Qualunque fan cresciuto tra VHS consumate di anime anni Ottanta, scanlation lette di nascosto alle due di notte e model kit Gunpla montati con la colonna sonora di Gundam in cuffia sa perfettamente che alcuni nomi smettono a un certo punto di appartenere solo alla storia del manga o dell’animazione. Diventano linguaggio comune, memoria condivisa, quasi figure mitologiche della cultura pop giapponese. Yoshikazu Yasuhiko appartiene esattamente a quella categoria lì. Uno di quegli autori che magari scopri inizialmente attraverso un character design, poi ti perdi nei dettagli dei suoi volti malinconici, nelle linee sporche delle battaglie, nella maniera quasi cinematografica con cui mette in scena il movimento… e senza accorgertene ti ritrovi dentro una carriera gigantesca che attraversa mezzo secolo di anime e manga.
Per questo l’annuncio di Nippon Shock sull’arrivo in Italia di “Anton” ha avuto un effetto stranissimo sulla community manga più hardcore. Non il classico hype rumoroso da trend social che dura ventiquattr’ore e sparisce appena arriva il teaser successivo. Stavolta la sensazione è stata più simile a quella che provi ritrovando un vecchio artbook introvabile in una fumetteria polverosa di Akihabara o scoprendo che un’opera quasi leggendaria, citata per anni solo nei forum e nelle discussioni tra appassionati old school, sta finalmente per parlare anche italiano.
E diciamocelo senza girarci troppo intorno: Yas non è soltanto “quello di Gundam”. Ridurlo al character designer di Mobile Suit Gundam sarebbe quasi offensivo, anche se già solo quel contributo basterebbe per garantirgli un posto eterno nella cultura nerd mondiale. Basta guardare quanto del design anime moderno debba ancora oggi alle sue intuizioni visive. Gli occhi intensi ma realistici, le espressioni trattenute, i personaggi che sembrano vivere davvero anche mentre pilotano mecha giganteschi in guerre spaziali devastanti. Yasuhiko ha sempre avuto quella capacità rarissima di rendere umani perfino gli eroi epici, ed è probabilmente per questo che tante sue opere continuano a sembrare contemporanee pure decenni dopo.
La cosa incredibile è che una parte enorme della sua produzione sia rimasta quasi invisibile al pubblico occidentale per anni, come se il fandom globale si fosse fermato alla superficie più famosa della sua carriera senza scavare davvero dentro il resto. “Anton” arriva proprio da quella zona lì. Da quel territorio un po’ misterioso che gli appassionati più ossessivi nominavano online con aria complice, tipo chi ti sta consigliando un JRPG per Super Famicom mai uscito fuori dal Giappone.
Tre volumi soltanto, eppure dentro quelle pagine sembra di respirare un mondo gigantesco. Fantasy storico, sì, ma filtrato attraverso quella sensibilità narrativa che il manga degli anni Ottanta e Novanta possedeva in maniera quasi irripetibile. Il Giappone del periodo Kamakura diventa uno scenario sporco, feroce, attraversato da guerre, vendette, clan corrotti e suggestioni soprannaturali che ricordano certe atmosfere tra Berserk e i racconti epici del folklore nipponico classico, anche se Yas mantiene sempre una voce personalissima, più elegante, più malinconica, meno interessata all’eccesso e più concentrata sul peso del destino.
Hoshiwakamaru, figlio del leggendario Minamoto no Yoshitsune, cresce tra pirati e battaglie marine diventando il leader della nave da guerra Ryūōmaru, e già solo questa premessa sembra uscita da una campagna RPG che qualunque nerd avrebbe voluto vivere almeno una volta. Però il fascino di “Anton” non sta semplicemente nell’avventura. Sta nel modo in cui Yasuhiko mescola storia e leggenda senza separarle davvero mai. I clan politici diventano quasi sette occulte, i guerrieri sembrano fantasmi usciti da antiche cronache e il Giappone medievale assume contorni quasi dark fantasy, mantenendo però una dimensione profondamente umana.
Mentre leggevo le informazioni sull’opera mi è tornata addosso quella stessa sensazione che avevo anni fa recuperando certi manga storici dimenticati, quelli che non cercano di piacerti immediatamente come fanno molti battle shonen moderni, ma ti trascinano dentro lentamente, attraverso dettagli, silenzi, sguardi e pagine che sembrano storyboard di un film mai realizzato. Yas appartiene a una generazione di autori che costruiva le tavole con una mentalità quasi cinematografica, e si vede tantissimo. Non sorprende affatto pensando alla sua carriera nell’animazione.
Perché parliamo di un autore che ha attraversato praticamente tutta la storia moderna dell’anime giapponese. Dagli anni alla Mushi Production di Osamu Tezuka fino alla collaborazione con Yoshiyuki Tomino, passando per opere mastodontiche che hanno definito l’immaginario mecha di intere generazioni. E ogni volta che si cita il suo nome saltano fuori titoli che sembrano colonne portanti della memoria nerd collettiva: Venus Wars, Crusher Joe, Arion, fino a Mobile Suit Gundam: Cucuruz Doan’s Island, quasi a dimostrare che certi autori non smettono mai davvero di dialogare con il medium.
E forse la parte più affascinante di tutta questa storia riguarda proprio il momento storico che stiamo vivendo come fandom manga in Italia. Per anni il mercato sembrava dominato quasi esclusivamente dalle novità ultra mainstream, dalle serie fenomeno da social, dagli anime del momento destinati a esplodere su TikTok per una stagione e poi essere sostituiti da qualcos’altro. Adesso invece si respira qualcosa di diverso. Più curiosità, più voglia di recuperare opere considerate “difficili”, più attenzione verso autori che hanno costruito le fondamenta stesse dell’immaginario geek contemporaneo.
Nippon Shock da questo punto di vista sta facendo un lavoro quasi archeologico, ed è impossibile non notarlo. Prima “Marayah”, poi “La Stella dei Curdi”, adesso “Anton”. Sembra quasi una missione dedicata a recuperare quei manga rimasti bloccati per troppo tempo in una specie di limbo culturale, amatissimi da chi li conosceva ma invisibili al grande pubblico italiano. E da lettrice cresciuta tra convention, cosplay e pomeriggi passati a discutere di anime storici con gente incontrata online, vedere finalmente queste opere arrivare qui provoca una sensazione stranamente emotiva.
Anche perché Yasuhiko non è semplicemente un autore “importante”. È uno di quei creativi che hanno influenzato inconsapevolmente intere generazioni di artisti, gamer, illustratori e perfino cosplayer. Tantissimi design anime moderni devono qualcosa alla sua maniera di costruire i personaggi. Tantissime opere fantasy e sci-fi giapponesi ereditano quel mix di dramma umano, politica e spettacolo visivo che lui maneggiava già decenni fa.
E forse proprio per questo “Anton” rischia di diventare qualcosa di più di una semplice pubblicazione per collezionisti nostalgici. Potrebbe essere la porta d’ingresso per tantissimi lettori più giovani verso un modo diverso di vivere il manga. Più lento magari, meno urlato, ma incredibilmente intenso. Un po’ come succede recuperando certi anime vintage dopo anni passati a consumare simulcast moderni: all’inizio il ritmo ti spiazza, poi improvvisamente ti rendi conto che quei silenzi, quei dettagli e quella costruzione narrativa ti stanno entrando sottopelle molto più di quanto immaginassi.
Ed è bellissimo che tutto questo stia succedendo proprio adesso, in un’epoca dove la cultura nerd vive continuamente sospesa tra nostalgia e iper velocità digitale. Da una parte le clip da quindici secondi, gli edit K-pop su TikTok, le fandom war infinite online. Dall’altra opere come questa che sembrano ricordarci quanto il manga possa ancora essere esperienza, immersione, viaggio storico e immaginario insieme.
A pensarci bene, forse è proprio questo il motivo per cui annunci del genere fanno così rumore tra gli appassionati veri. Non perché rappresentino semplicemente “un nuovo manga in arrivo”, ma perché danno la sensazione che certi pezzi perduti della storia nerd stiano finalmente tornando accessibili. E in una community che vive continuamente di memoria condivisa, recuperare un’opera dimenticata di Yoshikazu Yasuhiko significa quasi riaprire una vecchia porta rimasta chiusa troppo a lungo.
Adesso la curiosità è tutta lì. Capire come reagirà il pubblico italiano davanti a “Anton”, vedere quanti lettori più giovani si lasceranno trascinare da questo fantasy storico sporco di mare, guerra e vendetta, e soprattutto osservare se questa nuova ondata di recuperi manga continuerà a scavare sempre più a fondo dentro quei tesori nascosti che per anni abbiamo potuto solo intravedere da lontano.
Perché ho la sensazione che tanti fan, dopo questa notizia, finiranno inevitabilmente a riguardarsi vecchie scene di Gundam, a recuperare artbook impossibili da trovare o a discutere online di quanto certi maestri abbiano ancora tantissimo da dire oggi. E sinceramente? Sono quelle conversazioni lì che rendono ancora magico appartenere a questa community.
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