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Cat Me If You Can: gatti nascosti, viaggi nel tempo e fotografie che restituiscono colore al mondo

Una macchina fotografica istantanea, interi mondi disegnati in bianco e nero e centinaia di gatti convinti di essere maestri assoluti della mimetizzazione: Cat Me If You Can parte da un’idea talmente semplice da sembrare quasi inevitabile, soprattutto a chiunque abbia passato almeno mezz’ora della propria vita a cercare un felino scomparso dentro casa, salvo poi scoprirlo perfettamente immobile sopra una mensola, dietro una tenda o nella scatola che avevamo controllato tre volte. Cosmic Stag Games ha trasformato quella familiarissima sensazione di essere osservati da due occhi invisibili in un’avventura cozy fatta di esplorazione, fotografia e piccoli enigmi, annunciando l’arrivo del gioco su Steam per l’8 settembre, mentre le versioni Nintendo Switch e Xbox Series X|S seguiranno a fine 2026.

Il nuovo trailer mostra un’esperienza che sembra voler rallentare deliberatamente il nostro modo di giocare, chiedendoci di mettere da parte mappe affollate di indicatori, missioni urgenti e timer ansiogeni per tornare a osservare davvero ciò che abbiamo davanti. Gli scenari tridimensionali di Cat Me If You Can ricordano pagine di un fumetto ancora in attesa del colore, ambienti costruiti a mano che mescolano prospettive teatrali, tratto da graphic novel e suggestioni manga, con edifici, oggetti e paesaggi pronti a confondere lo sguardo. Da qualche parte, incastrato tra le linee dell’architettura o accucciato vicino a un elemento dello scenario, potrebbe esserci un gatto. Oppure potrebbe essere soltanto un’ombra particolarmente sospetta, perché i gatti possiedono da sempre quella capacità quasi mitologica di convincerci che qualunque forma abbia orecchie, coda e intenzioni segrete.

La fotografia diventa così il gesto centrale dell’avventura. Dopo aver individuato uno dei felini nascosti, il giocatore può immortalarlo con la macchina fotografica istantanea, registrandone la scoperta nel proprio taccuino e riportando nel mondo i colori della sua pelliccia. Non si tratta soltanto di riempire una collezione, almeno a giudicare dall’atmosfera suggerita dalle prime immagini: ogni scatto sembra incrinare la monocromia degli ambienti, come se il colore fosse una memoria perduta che soltanto i gatti possono custodire. Un’idea tenera, certo, ma anche sorprendentemente evocativa, soprattutto in un medium che ci ha abituati a restaurare regni distrutti brandendo spade leggendarie, manipolando il tempo o sconfiggendo divinità cosmiche. Qui il mondo si salva trovando un micio e scattandogli una foto nel momento giusto. Onestamente, dopo decenni di profezie, cristalli magici e prescelti tormentati, era anche ora.

L’ispirazione arriva dichiaratamente dai giochi bidimensionali dedicati alla ricerca dei gatti nascosti, quel sottogenere cresciuto quasi silenziosamente tra puzzle illustrati e piccole produzioni indipendenti, capace di conquistare giocatori molto diversi grazie a un linguaggio immediato: osservare, riconoscere, sorridere. Cosmic Stag Games porta questa formula all’interno di spazi tridimensionali più articolati, dove la profondità cambia continuamente le regole della ricerca. Un gatto può confondersi con una decorazione, spuntare da una finestra lontana oppure occupare con assoluta noncuranza il punto più evidente dell’intero scenario, diventando invisibile proprio perché troppo sicuro di sé. Chi convive con un felino conosce bene questa dinamica: la difficoltà non consiste tanto nel capire dove possa essersi nascosto, quanto nell’accettare che probabilmente sia rimasto davanti a noi per tutto il tempo.

L’esplorazione non dovrebbe limitarsi alla caccia fotografica. Gli ambienti ospitano segreti, indizi visivi, rompicapi e piccoli enigmi costruiti per premiare attenzione e pensiero laterale, alternando momenti di ricerca contemplativa a passaggi nei quali occorre interpretare ciò che lo scenario suggerisce. Alcune creature saranno facili da individuare, altre decisamente più sfuggenti, nascoste nei punti meno prevedibili o protette da puzzle che richiedono uno sguardo meno frettoloso. Tra loro compare persino una figura regale dal nome meravigliosamente solenne, Royal Fluffiness, King Purr-A-Lot, sovrano felino che sembra uscito da un episodio particolarmente morbido di Doctor Who, magari ambientato su un pianeta governato da gatti aristocratici e servito da umani convinti di essere ancora i padroni di casa.

Proprio la dimensione temporale aggiunge un’ulteriore curiosità al progetto. Cat Me If You Can viene presentato come un puzzle fotografico capace di attraversare epoche differenti, aprendo la strada a scenari che possono cambiare radicalmente identità pur conservando la stessa grammatica visiva. Tra le ambientazioni mostrate compare un villaggio medievale, terreno ideale per immaginare felini nascosti tra botteghe, insegne, armature e vicoli da fiaba illustrata. La mitologia, dopotutto, ha sempre riservato ai gatti un posto ambiguo e affascinante: divinità protettrici, compagni di streghe, custodi dell’aldilà, portafortuna, presagi e creature capaci di muoversi tra mondi che agli esseri umani restano preclusi. Mettere un gatto al centro di un viaggio temporale non suona affatto bizzarro; semmai sembra la naturale conferma di ciò che loro sanno da millenni e che noi continuiamo ostinatamente a ignorare.

L’identità grafica in bianco e nero non appare come un semplice vezzo estetico. La scelta trasforma ogni ambiente in un enorme enigma visivo, elimina parte dei riferimenti cromatici che normalmente aiutano l’occhio e costringe a concentrarsi su forme, contrasti e silhouette. Al tempo stesso rende ogni fotografia riuscita una piccola esplosione emotiva, perché il ritorno del colore non rappresenta soltanto la ricompensa per aver trovato un soggetto, ma il segno tangibile di una relazione stabilita tra giocatore, scenario e creatura. Si potrebbe quasi leggere l’intero gioco come una storia sul recupero dello stupore: il mondo ha perso le sue sfumature, noi abbiamo smesso di prestare attenzione, i gatti sono rimasti lì ad aspettare che qualcuno tornasse a guardarli davvero. Molto da gatti, in effetti.

Dietro questa atmosfera rilassante emerge anche una precisa idea di game design. Cosmic Stag Games descrive i propri titoli come rifugi dedicati alle persone stanche, spazi nei quali i puzzle possiedono un significato e l’evasione non coincide con l’isolamento, ma con la possibilità di ritrovare meraviglia nelle cose minime. Lo studio indipendente berlinese riunisce sviluppatori provenienti da diverse parti del mondo e sembra intenzionato a costruire un’avventura lontana dalla pressione della performance, pensata per essere affrontata dopo una giornata pesante senza trasformarsi nell’ennesimo compito da completare. Il concetto di cozy gaming viene spesso ridotto a una questione di colori pastello, arredamento e animaletti adorabili, mentre la sua forza più autentica risiede altrove: nel rispetto del tempo del giocatore, nella libertà di indugiare e nella sensazione che nessuno ci stia inseguendo mentre proviamo semplicemente a respirare.

Questo non significa che Cat Me If You Can rinunci alla sfida. Cercare centinaia di gatti all’interno di scenari complessi potrebbe diventare una faccenda estremamente seria, specialmente per quella categoria di giocatori incapace di lasciare una zona prima di aver trovato ogni segreto, fotografato ogni creatura e compilato ogni pagina del taccuino. Conosciamo tutti quella persona. Spesso siamo quella persona. La differenza è che qui l’ossessione completista sembra avvolta da un tono gentile, sostenuta dalla curiosità più che dalla paura di perdere una ricompensa, e accompagnata da sorprese pensate per strappare un sorriso anziché spingere verso la prossima casella da spuntare.

L’arrivo su Steam dell’8 settembre permetterà di scoprire quanto siano profonde le sue meccaniche e fino a che punto il viaggio nel tempo riesca a trasformare gli ambienti, mentre l’approdo successivo su Nintendo Switch e Xbox Series X|S allargherà inevitabilmente il pubblico di un’esperienza che sembra particolarmente adatta alle sessioni sul divano, magari con un gatto vero appoggiato davanti allo schermo nel momento meno opportuno. Sarebbe quasi coerente se il felino domestico finisse per coprire proprio quello digitale che stavamo cercando da venti minuti.

Resta soprattutto la curiosità di capire quale rapporto nascerà tra fotografia, colore e racconto, perché dietro la superficie coccolosa sembra intravedersi qualcosa di più malinconico, una riflessione delicata su ciò che scompare mentre siamo distratti e su quanto possa bastare un gesto minuscolo per restituirgli presenza. Forse inseguire Royal Fluffiness attraverso epoche illustrate sarà soltanto un passatempo rilassante, oppure diventerà una di quelle esperienze indipendenti che, senza alzare la voce, rimangono nella memoria più a lungo di tanti kolossal. Intanto una domanda è già pronta a dividere la community: riusciremo davvero a trovare tutti i gatti nascosti, oppure saranno loro, come sempre, ad averci individuati molto prima?

 

Note: AI-Generated Content

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Erika Snowhite

Mi chiamo Erika e osservo il mondo con la curiosità di chi cerca sempre una storia nascosta tra una luce al tramonto, il passo lento di una tartaruga e un’inquadratura perfetta. Amo la natura, la fotografia e gli animali, ma nella mia quotidianità trovano spazio anche serie fantasy, anime malinconici, videogiochi d’avventura, leggende antiche e personaggi femminili capaci di lasciare il segno. Ho un debole per le atmosfere misteriose, le storie che mescolano realtà e immaginazione e tutto ciò che riesce a trasformare un dettaglio apparentemente normale in qualcosa di memorabile.

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