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Carnevale e Cosplay: maschera, identità e scelta consapevole nella cultura nerd

Carnevale, per chi come me ha attraversato più stagioni della cultura nerd di quante maschere abbia visto passare, non è mai stato solo coriandoli e schiuma spray. È sempre stato un territorio di confine. Una zona franca. Un momento sospeso in cui la società, per tradizione, accetta che qualcuno diventi altro. E proprio per questo, anni fa, quel confine è diventato una porta.

Ricordo benissimo quando, in Italia, la parola cosplay non era ancora entrata nel vocabolario comune. Non perché fosse nuova, ma perché mancava il contesto culturale per accoglierla. Indossare un’armatura di cartone, una tuta spaziale cucita in casa o i capelli impossibili di un personaggio anime fuori dalle mura rassicuranti di una fiera richiedeva una dose di incoscienza che oggi si fa fatica a immaginare. Carnevale, allora, era la copertura perfetta. Nessuno faceva domande. Nessuno chiedeva spiegazioni. Si poteva osare.

Quelle feste di Satyrnet, che oggi qualcuno ricorda con nostalgia e qualcun altro con un sorriso complice, non nascevano come semplici serate in maschera. Erano prove generali. Spazi di test emotivo. Piccoli laboratori sociali in cui il cosplay italiano muoveva i primi passi senza nemmeno saperlo. Ragazzi e ragazze che entravano timidi, travestiti, e uscivano un po’ più consapevoli di aver fatto qualcosa di diverso. Non solo indossato un costume, ma dichiarato un amore, una appartenenza, una visione.

Col tempo, però, qualcosa ha iniziato a cambiare. Non all’esterno, ma dentro il movimento. I costumi diventavano più complessi. Le cuciture più precise. Le armature più leggere e resistenti. Le interpretazioni più sentite. Il Carnevale, che era stato uno scudo, cominciava a stare stretto. Continuare a mescolare tutto sotto l’etichetta della mascherata rischiava di appiattire un lavoro che ormai parlava un linguaggio diverso.

A un certo punto, la scelta è stata inevitabile. Fare un passo avanti significava anche rinunciare a qualcosa. Smettere di usare Carnevale come stampella culturale e iniziare a pretendere che il cosplay fosse riconosciuto per quello che era diventato: un’arte che si crea e si indossa. Non un travestimento stagionale, ma un atto creativo completo, fatto di progettazione, sartoria, scenografia, performance. Una forma di narrazione incarnata.

Eppure la domanda torna, ogni anno, puntuale come febbraio. Ha senso portare un cosplay a Carnevale oggi? La risposta non è mai netta, perché dipende dal punto di vista. Dal contesto. Dal perché.

Carnevale resta un ambiente permissivo. Una piazza che accoglie la stranezza senza chiederle il curriculum. Per chi vive il cosplay con leggerezza, o vuole semplicemente condividere un personaggio amato con un pubblico diverso da quello delle fiere, può diventare un’esperienza sorprendentemente potente. Bambini che ti riconoscono. Genitori che chiedono una foto senza sapere da dove arrivi quel personaggio, ma percependone l’energia. Un contatto umano diretto, meno filtrato, più istintivo.

Allo stesso tempo, chiunque abbia passato notti a termoformare worbla o a rifare una parrucca sa quanto quel contesto possa essere crudele. Folla disordinata. Gente che tocca senza chiedere. Liquidi non identificati che piovono dall’alto. Il rischio non è teorico. È materiale. Ed emotivo. Perché un cosplay non è intercambiabile. Porta addosso ore di lavoro, soldi, fallimenti, tentativi. Non è pensato per sopravvivere a tutto.

Sotto la superficie, però, la vera differenza resta culturale. La maschera di Carnevale è archetipica. Serve a nascondere, a dissolvere l’identità in un simbolo collettivo. Il cosplay fa l’opposto. Espone. Racconta. Prende un personaggio con una storia precisa e lo filtra attraverso chi lo indossa. Non si scompare dietro una faccia dipinta. Si emerge, paradossalmente, ancora di più.

Quando queste due logiche si incontrano, nasce una tensione affascinante. Chi guarda vede “uno vestito strano”. Chi indossa sta vivendo un personaggio. A volte le due cose si sfiorano, altre si ignorano. Sta lì la differenza tra una scelta consapevole e una forzatura.

Alla fine, la domanda non riguarda Carnevale. Riguarda il cosplayer. Riguarda il momento. Riguarda il senso che si vuole dare a quell’atto. C’è chi cerca leggerezza, chi cerca riconoscimento, chi cerca condivisione. Nessuna risposta è sbagliata, se nasce da una consapevolezza.

Forse la cosa più onesta da dire è questa: Carnevale è stato il grembo. Il cosplay, ormai, cammina da solo. Ogni tanto può tornare a casa, per gioco, per affetto, per nostalgia. Ma solo se sa esattamente perché lo sta facendo. E la vera domanda, allora, non è più maschera o cosplay. È quanto sei disposto a raccontare di te, proprio nel momento in cui sembri qualcun altro.


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Gianluca Falletta

Gianluca Falletta

Gianluca Falletta, creatore di Satyrnet.it, finalista nel 2019 di Italia's Got Talent, è considerato "il papà del Cosplay Italiano". Come uno dei primi sostenitori e promotori del fenomeno made in Japan in Italia, Gianluca, in 25 anni di attività ha creato, realizzato e prodotto alcune delle più importanti manifestazioni di  settore Nerd e Pop, facendo diventare Satyrnet.it un punto di riferimento per gli appassionati. Dopo "l'apprendistato" presso Filmmaster Events e la Direzione Creativa di Next Group, due delle più importanti agenzie di eventi in Europa, Gianluca si occupa di creare experience e parchi a tema a livello internazionale e ha partecipato allo start-up dei nuovissimi parchi italiani Cinecittà World, Luneur Park e LunaFarm cercando di unire i concetti di narrazione, creatività con l'esigenza di offrire entertainment per il pubblico. Per info e contatti gianlucafalletta.com

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