Sfogliare oggi le tavole di Gianni De Luca provoca una sensazione strana, quasi un cortocircuito temporale che ti prende alla sprovvista mentre pensavi di avere tutto sotto controllo, perché certe linee, certe soluzioni visive, certi silenzi raccontati con una matita che sembra respirare non appartengono solo al passato, ma dialogano con il presente in modo sorprendentemente diretto, come se qualcuno avesse nascosto dentro quelle vignette un codice segreto capace di attivarsi ogni volta che un lettore moderno decide di fermarsi davvero a guardare.
“Avanti e indietro nella storia” non è solo un titolo evocativo, è una dichiarazione d’intenti, quasi una sfida lanciata a chi legge: sei pronto a muoverti tra epoche, stili e linguaggi senza perdere il filo? E la risposta, pagina dopo pagina, diventa inevitabilmente sì, perché quello che Edizioni NPE ha rimesso in circolo non è semplicemente una raccolta di quindici racconti, ma una traiettoria creativa che racconta come nasce davvero un autore, come evolve, come sbaglia, come sperimenta e soprattutto come arriva a lasciare un segno che non si cancella più.
Le storie incluse, pubblicate tra il 1946 e il 1969 su testate che oggi suonano come reliquie di un’altra era – Il Vittorioso, Il Giornalino, Corriere dei Piccoli – non hanno quella polvere nostalgica che ci si aspetterebbe da materiali d’archivio, anzi, sembrano quasi ribellarsi all’idea di essere “storiche”, perché dentro c’è un’energia narrativa che continua a funzionare, che continua a coinvolgere, che continua a sorprendere.
E forse è proprio qui che scatta qualcosa di personale, perché chi è cresciuto tra manga, animazione giapponese e fumetto seriale moderno rischia di dimenticare quanto il fumetto italiano abbia sperimentato linguaggi potentissimi molto prima che diventassero standard globali, e De Luca in questo senso è quasi disarmante, con quella capacità di costruire sequenze che sembrano muoversi anche quando sono ferme, con personaggi che non restano confinati dentro una gabbia rigida ma sembrano attraversare lo spazio della pagina con una libertà che oggi definiremmo quasi cinematografica.
Leggere queste storie significa anche fare pace con un’idea di tempo diversa, meno ossessionata dalla velocità e più attenta al dettaglio, perché ogni ambientazione, che si tratti di un episodio rinascimentale o di una tensione post-bellica, non è mai un semplice sfondo, ma diventa parte integrante del racconto, quasi un personaggio invisibile che dialoga con chi legge, suggerendo atmosfere, insinuando emozioni, costruendo un contesto che non ha bisogno di spiegazioni didascaliche.
E poi c’è il segno, quel tratto che ti fa fermare anche quando vorresti andare avanti veloce, perché senti che stai perdendo qualcosa se non ti soffermi, se non segui con gli occhi ogni linea, ogni ombra, ogni dettaglio architettonico o espressivo, e in quel momento capisci che la vera forza di De Luca non sta solo nella tecnica, ma nella sensibilità con cui riesce a trasformare ogni tavola in un piccolo spazio narrativo autosufficiente.
Il dialogo con gli sceneggiatori, tra cui spiccano nomi come Roudolph, Eros Belloni e Piero Salvatico, aggiunge un ulteriore livello di profondità, perché la scrittura non si limita a supportare il disegno, ma si intreccia con esso, creando una sinergia che oggi sembra quasi rara, soprattutto in un’epoca in cui spesso testo e immagine viaggiano su binari paralleli senza incontrarsi davvero.
La cosa che colpisce di più, però, emerge quasi in modo silenzioso mentre si attraversano le pagine: la percezione di assistere a una crescita reale, non costruita a posteriori, non filtrata da un’operazione nostalgica, ma viva, imperfetta, autentica. Si vedono le transizioni, le intuizioni che prendono forma, i momenti in cui lo stile si assesta e quelli in cui decide di cambiare direzione, come se ogni storia fosse un passo avanti e allo stesso tempo un ritorno a qualcosa di più essenziale.
Chi frequenta fiere, eventi, community, chi si perde in discussioni infinite su stili, influenze e linguaggi visivi, troverà in questo volume una specie di laboratorio aperto, un luogo in cui osservare come si costruisce davvero un’identità artistica, lontano dalle scorciatoie e dalle formule già pronte.
E mentre si chiude il libro, o meglio, si arriva all’ultima pagina senza la sensazione di aver davvero concluso qualcosa, resta quella voglia un po’ irrazionale di tornare indietro, di rileggere, di cercare dettagli sfuggiti, di confrontarsi con qualcun altro su una vignetta, su una scelta narrativa, su un passaggio che ha colpito più del previsto.
Perché alla fine è questo che fanno le opere che resistono al tempo: non si limitano a essere ricordate, continuano a creare conversazioni, a generare connessioni, a insinuarsi nei discorsi tra appassionati come un riferimento condiviso che torna fuori nei momenti più inattesi… e viene quasi naturale chiedersi quante altre storie, quanti altri autori, stiano aspettando di essere riscoperti con la stessa attenzione.
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