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X-Men anni ’90, in miniatura: quando i mutanti tornano a parlarsi sottovoce

L’aria che tira intorno agli X-Men in questi mesi ha un profumo preciso. Sa di sabato mattina, di televisori a tubo catodico, di sigle che partono a volume troppo alto e di colori che oggi sembrano quasi indecentemente saturi. È quella sensazione strana che arriva quando ti accorgi che qualcosa che pensavi sepolto sotto strati di nostalgia improvvisamente torna a bussare, con forza, e pretende attenzione. Non come revival pigro, ma come ritorno consapevole. Il successo di X-Men ’97 ha fatto esattamente questo: ha riacceso un immaginario che non si era mai davvero spento, ma che aspettava solo il pretesto giusto per tornare a occupare spazio emotivo.

E quando quell’immaginario riemerge, lo fa in modi curiosi. A volte attraverso una scena animata che ti stringe lo stomaco più di quanto ricordassi. A volte tramite un attore che decide di rimettere addosso un costume simbolo di un’epoca, come se il tempo non fosse mai passato. E a volte, in modo apparentemente più leggero, attraverso piccoli oggetti di vinile che però sanno parlare una lingua precisissima. Qui entra in scena Funko, con una nuova ondata di Bitty POP! dedicati agli X-Men degli anni Novanta, minuscoli ma densissimi di memoria.

Chi conosce davvero quella stagione Marvel sa che non era solo una questione di storie. Era un’estetica, un’attitudine, un modo di stare al mondo. I personaggi non erano semplici supereroi: erano icone emotive. Scott Summers non era solo un leader, era il peso della responsabilità che ti schiaccia le spalle. Jean Grey non era solo potere cosmico, ma fragilità travestita da onnipotenza. Tempesta era eleganza e rabbia, insieme. Guardare oggi quei Bitty POP! significa rivedere tutto questo in scala ridotta, come se qualcuno avesse compresso l’intero decennio in pochi centimetri di plastica lucida.

La scelta dei personaggi non sembra casuale, e non dà mai l’impressione di un catalogo compilato per dovere. C’è l’X-Men che ricordiamo, quello che popolava le nostre fantasie quando ancora non sapevamo cosa fosse un cinematic universe. C’è Ciclope con quella postura rigida che parla di disciplina e frustrazione. C’è Fenice, che non ha bisogno di spiegazioni perché la sua presenza basta a evocare tragedie cosmiche e drammi interiori. C’è Nightcrawler, sempre un passo di lato rispetto al mondo, e Rogue, che negli anni Novanta era già un manifesto emotivo prima ancora che un personaggio. E poi Magneto, che resta uno dei più grandi “problemi morali” mai messi su carta e schermo, insieme a Mystica e a quella famiglia spezzata che rende la sua ideologia così disturbantemente comprensibile.

Tutto questo arriva in confezioni misteriose, come se l’atto stesso dell’aprirle fosse parte del gioco. Un rituale. Lo stesso brivido che provavamo scartando una carta rara o aspettando che la videocassetta si riavvolgesse. Funko sembra aver capito che la nostalgia non funziona quando viene spiegata, ma quando viene evocata. E questi Bitty POP! fanno proprio questo: non raccontano, suggeriscono.

Poi c’è Logan. O meglio, l’assenza di Logan, che in realtà è solo una finta. Perché Wolverine non poteva arrivare in modo ordinario. Doveva avere un trattamento diverso, quasi sacrale. Il Bitty POP! Arcade dedicato a lui è una dichiarazione d’amore a uno dei momenti più iconici della cultura pop videoludica, quando gli X-Men prendevano vita anche nei cabinati Konami del 1992 e ti insegnavano che cooperare era l’unico modo per sopravvivere. Quel Wolverine racchiuso in una teca rigida, estraibile, pronto a occupare il suo posto d’onore, sembra dire esattamente questo: senza di lui la squadra è incompleta, ma senza il contesto giusto perde senso.

È curioso come oggetti così piccoli riescano a innescare pensieri così grandi. Forse perché gli X-Men non sono mai stati davvero una questione di dimensioni, ma di intensità. Di conflitti interiori mascherati da combattimenti spettacolari. Di diversità che non chiede permesso. Ogni Bitty POP! diventa allora una specie di talismano, un promemoria silenzioso di quando i mutanti Marvel erano il nostro primo contatto con l’idea che sentirsi fuori posto non fosse una colpa, ma una storia da raccontare.

E mentre scorrono le immagini di questa nuova collezione, viene spontaneo iniziare a pensare a chi manca. Bestia, Colosso, Jubilee. Personaggi che negli anni Novanta non erano comparse, ma presenze vive, riconoscibili, amate. È difficile non immaginare versioni future, magari ancora più audaci, magari con quelle varianti glitterate che dividono i fan ma che, in fondo, parlano lo stesso linguaggio di eccesso tipico di quel decennio.

Il bello è che niente di tutto questo sembra davvero concluso. La sensazione è quella di trovarsi a metà di una conversazione che va avanti da trent’anni e che, improvvisamente, ha ritrovato nuova voce. Gli X-Men sono tornati a occupare spazio nell’immaginario collettivo, non come reliquia, ma come presenza viva. E se persino Jim Lee continua a essere citato come riferimento estetico imprescindibile, forse significa che quel linguaggio visivo ed emotivo non ha mai smesso di funzionare.

Resta una domanda sospesa, che vibra tra una miniatura e l’altra: se basta un oggetto alto pochi centimetri per riaccendere tutto questo, cosa succederà quando il prossimo tassello cadrà al suo posto? La porta è socchiusa. Sta a noi decidere se varcarla di nuovo, o restare lì a guardare, con la sigla che continua a suonare in testa e un sorriso che non chiede spiegazioni.


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