Salve, benvenuti, o bentornati su questi lidi.
Allora, a me non piace essere negativo, o fare polemiche tanto per, ma, nonostante tutto, sento il bisogno di parlarne. Quindi, quello che state per leggere è il mio onesto resoconto sull’appena conclusosi Asti Comics 2026.
Le fiere nerd italiane stanno vivendo una fase particolare. Da un lato cresce la voglia di incontrarsi dal vivo dopo anni in cui community, fandom e passioni sono passate sempre più attraverso schermi, social network e piattaforme digitali. Dall’altro lato aumentano gli eventi che cercano di intercettare questo entusiasmo, trasformando piazze, palazzetti e aree fieristiche in piccoli universi dedicati a fumetti, anime, cosplay, videogiochi e cultura pop. In questo scenario, che per alcuni può risultare sfiancante, si inserisce Asti Comics 2026, manifestazione che ha animato il weekend del 23 e 24 maggio, tra le 10 e le 19, e che, almeno sulla carta, aveva tutti gli elementi per conquistare gli appassionati del Piemonte e non solo.
La mia esperienza, però, è stata più complessa del previsto. Non un disastro, sia chiaro. Ma nemmeno un successo pieno. Piuttosto quella sensazione sospesa che ti rimane addosso quando un evento mostra potenzialità evidenti, ma non riesce a sfruttarle fino in fondo. Ecco perché “deludente pareggio” sintetizza perfettamente ciò che mi porto a casa dopo questa edizione.
Prima di tutto è giusto contestualizzare. Non vivo ad Asti e non conosco particolarmente bene la città. Le mie visite sono sempre state sporadiche e distanti nel tempo (del tipo che l’ultima volta che ci sono stato era due anni fa). Questo potrebbe aver influito sul modo in cui ho vissuto l’evento, ma fino a un certo punto. Alcune criticità, infatti, sono emerse in maniera talmente evidente da risultare difficili da ignorare anche per chi frequenta abitualmente il territorio, o almeno credo.
Partiamo dall’aspetto più frustrante: raggiungere la manifestazione. Asti Comics si è svolto presso Piazza Cosma Manera, la grande Piazza d’Armi cittadina. Una location che, almeno nelle intenzioni, offre spazi ampi e possibilità di espansione interessanti. Il problema è che arrivarci non è stato così immediato come ci si aspetterebbe da un evento che punta ad attirare visitatori provenienti anche da fuori città.
Dopo essere sceso in una zona che ritenevo relativamente vicina al centro, la piazza in cui fanno il mercato per chi è pratico; mi sono ritrovato ad attraversare una buona parte di Asti a piedi. E su questo avrei potuto sorvolare, ma il vero problema è stata l’assenza, quasi, totale di indicazioni. Nessuna segnaletica evidente, nessun percorso facilmente individuabile, soltanto qualche volantino isolato, ne ho contati esattamente 2, che lasciava intuire la direzione corretta, dato che Google Maps non faceva che confondermi.
E già il fatto che, chiedendo indicazioni, ho incrociato due gruppi di ragazzi in cosplay, la cui risposta era che stavano tornando dalla fiera, che era da tutt’altra parte, e che era più facilmente raggiungibile in macchina, avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme. In un periodo storico in cui anche i piccoli festival cercano di guidare il pubblico con cartelli, banner e punti informativi, questa mancanza è risultata sorprendente.
Ed è proprio questo uno dei principali limiti dell’edizione 2026.
Un evento dedicato alla cultura nerd non vive soltanto di contenuti, o di pubblicità sui social, ma anche dell’esperienza complessiva che offre al visitatore, anche perché si trattava di un’evento a pagamento. L’avventura dovrebbe iniziare dal momento in cui si arriva in città, non soltanto una volta superato l’ingresso.
Una volta raggiunta la destinazione, guidato da dei suoni in lontananza, la prima impressione è stata altrettanto ambivalente, perché ad accogliermi ho trovato solo questo triste cartello .

Allora, le aspettative non erano quelle di una grande fiera nazionale come una Lucca Comics & Games, e sarebbe ingiusto fare paragoni di questo tipo. Tuttavia la sensazione iniziale è stata quella di trovarsi davanti a una struttura più contenuta di quanto la comunicazione lasciasse immaginare.
Una serie di tendoni distribuiti in una vasta area aperta, un parcheggio, con spazi che a tratti apparivano dispersivi e una percezione generale meno scenografica rispetto a quanto molti appassionati si aspettano da una manifestazione di questo genere. L’effetto finale non era quello di una fiera immersiva, ma più da festival della cultura scolastico, il che potrebbe anche avere un suo fascino, specie per chi ha problemi di ansia.
Eppure sarebbe sbagliato fermarsi a questa prima impressione, perché Asti Comics 2026 ha avuto anche diversi meriti che gli vanno riconosciuti.
Primo fra tutti il programma ospiti. La presenza di nomi importanti del doppiaggio italiano rappresenta un valore enorme per qualsiasi manifestazione dedicata alla cultura pop. Ascoltare dal vivo professionisti che hanno dato voce a personaggi iconici significa entrare in contatto diretto con una parte fondamentale dell’immaginario collettivo nerd italiano.
Molti di noi, per quanto non vogliano ammetterlo, sono cresciuti con anime trasmessi nel pomeriggio, videogiochi che ci hanno accompagnato per centinaia di ore e film che ricordiamo ancora oggi attraverso le voci che li hanno resi familiari. Incontrare artisti capaci di dare vita a eroi, villain e protagonisti che ci accompagnano da decenni genera sempre una connessione emotiva difficile da spiegare a chi non frequenta questo mondo.
Anche il cosplay ha rappresentato uno degli elementi più riusciti dell’evento. Infatti, per quanto io non mi sia mai cimentato in quella che i non addetti ai lavori definirebbero “una carnevalata”, riconosco e rispetto questa forma di espressione creativa, perché so bene che anche il più semplice dei costumi richiede un grande lavoro, che è stato ben valorizzato con performance sul palco.
Quel miscuglio apparentemente caotico rappresenta da sempre una delle magie delle fiere nerd: vedere convivere mondi che normalmente esistono separati. E poi; sarebbe ipocrita parlare male del lume tutelare che mi ha guidato a destinazione.
Anche l’area commerciale ha svolto dignitosamente il proprio compito. Tra manga, gadget, carte collezionabili, retrogaming e merchandising era possibile trovare qualcosa di interessante da acquistare. Non si trattava dell’offerta più ampia mai vista in una convention italiana, ma abbastanza da permettere agli appassionati più esigenti di tornare a casa con qualche tesoro da aggiungere alla propria collezione.

Personalmente, sono riuscito a fare alcuni acquisti soddisfacenti, e questo rappresenta uno dei motivi per cui il giudizio finale non scivola completamente verso il negativo. Lo stesso vale per gli incontri con gli ospiti. Tra gli 11 doppiatori spalmati sui due giorni mi sono orientato su quelli del 24, incontrandone un paio, ossia



Non tutti quelli che avrei voluto incontrare, (puntavo anche a Elisa Giorgio, Giulia Maniglio e Luca Ward) ma comunque metà. Le fotografie qui riportate, i loro autografi e, soprattutto, l’umanità mostratami rimangono una testimonianza concreta di quei momenti piacevoli, che sarebbe scorretto ignorare.
Un altro elemento positivo riguarda il clima generale della community. Asti Comics non ha raggiunto dimensioni tali da diventare dispersivo, ma non è stata neanche claustrofobica, e questo ha favorito un’atmosfera più rilassata e accessibile. I visitatori potevano muoversi senza la pressione tipica delle grandi manifestazioni affollate, dialogare con espositori e ospiti in maniera più diretta e vivere gli spazi con una certa tranquillità.
Proprio questa dimensione più umana potrebbe rappresentare uno dei punti di forza su cui costruire il futuro della manifestazione. Non tutte le fiere devono necessariamente inseguire numeri giganteschi. A volte una forte identità e un buon rapporto con il pubblico possono fare molta più differenza.
Dove Asti Comics deve crescere, però, è nella costruzione dell’esperienza complessiva. Servono una migliore comunicazione sul territorio, una segnaletica più efficace e, forse, anche una riflessione sull’impatto scenografico generale.
Cito ad esempio il Savix comics and bricks di Savigliano, che ho visitato nell’edizione 2025, in cui c’erano sì una manciata di attività, ma distribuite, ben integrate nella città e, soprattutto, facilmente raggiungibili.
La sensazione è che Asti Comics possieda già molti degli ingredienti necessari, ma non abbia ancora trovato la formula definitiva per amalgamarli, o abbia il supporto del comune. Le basi esistono; gli ospiti funzionano; la community risponde; gli espositori fanno il loro lavoro. Quello che manca è forse un salto di maturità organizzativa capace di trasformare una buona manifestazione locale in un appuntamento realmente imprescindibile per il Nord Italia.
In conclusione, dunque, perché parlare di pareggio?
Perché i pro e i contro finiscono per bilanciarsi. Da una parte ho trovato difficoltà logistiche, una location che non mi ha convinto del tutto e una dimensione espositiva accettabile. Dall’altra ho incontrato persone appassionate, ospiti interessanti, cosplay di qualità e la possibilità di vivere una giornata diversa, immerso nella cultura geek.
Non torno a casa entusiasta. Non torno nemmeno deluso al punto da bocciare completamente l’evento (ma sono sicuro che, in un’altra realtà, sono stato decisamente più cattivo). Torno con la sensazione che Asti Comics sia una manifestazione che può crescere molto, se saprà ascoltare i feedback della propria community, ma valorizzando ciò che funziona, non offendendosi se qualcuno fa emergere delle criticità.
Perché in fondo, le fiere nerd migliori non sono quelle perfette, (anche perché la perfezione non esiste) sono quelle che riescono a migliorare anno dopo anno, mantenendo viva la passione di chi le organizza e di chi le frequenta. E Asti Comics, nonostante le criticità, possiede quella scintilla.
Bene, se il tempo, lo spazio e il destino lo vorranno ci rincontreremo.
Arrivederci.
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