il fratellastro di Amenhotep III, che fu visir; un nome di questo tipo sarebbe stato molto adatto e ben augurante. Il nome – prendendo in considerazione questa mia tesi – avrebbe potuto essere Ra-mose (figlio di Ra)! E diventare in seguito El-mose o semplicemente Mose.

 Giacobbe influenzò il padre di Akhenaton?

Se quell’Amenhotep, figlio di Hapu (originario di Athribi sul Delta del Nilo, i cui parenti avrebbero ricoperto ruoli importanti a Tebe e a Menfi), fosse stato proprio il Giacobbe biblico (come si può ragionevolmente supporre), allora questo significherebbe che Ra-mose (il visir del Faraone Amenhotep III) potrebbe essere Giuseppe; quindi  padre e figlio – che professavano entrambi la religione di Abramo – forse avevano influenzato il Faraone.

Se Giuseppe aveva un rapporto tale con il faraone (per la stima e l’affetto che si era guadagnato salvando l’Egitto dalla carestia) da essere trattato come un “fratello” e ricoprire la carica di visir dell’Alto Egitto, il re avrebbe potuto essere indotto a considerare suo padre Giacobbe un alter-ego, delegandolo a rappresentarlo nelle province e nelle colonie (da qui lo stesso nomeAmenhotep, ma con il soprannome per distinguerlo; il popolo proto-monoteista (più tardi definito ebraico) poteva aver trovato una sistemazione ideale nella città di Medinet Habu (dopo aver raggiunto la famiglia patriarcale di Giacobbe), il più importante complesso monumentale dell’antica Tebe, dopo Karnak. Come già anticipato nel paragrafo precedente, Medinet Habu sta probabilmente a indicare la “città degli Habu”, dato che il termine “medinat”, è sicuramente di derivazione comune alla lingua araba: città. figlio di Hapu

Giacobbe, secondo la Bibbia, è il capostipite del popolo ebraico; ebbe dodici figli maschi (le future dodici tribù d’Israele) e una femmina. Uno dei figli era proprio Giuseppe, che visse in Egitto e diventò viceré dopo essere stato venduto dai fratelli per gelosia. Una notte Giacobbe ebbe una visione di Jahweh e lottò con un misterioso angelo: da quel momento Jahweh cambiò il suo nome in Israele (il vittorioso); dopo aver ritrovato Giuseppe (che perdonò i fratelli e di certo assegnò loro delle posizioni prestigiose), visse fino a tarda età in Egitto.

L’eredità spirituale di Akhenaton a Mosè?

Queste due ipotesi mettono in dubbio che Mosè fosse ebreo, e ipotizzano che avrebbe potuto anche liberatore), allora ho investigato per cercare una spiegazione al fatto che un principe egiziano istruito nella Casa della Vita, avesse un giorno deciso di convincere migliaia di immigrati ebrei (che vivevano in Egitto senza problemi) a seguirlo nel deserto, in cerca del dio di Akhenaton, che era sicuramente lo stesso di Abramo, di Giacobbe e di Giuseppe. Ai fini di quanto successe dopo (sia che Mosè fosse il liberatore biblico, sia che fosse il restauratore del monoteismo di Akhenaton), non cambia la sostanza, ma anzi renderebbe tutto molto più verosimile. essere egiziano.  Gli egittologi sono contrari ad ammettere che in Egitto si tenessero in schiavitù gli Ebrei: anche di recente, sulla Piana di Giza, si stanno restaurando le “case degli operai che hanno costruito le piramidi”, dove sono stati rinvenuti molti resti di ossa di animali e di pesci, a dimostrazione che il faraone nutriva bene i suoi operai (e non lo avrebbe fatto se si fosse trattato di schiavi). Basandomi su questa pretesa “prova inoppugnabile” (che in Egitto non ci fossero schiavi, e quindi non fosse atteso “da millenni” alcun

Il telefono di Dio

L’Arca dell’Alleanza (patto) era un baule di legno dorato del tutto simile a quelli ritrovati nelle tombe egizie. Anche i cherubini del coperchio (il propiziatorio) ricordavano le divinità Iside e Nefti, che proteggevano il sarcofago o il contenitore dei vasi canopi, avvolgendone il contenuto dai quattro lati con le loro ali aperte.  L’Arca fu costruita durante l’esodo da un fedele seguace di Mosè (Bezaleel ben Uri[3]) che seguì quelle istruzioni che il Profeta aveva ricevuto a sua volta da El (Dio) sul Monte Oreb.  Si trattava dunque un pesante cassone abbastanza grande (cm.120x70x70) per contenere una serie di oggetti ritenuti “sacri”. Il suo coperchio era definito propiziatorio, in quanto era il luogo da dove Mosè poteva invocare Dio e parlare con Lui. Era più importante l’Arca, il suo coperchio, o il contenuto? Proviamo ad analizzare le singole peculiarità.

1.        L’Arca era in legno d’acacia, laminata con uno spesso strato d’oro dentro e fuori: era un potenziale accumulatore elettrico (mediante le due lamine d’oro del rivestimento, isolate dal legno); a questo punto, come per la pila di Bagdad, c’era bisogno di un acido per funzionare. E per l’appunto il legno d’acacia – ovvero l’intercapedine isolante dell’Arca – contiene una resina acida che (essendo sigillata nell’oro) non si sarebbe né consumata, né evaporata. Un condensatore del genere avrebbe potuto caricarsi elettricamente sfruttando i campi magnetici del clima desertico, e avrebbe scaricato a terra le dispersioni. Una volta carica, l’Arca avrebbe potuto sibilare o emettere scariche lampeggianti, avvolta magari da radiazioni luminose che oggi hanno una spiegazione logica, al contrario di ieri. Tutto questo, infatti, succedeva ed è raccontato nella Bibbia. Farebbe pensare a un oggetto in grado di fulminare con una fortissima scossa elettrica chiunque lo toccasse.  Infatti, succedeva anche questo ed è citato in più occasioni.

2.        Il propiziatorio corrisponde alla descrizione di uno strumento di radio-telecomunicazione. I cherubini avevano le ali aperte ed erano contrapposti, a mo’ di ricetrasmittente “da campo”: una specie di radioa batteria. Mosè, quando aveva bisogno di parlare con Dio, faceva funzionare il propiziatorio e dialogava con Lui “come con un amico”; il Signore gli appariva “seduto in trono nello spazio tra i due cherubini”. La descrizione di queste “apparizioni”, farebbe pensare ancora una volta ad una tecnologia moderna che oggi ha un nome (si tratta delle immagini in 3D, ottenute con fasci laser incrociati: gli ologrammi).

3.        Il contenuto era: le Tavole della Legge, il bastone di Aronne, e un vaso di manna raccolta nel deserto; ma nessuno ha capito come fecero gli Ebrei a sopravvivere con la “manna piovuta dal cielo”, anche perché non si capisce cosa sia la manna in questione, “dal sapore delle focacce al miele” (Esodo: 16,31), che viene descritta come un cibo prodigioso che pioveva dal cielo (e che nutrì migliaia di persone di ogni età – nel deserto – per 40 anni!). E dunque non si trattava della sostanza dolce estraibile da alcune piante: 1°- perché ce ne sarebbe voluta una quantità industriale ogni giorno, 2°- perché la sostanzapseudo-mannaFraxinus ornus) non piove dal cielo… Eppure , ci sono molte testimonianze di questa lanugine bianca “simile alla neve”. È la sostanza rilasciata dopo l’avvistamento di molti…UFO! È anche stata esaminata chimicamente, quindi non è un’invenzione di qualche fanatico. E c’è anche un quadro dove l’incredulo pittore l’ha rappresentata nell’unico modo che poteva,cioè come l’autore della Bibbia (una manifestazione divina). Si tratta del “Miracolo della neve” di Masolino di Panicale, in cui si vede Dio, sopra una nuvola, nell’atto di far cadere la neve su di un paesaggio estivo… secreta da queste piante (

Di qualunque principessa egiziana fosse “figlio” adottivo, Mosè venne istruito presso la Casa della Vita e affidato ai sacerdoti per essere iniziato. Se la sua Coscienza Animica era “allerta”, allora il suo “risveglio” deve essere stato incredibilmente rapido, grazie all’origine del suo nome e ai riti iniziatici nella Piramide: forse continuò il percorso illuminato di Akhenaton, e non solo in senso religioso. Forse Mosè era la reincarnazione di Akhenaton, nel senso che la coscienza rivoluzionaria di Akhenaton continuava in Mosè l’evoluzione intrapresa nella vita precedente. E forse si trattava sempre della stessa di Abramo. Quando Mosè prese coscienza di avere una missione da portare a termine, la sua vita cambiò radicalmente e iniziò un percorso di conversione monoteista che gli rese molto pericoloso rimanere in Egitto. Preferì andarsene, e lo fece con migliaia di Ebrei immigrati (o schiavi) che credevano nel Dio di Abramo; con loro avrebbe potuto compiere l’impresa che non era riuscita ad Akhenaton; visto che la classe sacerdotale corrotta preferiva nascondere a tutti la verità, senza rendersi conto che questa, prima o poi, viene sempre a galla.

Di sicuro Mosè conosceva tutti i segreti dei sacerdoti, ed era in possesso di conoscenze che gli avrebbero permesso di costruire un accumulatore elettrico, una versione portatile di quello presente nella Piramide. L’Arca dell’Alleanza gli avrebbe consentito di mettersi in contatto con i messaggeri divini (che parlavano in nome di Dio), e che lui aveva già “conosciuto” nella Piramide. L’Arca era anche un’arma potente. Mosè ne avrebbe avuto bisogno durante l’Esodo per difendersi dalle tribù ostili, ma anche contro l’ira del Faraone.

Nell’Esodo, la Bibbia racconta che – per mezzo delle folgori “divine” dell’Arca – gli Ebrei annientarono gli eserciti di alcune tribù ostili incontrate nel deserto del Sinai, e ne fa i nomi; si tratta degli Etei, degli Evei, dei Gergesei, dei Gebusei e di altre che occupavano l’area di Canaan.

Nel Libro di Giosuè, la Bibbia descrive chiaramente l’episodio della distruzione di Gerico, laddove per sei giorni le armate di Israele, precedute dall’Arca dell’Alleanza e da sette sacerdoti con altrettante trombe di corno d’ariete, girarono attorno alle ciclopiche mura difensive della città;“…e al settimo giorno, sonate le trombe, le mura crollarono”.

 Mosè conosceva la Piramide e i suoi segreti

La Grande Piramide era (ed è) la Casa della Conoscenza Nascosta, dove gli iniziati ricevevano le rivelazioni in essa contenute… e Mosè era stato di sicuro iniziato al suo interno. Non abbiamo le prove “avvallate da testi”, così come non ne abbiamo sulla possibilità che anche Gesù sia statoiniziato nello stesso luogo. E se questi “sospetti” esistono, è forse anche perché già altri – tra cui gli stessi Abramo e Giuseppe (figlio di Giacobbe) -, fecero di tutto per accedervi.

·         Abramo tentò di far passare per sorella la moglie Sarah, e la vendette Faraone come concubina, “per non inimicarsi il re”; quando questo scoprì l’inganno, lo cacciò e regalò a Sarah la schiava Ajar, futura madre del primogenito Ismaele. Perché dunque Abramo avrebbe escogitato questo “trucco” e mentito, obbligando la moglie a fare altrettanto? Prima di tutto, la Bibbia ci fa notare chela mano invisibile di Dio picchiava il Faraone ogni qual volta questo tentava di sedurre la donna, impedendo così di disonorarla. Evidentemente Abramo era sicuro che nulla poteva succedere a sua moglie, altrimenti perché escogitare un pretesto del genere per entrare nelle grazie del Faraone? Ma la domanda è:Perché Abramo era disposto “a rischiare”? e ancora: Che cosa stava cercando di preciso in Egitto, che valesse qualunque rischio? Puntava forse a entrare nella Piramide?

·         Giuseppe, secondo i racconti biblici, fu venduto dai suoi stessi fratelli, che erano invidiosi di lui nei confronti del padre Giacobbe. Questi lo gettarono in un pozzo e lo vendettero come schiavo a una carovana di passaggio diretta in Egitto. Si racconta che Giuseppe avesse il dono di saper interpretare i sogni, e per questo fosse stato chiamato alla corte del Faraone, che aveva fatto un sogno inquietante; il ragazzo riuscì a prevedere una grave carestia della durata di sette anni. Il re lo incaricò di occuparsi di mettere in salvo le scorte alimentari e l’Egitto fu salvato. Giuseppe divenne così importante a corte, che diventò vicerè. Ma in questo caso le domande sono: perché la chiaroveggenza di Giuseppe non gli aveva permesso “direttamente” di prevedere la carestia? È davvero possibile che undici uomini siano così infami da decidere in comune accordo la vendita di un loro fratello?DOVE furono stipate le derrate alimentari che avrebbero salvato l’Egitto – e altri popoli che sarebbero accorsi per acquistare cibo – dalla carestia che sarebbe durata ben sette anni? La tesi potrebbe essere questa: Giuseppe aveva previsto la carestia e il sogno del re (aveva perciò un livello coscienziale elevato e di conseguenza poteri extra-sensoriali), e organizzò la sua vendita con l’aiuto dei fratelli (questo gli avrebbe consentito di entrare in Egitto; sapeva che il Faraone lo avrebbe fatto portare nella sua casa, per conoscere il futuro). Tutto quello che sarebbe successo in seguito era stato architettato per aver libero accesso alle piramidi, compresa la maggiore! In quali altri luoghi avrebbero potuto essere stipate scorte di cibo sufficienti per sette anni? E la futura posizione di viceré, non gli avrebbe forse permesso di elevare ancora di più la sua Coscienza… all’interno della Grande Piramide?

 Secondo i racconti biblici, Dio aveva detto a Mosè:

 

“Ho saputo che il mio popolo è tenuto schiavo dagli egiziani […] ho sentito i lamenti del mio popolo schiavo in Egitto […] torna in Egitto e libera il mio popolo…”

 

 Perché mai Dio insisteva a puntualizzare che si trattava del SUO popolo? Se siamo tutti figli di Dio, allora anche  gli egiziani lo erano. A meno che gli ebrei non fossero davvero i figli degli Elhoim (anzi i figli dei Ben-Elhoim, cioè i  Nefilim biblici!). Erano forse proprio gli Adapa, i terrestri creati con il DNA divino. Quelli salvati dal diluvio, perché giudicati puri; ai quali in seguito fu imposto un “marchio” di riconoscimento: la circoncisione, in memoria del patto tra Abramo e Dio (Genesi 17,9-14).

Abramo circoncise se stesso, tutti i maschi della sua famiglia, e da quel momento in poi la pratica fu  obbligatoria in tutta la futura comunità Ebraica. Questa abitudine originò con tutta probabilità per distinguere i maschi giudei da quelli babilonesi; infatti Abramo venive dalla regione di Ur dei Caldei (in Mesopotamia) dove non c’era questa consuetudine.

E ricordiamo bene che ai figli di Dio, gli Elhoim, era stato assolutamente vietato di accoppiarsi con le figlie degli uomini, ma che essi trasgredirono scatenando la collera divina. La circoncisione obbligatoria di tutti i maschi a pochi giorni dalla nascita era dunque un precisosegno di riconoscimento (che provava che la madre era ebrea) che sarebbe servito, per i millenni futuri, a non mescolare mai più i loro DNA con quello di altri eventualivisitatori, i cui maschi sarebbero stati individuati – al momento opportuno -, perché sprovvisti di tale peculiarità.

Infatti, a pensarci bene, quello era l’unico punto del corpo che non si poteva camuffare o truccare, o cambiare (e tanto meno far ritornare come prima). Il taglio o il colore dei capelli, la foggia degli abiti, la forma delle orecchie o della bocca, il numero delle dita di una mano o di un piede, i tatuaggi sulla pelle… tutto può essere modificato o mascherato per trarre in inganno.  Ma la circoncisione non poteva assolutamente passare inosservata a un controllo, e così anche la sua assenza. Inoltre, dovendo incidere la pelle con un coltello, c’erano rischi di infezione. Ebbene, quella posizione così particolare – specialmente in un neonato – si sarebbe cicatrizzata alla svelta senza conseguenze. Tanto è vero che, ancora oggi, non c’è alcun bisogno di praticarla negli ambulatori medici.  Ma anche gli egiziani circoncidevano i maschi, anche se più tardi: con tutta probabilità coincideva con l’inizio della pubertà, e significava che il giovane non era più un bambino.

Erodoto afferma che gli Egizi avevano questa usanza dei tempi predinastici, e che la trasmisero ai popoli semitici; infatti, dopo una battaglia, c’era la consuetudine di evirare i cadaveri non circoncisi, per sapere quanti nemici erano stati uccisi. Dunque gli dèi dello Zep Tepi erano circoncisi?  È possibile che Abramo avesse ricevuto l’ordine di circoncidere tutti i maschi, proprio perché anche gli Ebrei erano di origine (la stessa) divina?

Gli ebrei continuano a marchiarsi ancora oggi (anche i mussulmani). E difficilmente si sposano con individui estranei alla loro religione. E, soprattutto nell’antichità, mai lo fecero, per rispettare alla lettera quanto era scritto nella Torah e nel Talmud. Sono sempre stati una comunità molto legata alle antiche tradizioni.

La loro pretesa origine divina, la loro discendenza da Noè e la loro conclamata diversità (erano i sopravvissuti del Primo Tempo Anunnako) … dovevano essere note agli egiziani, che per  renderli inoffensivi e poterli controllare, a un certo punto della storia (forse dopo la fine della riforma religiosa di Akhenaton) li tenevano schiavi, perché avevano intuìto che Aton era lo stesso Dio degli Ebrei.

A meno che, come assicurano gli egittologi, nessuno fosse MAI stato tenuto schiavo in Egitto, confondendo la IV dinastia (su cui nessuno eccepisce, tanto più chi non ritiene che le tre piramidi di Giza risalgano a quel periodo!) con la XVIII e la XIX.


[1] Ordine religioso di cavalieri col compito di proteggere il “tesoro del Tempio” di Gerusalemme.

[2] A quei tempi per abbandonare un neonato, c’era l’uso di affidarlo alle acque del Nilo, in una cesta di giunchi intrecciati.

[3] Letteralmente: “nell’ombra di El, il figlio della mia Luce”.

I Cani neri secondo H. P. Lovecraft

Secondo la fantasia “malsana” di Lovecraft. i Cani Neri possono essere trovati in tutte le Isole Britanniche, specialmente nelle strade deserte. Sono approssimativamente della taglia di un vitello e si muovono in totale silenzio, tranne il rumore dei loro artigli. L’agghiacciante abbattimento che portano con sé è il motivo per il quale non ci sono descrizioni dettagliate delle loro apparizioni. Sebbene un compagno non sia una garanzia di sicurezza – dato che uno potrebbe vedere il cane e l’altro no – la presenza di un’altra persona offre una protezione migliore che camminare da soli.

Più in generale, il cane per Lovecraft è un animale servile, in possesso delle qualità che i più vorrebbero riconoscere nel prossimo, senza necessariamente farle proprie: malleabilità, fedeltà, influenzabilità, abnegazione, obbedienza, capacità di provare amore incondizionato. Il cane non è che la prima vittima di questa imposta sottomissione, sottomissione che il gatto rifiuta categoricamente.

Ora, prendendo in considerazione cani e gatti, lo stolido zoticone vede davanti a sé soltanto due animali, e fonda la sua preferenza sulle rispettive capacità di compiacere ruffianescamente le sue informi e sdolcinate idee di morale, di amicizia e di adulatoria obbedienza. […] I cani sono i geroglifici di cieche emozioni, di inferiorità, servili attaccamenti e gregarismo […]. I gatti sono le rune di bellezza, invincibilità, meraviglia, orgoglio, libertà, distacco, autosufficienza e squisito individualismo: le qualità di uomini sensibili, illuminati, mentalmente evoluti, pagani, cinici, poetici, filosofici, freddi, riservati, indipendenti, nietzschiani, educati, civilizzati, dominatori. Il cane è un contadino e il gatto un gentiluomo.

[Ibidem, p. 33]

Il cane per Lovecraft è sinonimo di un rapporto sbilanciato fra un servitore e un padrone. Gli uomini come i cani sono costretti a scendere a compromessi con svariati padroni, perdendo di vista la propria natura. Il gatto, non può che vivere secondo natura: dorme se vuole dormire e va a caccia per nutrirsi, oppure sceglie di vivere con una famiglia di umani, salvo sparire, sempre per sua scelta. Non ambisce a sottomettere alcuno ed è terrorizzato dalla possibilità di essere sottomesso.

La leggenda dell’uomo nero – il Boogeyman

Creatura malvagia del folklore. Alcuni uomini neri sono solamente fastidiosi e sostanzialmente innocui, ma altri sono veramente malvagi. Spesso identificato con la figura del Babau, è una creatura leggendaria, un essere amorfo, cattivo e oscuro presente nella tradizione di vari paesi. In Russia è noto come Buka, in Ungheria è noto come Mumus o Bubus, nell’area tedesca come Butzemann, negli Stati Uniti d’America è conosciuto come boogeyman. Nei paesi latini tale figura è conosciuta col nome di El Coco; nella tradizione francese è invece noto come croquemitaine.

Secondo le varie tradizioni, possono cambiare forma, muovere oggetti e causare disturbo. Sebbene solitamente l’uomo nero perseguiti le famiglie, talvolta possono diventare amici di una famiglia e giocare con i bambini. Esiste anche un particolare tipo di uomo nero che perseguita solamente i bugiardi e gli assassini.

Gli uomini neri hanno una forma indistinta e assomigliano a una nuvola di polvere. Un uomo nero può essere visto guardando rapidamente attraverso un buco di nodo di un partizione in legno. Se un uomo nero è dall’altra parte, si può vedere il debole luccichio dei suoi occhi prima che abbia il tempo di spostarsi.

Paul Hellyer e Alieno ecostostenibile

Un ex ministro della Difesa canadese ha chiesto ai governi di tutto il mondo di svelare e utilizzare le tecnologie aliene scoperte negli incidenti di Ufo per contrastare il cambiamento del clima. La curiosa notizia è stata riportata dal quotidiano locale Ottawa Citizen in cui è comparsa anche la dichiarazione di Paul Hellyer, 83 anni.

“Mi piacerebbe vedere quale tecnologia aliena potrebbe eliminare la combustione dei combustili fossili nel giro di una generazione. Questo potrebbe essere un modo per salvare il nostro pianeta”.

Secondo l’ex ministro, le astronavi aliene hanno percorso lunghissime distanze per raggiungere la Terra, e perciò dovrebbero essere dotate di avanzati sistemi di propulsione o usare carburanti particolari. Tecnologie aliene del genere potrebbero offrire all’umanità alternative ai combustibili fossili, ha sottolineato, indicando il misterioso incidente del 1947a Roswell, nel New Mexico – cittadina diventata un luogo sacro per chi crede agli Ufo – come esempio di contatto con gli alieni.

“Dobbiamo persuadere i governi a fare chiarezza su ciò che sanno. Alcuni di noi sospettano che sappiano molto, e potrebbe essere abbastanza per salvare il nostro pianeta se applicato abbastanza velocemente”.

Hellyer è diventato ministro della Difesa nel controverso governo dell’ex premier Lester Pearson nel 1963, e ha supervisionato l’integrazione e unificazione di esercito, aviazione e marina canadesi nelle Forze canadesi. Scioccò i suoi connazionali nel settembre del 2005 dichiarando di aver visto un Ufo.