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Beast of Reincarnation: Game Freak sorprende con il suo action RPG tra NieR, Sekiro e Ghibli

Game Freak. Basta pronunciare questo nome e la mente corre immediatamente ai Pokémon, a decenni di avventure, palestre, creature tascabili e ricordi condivisi con milioni di giocatori. Proprio per questo motivo Beast of Reincarnation rappresenta uno dei cambi di rotta più sorprendenti degli ultimi anni. Nessuno si aspettava che lo storico studio giapponese decidesse di abbandonare, almeno per un momento, il mondo dei mostriciattoli per lanciarsi nella realizzazione di un action RPG dark, ambizioso e visivamente spettacolare, capace di dialogare apertamente con alcuni dei giganti del genere.

L’impressione iniziale, lo ammetto senza problemi, è quella di trovarsi davanti a un titolo che indossa con orgoglio le proprie influenze. Il richiamo a NieR: Automata arriva quasi subito, dalla protagonista silenziosa all’atmosfera malinconica, passando per una colonna sonora eterea che sembra voler evocare le emozioni lasciate dalle composizioni di Keiichi Okabe. Poi entrano in scena il combattimento tecnico che ricorda Sekiro: Shadows Die Twice, la spettacolarità quasi acrobatica di Bayonetta e quel rapporto profondo tra essere umano e natura che riporta inevitabilmente alla mente Princess Mononoke dello Studio Ghibli. Sarebbe facile liquidare Beast of Reincarnation come un collage di idee già viste. In realtà basta superare le prime ore di gioco per accorgersi che dietro questi riferimenti si nasconde un’identità molto più personale.

La vicenda si svolge nell’anno 4026, in un futuro dove il concetto stesso di umanità è ormai diventato fragile. Una misteriosa corruzione biologica, chiamata Blight, ha trasformato il pianeta in una distesa di terre contaminate, mentre una creatura conosciuta come Beast of Reincarnation continua a diffondere distruzione e disperazione. Alcuni uomini hanno scelto di trasferire la propria coscienza dentro giganteschi Golem meccanici pur di sfuggire alla contaminazione, altri continuano invece a vivere nel proprio corpo sapendo che potrebbero trasformarsi da un momento all’altro in mostruosi Malefacts. L’ambientazione post-apocalittica non è soltanto uno sfondo suggestivo, ma diventa parte integrante della narrazione, mostrando un Giappone irriconoscibile dove la natura sta lentamente reclamando tutto ciò che l’uomo aveva costruito.

A cercare di fermare questa lenta estinzione troviamo Emma, una Purificatrice di appena diciotto anni che possiede il raro potere di assorbire la Blight e trasformarla in un’arma. È una protagonista che inizialmente appare distante, quasi incapace di esprimere emozioni, ma che nel corso dell’avventura affronta un percorso di crescita molto più umano di quanto possa sembrare. La sua capacità di manipolare piante e radici non serve solamente durante i combattimenti: diventa anche uno strumento fondamentale per esplorare ambienti verticali, attraversare burroni, creare ponti naturali e raggiungere luoghi nascosti disseminati tra foreste contaminate e rovine di città ormai dimenticate.

Accanto a Emma, però, si trova il vero protagonista emotivo dell’intera esperienza: Koo. Difficile non affezionarsi quasi immediatamente a questo gigantesco cane contaminato dalla Blight, capace di alternare una dolcezza assoluta a una ferocia devastante durante gli scontri. Chiunque abbia vissuto l’amicizia con un animale domestico riconoscerà qualcosa di familiare nel rapporto costruito tra Emma e il suo compagno. Koo non rappresenta una semplice meccanica di gameplay né il classico comprimario destinato a comparire durante qualche scena cinematografica. È una presenza costante, un personaggio vero e proprio con un proprio percorso evolutivo, un enorme albero delle abilità, statistiche dedicate e numerose possibilità di personalizzazione.

Durante i combattimenti il suo intervento cambia completamente il ritmo dell’azione. Premendo un tasto il tempo rallenta e permette di selezionare una vasta gamma di attacchi elementali, abilità di supporto e tecniche speciali che trasformano ogni scontro in qualcosa di molto più dinamico rispetto a un normale action RPG. L’impressione è quella di combattere realmente in coppia, con una sintonia che cresce man mano che il viaggio procede.

Se il comparto narrativo vive inevitabilmente nel confronto con NieR: Automata, il gameplay trova invece una strada decisamente più personale.

Il sistema di combattimento prende chiaramente ispirazione dai soulslike moderni senza copiarne rigidamente la filosofia. Parare gli attacchi nemici resta fondamentale, ma la finestra temporale risulta sorprendentemente permissiva e rende l’apprendimento molto meno frustrante rispetto ad altri esponenti del genere. Anche le animazioni avversarie comunicano con chiarezza il momento giusto per schivare o contrattaccare, regalando scontri impegnativi ma raramente ingiusti.

Emma dispone di numerose combo, mosse finali, attacchi contestuali e abilità speciali che si intrecciano perfettamente con il supporto di Koo. Ogni vittoria spinge il giocatore a sperimentare nuove configurazioni, nuovi equipaggiamenti e nuove strategie, evitando quella sensazione di ripetitività che spesso affligge gli action RPG di lunga durata.

L’esplorazione rappresenta probabilmente la sorpresa più grande. Le radici che Emma genera attraverso i suoi poteri permettono di costruire passerelle sospese, raggiungere punti elevati e muoversi tra edifici crollati con una fluidità sorprendente. Pur senza raggiungere la libertà assoluta degli Spider-Man sviluppati da Insomniac Games, Beast of Reincarnation trasmette una costante sensazione di movimento e scoperta. Ogni zona invita a deviare dal percorso principale, alla ricerca di equipaggiamenti nascosti, materiali rari, documenti che espandono la lore o semplicemente panorami capaci di raccontare silenziosamente la tragedia di questo mondo.

Anche sotto il profilo artistico il lavoro di Game Freak merita attenzione. L’Unreal Engine 5 mostra qualche inevitabile incertezza nel caricamento delle texture e nella gestione dello streaming degli asset, ma il colpo d’occhio rimane spesso notevole. Foreste che sembrano respirare, edifici divorati dalla vegetazione, rovine illuminate da una luce quasi onirica e creature deformate dalla contaminazione costruiscono un’estetica che alterna bellezza e inquietudine con sorprendente naturalezza.

La colonna sonora accompagna questo viaggio con composizioni delicate, malinconiche e spesso contemplative. Le similitudini con NieR sono evidenti, forse persino troppo in alcuni momenti, ma la qualità resta elevatissima e riesce comunque a sostenere l’identità emotiva del racconto.

Naturalmente Beast of Reincarnation non è privo di difetti. L’interfaccia dedicata all’inventario risulta poco intuitiva soprattutto nelle fasi avanzate, quando equipaggiamenti, collari per Koo, materiali e potenziamenti iniziano ad accumularsi in quantità considerevoli. Alcune meccaniche, come il sistema della fame che obbliga a nutrire Emma e il suo compagno, sembrano aggiunte più per arricchire la gestione del personaggio che per incidere realmente sull’esperienza. Anche alcuni comprimari avrebbero meritato maggiore spazio narrativo, lasciando la sensazione che determinate sottotrame si interrompano proprio nel momento in cui diventano davvero interessanti. Sono limiti reali, ma difficilmente sufficienti a compromettere un’avventura che riesce a mantenere alta la curiosità per oltre trenta ore, alternando esplorazione, combattimenti spettacolari e momenti più intimi dedicati ai rapporti tra i personaggi.

Forse il risultato più importante ottenuto da Game Freak riguarda proprio il coraggio dimostrato. Dopo anni trascorsi all’interno di una delle proprietà intellettuali più celebri della storia dei videogiochi, lo studio ha scelto di mettersi in discussione affrontando un progetto completamente diverso per tono, struttura e ambizione. Beast of Reincarnation non raggiunge la profondità filosofica di NieR: Automata né l’eleganza quasi perfetta di Sekiro, ma non ne aveva realmente bisogno. Riesce invece a costruire una propria identità attraverso un mondo affascinante, un sistema di combattimento estremamente divertente e soprattutto grazie alla straordinaria relazione tra Emma e Koo, destinata probabilmente a entrare di diritto tra le coppie più memorabili degli action RPG degli ultimi anni.

Chi ama le avventure dal sapore giapponese, le ambientazioni post-apocalittiche ricche di mistero e i giochi che riescono a fondere spettacolarità e sentimento troverà davvero molto da apprezzare. E poi diciamolo: un gigantesco cane magico che combatte al nostro fianco ha già tutte le carte in regola per conquistare qualsiasi videogiocatore. La vera curiosità, adesso, riguarda il futuro di questa nuova proprietà intellettuale. Game Freak ha dimostrato di poter andare ben oltre Pokémon, e viene spontaneo chiedersi se Beast of Reincarnation rappresenti soltanto un esperimento isolato oppure l’inizio di una nuova fase creativa per uno degli studi più iconici dell’industria videoludica. Sarebbe interessante sapere anche voi da che parte state: vi convince questa nuova direzione oppure preferite vedere Game Freak concentrata esclusivamente sul mondo dei Pokémon?

Note: AI-Generated Content

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