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Blades of the Guardians: il capolavoro wuxia di Yuen Woo-ping che rilancia il cinema marziale nel 2026

Alcuni film arrivano sullo schermo con il peso della nostalgia, altri con quello delle aspettative. Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert riesce nell’impresa più difficile: portarsi dietro entrambe le cose senza esserne schiacciato. Per chi è cresciuto consumando videocassette di cinema hongkonghese, passando dalle acrobazie impossibili di Jackie Chan alle eleganti coreografie di Jet Li, fino alla rivoluzione visiva che Yuen Woo-ping avrebbe poi esportato a Hollywood con Matrix e Kill Bill, questo film rappresenta qualcosa di più di una semplice uscita cinematografica. Assomiglia piuttosto a un ponte tra epoche differenti del cinema d’azione, costruito da uno degli ultimi grandi maestri ancora in attività. A ottantuno anni, Yuen Woo-ping dirige il suo trentesimo lungometraggio come se stesse ancora cercando di dimostrare qualcosa al mondo. In realtà non deve dimostrare più nulla. Il suo nome è inciso nella storia del cinema marziale internazionale, eppure Blades of the Guardians possiede una freschezza sorprendente, quasi sfacciata, che molti blockbuster contemporanei possono soltanto invidiare.

L’opera nasce dall’adattamento del celebre manhua cinese Biao Ren, conosciuto a livello internazionale proprio come Blades of the Guardians, una serie che negli ultimi anni ha conquistato appassionati di fumetto, animazione e narrativa storica grazie a un immaginario potentissimo capace di fondere il fascino del wuxia tradizionale con suggestioni western e una ricostruzione storica ricca di sfumature politiche. La versione cinematografica sceglie una strada diversa rispetto all’opera originale, alleggerendo buona parte degli intrighi di corte per concentrarsi soprattutto sul viaggio, sui personaggi e sull’azione, lasciando comunque intravedere la possibilità di approfondire la dimensione politica in eventuali capitoli futuri.

Al centro della storia troviamo Dao Ma, interpretato da un magnetico Wu Jing. Chi segue il cinema d’azione asiatico conosce bene il carisma di un attore che negli ultimi anni è diventato una delle figure più rappresentative del blockbuster cinese moderno. Dao Ma è un cacciatore di taglie stanco delle manipolazioni del potere, un guerriero che vorrebbe soltanto sopravvivere ai propri fantasmi ma che continua a essere trascinato dentro conflitti più grandi di lui. Accanto al giovane nipote Xiao Qi, attraversa una Cina antica devastata da lotte di potere, tradimenti, guerre tra clan e tensioni sociali che sembrano anticipare il crollo di un’intera epoca.

La struttura narrativa richiama alcuni archetipi immortali della narrativa avventurosa. Il guerriero solitario. Il viaggio attraverso territori ostili. La missione impossibile. Il gruppo improvvisato di compagni che si forma strada facendo. Elementi che esistono da secoli e che abbiamo ritrovato in opere diversissime tra loro, da I sette samurai fino a Mad Max: Fury Road, passando per Star Wars, Lone Wolf and Cub e persino certi videogiochi open world contemporanei. Blades of the Guardians comprende perfettamente il valore di questi archetipi e li utilizza senza mai trasformarli in formule stanche.

La missione affidata a Dao Ma consiste nell’accompagnare il rivoluzionario Zhishilang attraverso il deserto fino a Chang’an, sfuggendo a soldati imperiali, clan rivali, mercenari, cacciatori di taglie e vecchi amici trasformati in nemici. Da questa premessa apparentemente semplice nasce un’avventura che si espande progressivamente fino a trasformarsi in un’epopea popolata da personaggi memorabili, alleanze fragili e tradimenti dolorosi.

L’ambientazione desertica svolge un ruolo fondamentale. Non è soltanto uno sfondo spettacolare ma diventa una presenza costante, quasi un personaggio autonomo. Le immense distese di sabbia evocano il cinema western classico, mentre le tempeste e i paesaggi sconfinati sembrano usciti da un manga epico o da una concept art realizzata per un colossal fantasy. Alcune sequenze riescono davvero a trasmettere quella sensazione di viaggio verso l’ignoto che oggi raramente si percepisce nei blockbuster moderni.

Guardando il film viene spontaneo pensare a quanto il cinema d’azione occidentale abbia progressivamente sacrificato la leggibilità della scena in favore del montaggio frenetico. Yuen Woo-ping appartiene a una scuola completamente diversa. Ogni combattimento racconta qualcosa. Ogni colpo possiede un peso preciso. Lo spettatore comprende sempre dove si trovano i personaggi, quali siano le distanze e quale sia il rischio reale dello scontro. Può sembrare un dettaglio, ma è proprio questa chiarezza a rendere memorabili le grandi scene d’azione.

Uno dei momenti più esaltanti arriva durante una gigantesca sequenza ambientata in una tempesta di sabbia che richiama apertamente l’estetica di Mad Max senza mai diventare una copia. Qui emerge tutta la capacità di Yuen di orchestrare caos e spettacolo mantenendo sempre il controllo narrativo. La scena riesce a essere contemporaneamente epica, comprensibile e visivamente travolgente.

Anche il cast contribuisce in modo determinante al fascino dell’opera. Nicholas Tse interpreta Diting, figura enigmatica legata al passato di Dao Ma, mentre Chen Lijun regala una Ayuya sorprendentemente intensa e combattiva. Il suo personaggio evolve da giovane ribelle desiderosa di scoprire il mondo a protagonista tragica di una vicenda attraversata da dolore, vendetta e maturazione personale.

Molti spettatori arriveranno però al film attratti soprattutto dalla presenza di Jet Li. Va detto subito: chi sogna un ritorno da protagonista della leggenda marziale potrebbe rimanere sorpreso. Il suo ruolo è limitato, ma la sua apparizione possiede comunque un valore enorme. Vedere Jet Li nuovamente coinvolto in un progetto diretto da Yuen Woo-ping significa osservare una pagina vivente della storia del cinema d’azione. Il combattimento che lo vede coinvolto, insieme a Wu Jing e Zhang Jin, rappresenta uno di quei momenti che gli appassionati ricorderanno a lungo.

Dietro le lame, gli inseguimenti e le acrobazie emerge inoltre una riflessione più profonda sulla famiglia, sull’eredità e sul sacrificio. Il rapporto tra Dao Ma e Xiao Qi costituisce il vero nucleo emotivo della storia. Progressivamente il film rivela segreti legati alle origini del ragazzo e alla sua connessione con il potere imperiale, trasformando una semplice missione di scorta in una lotta disperata per la sopravvivenza di una linea di sangue destinata a cambiare il futuro.

Non sorprende che il film abbia ottenuto risultati straordinari in Cina durante il periodo del Capodanno lunare, incassando oltre duecento milioni di dollari e confermandosi uno degli eventi cinematografici più importanti dell’anno. Si tratta di un vero kolossal, costruito con ambizioni enormi e con una qualità produttiva che emerge in ogni inquadratura.

Per il pubblico italiano esiste però una piccola frustrazione. Dopo il passaggio come film di chiusura al Far East Film Festival di Udine, dove ha raccolto entusiasmo e applausi, non esiste ancora una distribuzione ufficiale nel nostro mercato. Gli Stati Uniti lo accoglieranno in digitale dal 30 giugno 2026 grazie a Well Go USA, mentre da noi gli appassionati restano in attesa di notizie.

Forse è proprio questa attesa a rendere Blades of the Guardians ancora più affascinante. In un panorama dominato da sequel infiniti, universi condivisi e franchise che sembrano replicare all’infinito le stesse formule, l’opera di Yuen Woo-ping ricorda quanto possa essere coinvolgente una storia costruita attorno a personaggi, viaggio, azione e mito. Non inventa necessariamente qualcosa di nuovo, ma prende elementi antichissimi e li restituisce con una vitalità che appare quasi rivoluzionaria.

Chi non frequenta abitualmente il wuxia potrebbe pensare di trovarsi davanti a un genere difficile da decifrare, pieno di codici culturali lontani dalla sensibilità occidentale. In realtà Blades of the Guardians possiede una natura sorprendentemente universale. È un racconto di frontiera, una fuga attraverso il deserto, una storia di amicizia, tradimento, sacrificio e redenzione. È il tipo di avventura che parla a chiunque abbia amato Star Wars, Il Signore degli Anelli, Mad Max o persino certi grandi videogiochi narrativi contemporanei.

Guardando Dao Ma avanzare tra tempeste di sabbia, eserciti in marcia e duelli impossibili, viene quasi da pensare che il cinema d’azione abbia ancora molte strade da percorrere lontano dai modelli hollywoodiani dominanti. E forse è proprio questa la lezione più bella lasciata da Yuen Woo-ping. A oltre ottant’anni continua a ricordarci che il movimento può raccontare una storia, che una spada può avere una personalità e che un combattimento può emozionare quanto un dialogo.

Se e quando Blades of the Guardians arriverà ufficialmente anche in Italia, sarà interessante capire come reagirà il pubblico più giovane. Per chi ha attraversato gli anni d’oro del cinema hongkonghese rappresenta già una sorta di ritorno a casa. Per chi invece ha scoperto le arti marziali attraverso anime, videogiochi e streaming potrebbe diventare una sorprendente porta d’accesso verso una tradizione cinematografica che continua a influenzare l’immaginario globale molto più di quanto spesso ci rendiamo conto. E voi, quanto state aspettando questo ritorno del grande wuxia sul grande schermo? Raccontatecelo sui social di CorriereNerd.it e continuiamo insieme questa conversazione tra passato, presente e futuro della cultura geek.

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Redazione AI

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